I miei viandanti

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martedì 9 luglio 2013

Meraviglie di Parigi da scoprire: il Museo Carnavalet, Marais


Mi sono accorta di avere ancora delle belle foto di Parigi, dei miei viaggi di qualche anno fa (fatte con la piccola Lumix, perché non avevo ancora la Nikon, per cui non aspettatevi delle foto tecnicamente spettacolari, sarà per la prossima volta che vado a Parigi).

mercoledì 12 settembre 2012

Passeggiate Roma e Parigi


Passeggiate romane
Acquedotto Appio Claudio
Autunno a Roma
Autunno all'Orto Botanico
Autunno a Villa Borghese
Autunno a Villa Pamphili 2015 
Autunno a Villa Pamphili 2 
Aventino e Roseto
Basilica di San Pietro e Cupola
Befana a Piazza Navona 2010
Ponte Sant'Angelo
Castel sant'Angelo, 1 parte
Castel Sant'Angelo, 2 parte
Cimitero Inglese 1
Cimitero Inglese 2
Cimitero Inglese 3
Cimitero Inglese 4
Eur: la bellezza effimera dei ciliegi in fiore
Eur: all'ombra dei ciliegi in fiore
L'antico Ghetto romano
Gianicolo
Lungo il Tevere in piena
Mercato Trionfale
Mercati di Traiano (mostra di Mitoraj)
Monumento a Mazzini
Museo Centrale Montemartini 1
Centrale Montemartini 2: Sala delle Macchine
Centrale Montemartini 3: Sala delle Caldaie
Museo delle Arti del XXI secolo: Maxxi
Museo di Arte Contemporanea 1: il Macro
Museo di Arte Contemporanea 2: il Macro
Museo Nazionale Romano: Palazzo Altemps
Palazzo Altemps 2
Museo nazionale Romano: Palazzo Massimo
Palazzo Massimo 2
Palazzo Barberini
Natale a Piazza Navona 2009
Orto Botanico
Porta Portese
Parco del Pineto
Roseto Comunale 1
Roseto Comunale 2
Santa Maria in Trastevere 1
Santa Maria in Trastevere 2
Trastevere in Bianco e Nero
Serre all'Orto Botanico
Via della Lungara
Vicoli e Caffè al centro di Roma
Villa Pamphilj in primavera
Villa Torlonia, il Casino Nobile
Villa Torlonia: la Casina delle Civette
Wisteria in fiore


Parigi

L'affari dei Veleni
Auteuil, Passy
Chaillot, Trocadèro, Tour Eiffeil
Charonne, Belleville, Quartier d'Amerique, Buttes Chaumont
Il canale Saint Martin
Cimitero Montmartre
Cimitero del Père Lachaise
Fontainebleau, viaggio
Fontainebleau, il castello
Fontainebleau, i giardini
Giardini du Luxembourg
Louvre 1
Louvre 2
Marais
Montmartre
Montmartre 2
Museo Carnavalet
Il Palais Royal
Serre d'Auteuil
I negozi di Parigi

venerdì 23 gennaio 2009

Au nome de la Rose, ovvero les fleurs de Paris


Che io sia assolutamente, perdutamente innamorata della Francia ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, e di Parigi in particolare. Credo che essere immersi nella bellezza renda felici, in ogni caso, mentre essere immersi nella bruttezza, nel grigio cemento e nella sciatteria rende irrimediabilmente, visceralmente tristi, almeno questo è l’effetto che fa a me.


Di questa città amo tutto: mi piace passeggiare nelle sue strade animate e vivaci ma non chiassose, mi piacciono i suoi palazzi eleganti con le finestre di legno bianco e le ringhiere in ferro battuto; le sue Boulangeries, il cui conturbante odore di farina,burro e lievito già alle otto di mattina si spande per tutta la strada, con le scaffalature di legno e i cestini traboccanti di croissant, pains au chocolat, croissants aux amandes e file di baguettes croccanti, ripiene di ogni delizia, che ti invitano maliziose all'assaggio.
I suoi bistrots coi tavolini di fuori e le lavagne con il menu scritto col gesso, le brasseries dai lunghi banconi e le insegne stravaganti, i Caffè dove ti puoi sedere al sole e goderti il passaggio della gente mentre sorseggi un cappuccino (d'accordo, quello non lo sanno proprio fare, per non parlare del caffè, ma non si può avere tutto dalla vita).


Mi piacciono le ragazze, coi loro vestiti eccentrici, un po’ retrò: sono tutte eleganti, graziose e deliziosamente antiquate (quando vedete per le strade di Parigi delle ragazze sciatte, coi rotoli di ciccia fuori dai pantaloni, mutande in vista e capelli stirati, potete star sicuri che sono italiane, non certo francesi).

Adoro quei minuscoli giardini colmi di fiori, con le panchine piene di mamme o ragazzi che leggono e pranzano, godendosi il sole della primavera. Mi piace passeggiare nei parchi e i grandi giardini, il Luxembourg, le Tuileries, il Parc Royal, tutti presi d’assalto da una folla variopinta e festosa, le panchine sotto le fontane, le aiuole colorate, i lunghi viali alberati.


Amo le sue piazze eccentriche, Beaubourg, la Defense, lo strano mescolamento di antico e modernissimo, i suoi cimiteri suggestivi, Montmartre e le sue stradine fuori dal tempo, e passeggiare sotto i platani del Canale Saint Martin in un pomeriggio di primavera.


In tutta questa bellezza, anche i negozi fanno la loro bella figura. Io abito a Roma, mica nell’ultimo paese di provincia, ma vi assicuro che negozi belli ed eleganti come quelli parigini ce ne sono pochi, e non solo per quanto riguarda la merce, ma anche per l’arredamento, le vetrine, le insegne, le porte in legno.


I fiorai sono numerosi, e tutti bellissimi, dentro e fuori.
Questo negozio si chiama Au nome de la Rose, qui siamo tra il Quartiere Latino e Saint Germain, ma ce ne sono in diversi quartieri, vende solo rose, di tutti i tipi, colori, in tutte le composizioni immaginabili, una vera festa per gli occhi.

Davanti ad ogni Au Nome de la Rose c’è un tappeto di petali colorati.


Queste vetrine di legno verde appartengono ad Oliviers & Co.( in Rue de Buci), una catena di negozi che vende qualsiasi cosa abbia attinenza con le olive: dalle piante di ulivo agli olii aromatizzati, oliere, saponi, ceramiche e porcellane, biscotti e salse di tutti i tipi.


Qui siamo nelle stradicciole secentesche del Marais, il mio quartiere preferito, e questa è La Belle Hortense, dalle vetrine dipinte di uno sgargiante azzurro, in Rue Vieille du Temple. Si tratta di un Caffè letterario, cioè un posto dove ci sono i libri, si prende un caffè, si gusta un bicchiere di buon vino (è anche enoteca).

Nell’ebraica Rue de Rosiers ci sono negozi tipici con cucina Kosher e, curiosamente, due negozi con i migliori felafel di tutta la città, una pita calda e morbida piena di queste polpettine speziate e traboccante di verdure, una goduria che non potete mancare, se passate da queste parti.

Questa è la dimostrazione che anche un semplice giornalaio può essere un’opera d’arte.


Ora siamo nella la piccola e splendida Rue de Fustenberg (un'altra volta sulla Rive Gauche), dove c’è il famoso Flamant, uno dei negozi interior designs e arredamento più raffinati che abbia mai visto. Vasi, candele, piante verdi, cache-pot, mobili, tessuti, cesti, e porcellane candide. All’interno del negozio, tutto arredato in legno, c’è addirittura un tetto di legno a capriate, tipo baita di montagna.


E che dire dei negozi di antiquariato? A Parigi ce ne sono tantissimi, antiquariato, rigattieri, bric-a-bràc, brocanteurs o semplici robivecchi: queste vetrine si affacciano sulla galleria del secentesco Parc Royal, quale posto migliore per ammirare preziose porcellane antiche?


E, per finire, una scoperta preziosa, a spasso per il Marais. In Rue Rambuteau c’è Menkes, un negozio di articoli da flamenco direttamente dall’Andalusia: scarpe di tutti i colori, file di gonne gonfie di volants fruscianti, a pois, a fiori, vestiti da festa, rose di seta, scialli, ventagli, insomma, tutto per diventare una vera gitana.


E poi, vicino, al 41 Rue du Temple, infilatevi nel piccolo cortile selciato del Cafè de la Gare, accostatevi a questa porta, ed ascoltate in silenzio.



I tacchi che battono il ritmo sul tablao di legno, le note fluide e sensuali di un tango gitano arpeggiato alla chitarra, le figure flessuose e colorate delle ballerine riflesse negli specchi…eh sì, una lezione di flamenco nel bel mezzo di Parigi!



sabato 6 dicembre 2008

I sobborghi di Parigi: Charonne, Belleville, le Quartier d'Amerique



Continuiamo col nostro racconto di Parigi a puntate, ormai un appuntamento fisso, in questo blog. Le cose belle da vedere a Parigi sono talmente tante che ci si potrebbe scrivere un blog intero: purtroppo il mio diario di viaggio sta quasi per terminare (manca l'Hotel Carnavalet, qualche giretto per il quartiere Latino e poco altro). Mi toccherà tornarci un'altra volta, per continuare a scoprire le meraviglie di questa città affascinante, vitale, misteriosa.

Come ho già scritto svariate volte, la maggior parte dei turisti si limita, appunto, a fare il turista, con un’occhiata rapida e superficiale alle cose più note, più ovvie: la Tour, gli Champs Elisèe, un rapido giro al Louvre per vedere la Gioconda, poi Beaubourg, le Sacre Coeur e così via.
Ma Parigi è molto di più e, se avete un po’ di tempo e gambe buone, scoprirete degli angoli incantevoli, assolutamente fuori dalle rotte turistiche e con un'atmosfera affascinante che, purtroppo, nei quartieri invasi dai turisti non esiste più.
Chiunque voglia conoscere bene una città non si può fermare alle cose ovvie, spesso si deve spendere del tempo e soprattutto allontanarsi dal centro.

Questo racconto sarà più letterario che fotografico, per il semplice motivo che, invero, è difficile descrivere visivamente questi sobborghi, non essendoci nulla di particolarmente eclatante. Ed è difficile, attraverso delle fotografie che potrebbero risultare banali, farvi respirare l’atmosfera di questi luoghi; poichè si tratta di impressioni, di sensazioni impalpabili: molto più facile farlo, credo, con le parole, assai più evocative di qualunque immagine.

Dopo i nostri giri periferici nei floreali quartieri di Auteuil, Passy e Chaillot, vi mostro un altro angolo particolare della città, nel quadrante orientale di Parigi, il cosiddetto Quartier d’Amerique, un piccolo sobborgo dall’atmosfera fuori del tempo.

Il punto di partenza ideale per questo lungo giro (da fare a piedi, ovviamente) potrebbe essere il Père Lachaise, proprio dove siamo rimasti la volta scorsa. Già il cimitero si trova un po’ fuori dal centro, partendo da Bastille si deve camminare un po’, attraversando il Fabourg Saint Antoine, un quartiere tranquillo, di gusto suburbano, dominato dalla grande estensione verde del Père Lachaise.
Una volta visitato il grande cimitero, uscite dall’entrata principale, e dirigetevi a destra, sulla Rue de Menilmontant, prendete il Boulevard de Charonne e proseguite per lunghissima Rue de Bagnolet.

Arriverete a quello che nell’Ottocento era un villaggio di campagna, il villaggio di Charonne: un tranquillo sobborgo campestre, con ville di campagna, pascoli e vigne.
La grande espansione di Parigi l’ha inglobato nel tessuto cittadino, alla stregua di Montmartre o Auteuil, ormai l’agglomerato urbano si allarga senza soluzione di continuità fino alle porte della città, ma fino ad adesso non ha mostrato alcuna vocazione turistica, è semplicemente rimasto un quartierino periferico, tranquillo, con strade solitarie. Da vedere la chiesa di Saint Germain e la pedonale Rue St. Blaise, non sono niente di particolarmente eclatante, ma è comunque piacevole passeggiarvi.
Proseguite per la stessa rue de Bagnolet, osservando il tranquillo tessuto urbano, facendo magari una sosta nel piacevole giardino pubblico Debrousse, una piccola oasi di verde con aiuole colme di fiori: uno di quei minuscoli giardini che l’amministrazione della città, da qualche anno a questa parte, cura in maniera particolare: sono degli spazi verdi che fioriscono in tutti i quartieri, si trovano un po’ ovunque, e sono molto frequentati dai parigini, mamme con i passeggini, anziani che prendono il sole sulle panchine ma anche gente di tutte le età che, durante l’ora di pranzo, mangia il suo toast nel verde, magari leggendo un libro. Se anche le nostre città prendessero esempio da Parigi, i nostri quartieri pieni di cemento sarebbero sicuramente più piacevoli.

Ovviamente non tutto è idialliaco neanche a Parigi, e per accorgersene basta guardare i palazzoni di cemento grigio che comunque hanno invaso anche la Charonne, snaturandone la natura campestre. Guardandosi intorno con più attenzione, si può cominciare a vedere una certa tipologia di abitanti diversa, rispetto ai confinanti fabourg di Saint’Antoine e Bastille, un ceto più variegato, ad alto tasso di immigrazione, anche se non ai livelli delle banlieues periferiche.

Comunque, proseguiamo di buon passo per la Rue de Bagnolet, e arriviamo alla Place omonima: siamo alla Porte de Bagnolet, una delle uscite storiche della città, al confine orientale della metropoli.
Qui imbocchiamo la piccola Rue de Chavez e saliamo questa deliziosa scalinata, di sapore ottocentesco:

ci porterà ad un complesso di piccole strade residenziali, la Rue Irenée Blanc e Rue Jules Siegfried.





Dopo aver sognato con tutte le nostre forze di possedere una di queste villette con giardino, scendiamo malinconicamente dabbasso, verso le Quartier d’Amerique: si prenda la Rue Belgrand fino a Place Gambetta, quindi la Rue de Pyrenés fino alla ripida Rue de Menilmontant (già percorsa prima, in un altro tratto), per arrivare al famoso quartiere di Belleville.

Belleville è un altro di quei quartieri periferici ad altissimo tasso di immigrazione, un quartiere popolare, multietnico, fatiscente, composto da stradine anonime che si snodano in salita costellate da ristoranti cinesi, greci, arabi, abitato prevalentemente da immigrati. Questa zona deve la sua recente fama alla divertente saga di Daniel Pennac sulla strampalata famiglia Malaussène che proprio in questa periferia abita, come il suo autore. E’, similarmente a MontMartre, situata su un colle, un saliscendi di viette anonime in cui convive un’architettura primo novecentesca accanto ad una più moderna.
Le analogie con l’altro famoso quartiere non finiscono qua: infatti anche qui due secoli fa c’erano sale da ballo, locali e cabaret, era un posto piuttosto frequentato e di dubbia fama, oltre che meta di gite domenicali.
Vi dico subito che non c’è nulla di particolare da vedere, però farci un giro prima che diventi un’altra attrazione turistica piena di gente come Montmartre non è una cattiva idea.
Potete, ad esempio, comprarvi una bella baguette imbottita ed un dolcetto in una delle numerosissime Boulangerie della zona, e andarvela a godere nel Parc di Belleville: uno dei parchi moderni che sono stati costruiti negli ultimi decenni, soprattutto nell’era Mitterrand, con l’intento di emulare i grandi parchi ottocenteschi come la Buttes Chaumont e il Luxembourg.

Il parco di Belleville sorge su una zona dove, fino all’Ottocento, si stendevano terrazze coltivate a vigne, come la Buttes di Montmartre: il nuovo parco è un giardino moderno, a terrazze, la cui spettacolarità è data dalla posizione panoramica affacciata sulla città che si stende, enorme, in basso (purtroppo ho un filmato, non le fotografie): a dritta la svettante e futuristica Tour MontParnasse, la bianca Coupole del Pantheon; e poi ancora i tubi colorati del Beaubourg, la cupola dorata de Les Invalides e, sulla destra, svettante contro il cielo, la Tour Eiffeil.
Quando il sole è caldo, è piacevole starsene su una panchina nella quiete e nel silenzio di questa terrazza fiorita, a mangiare una baguette croccante, riposandosi in vista dell’ultima parte del percorso, quella nel Quartier d’Amerique vero a proprio.

Gambe in spalla, si riprende il cammino per l’infinita Rue de Belleville, risalendo ancora per Rue de Pyrenés, fino alla coloratissima Rue de Mozaia, che ha delle case dai colori incredibili, squillanti tra il grigio dei palazzi.

La città si stende alle spalle, enorme, vista da questa altura.


Da questa via si dipartono tutta una serie di stradicciole pedonali denominate Villa: casette minuscole con piccoli giardini curatissimi, tutte curate, coloratissime, con ringhiere e cancelli in ferro battuto.




Il piccolo quartiere ha origini nei primi del Novecento, e veniva chiamato d’Amerique perché in questo luogo vi erano le cave di gesso, che veniva estratto e poi spedito in America. Dismessa la cava nel 1872, le gallerie scavate vennero riempite, e l’intera zona rimase qualche anno abbandonata, anche perché il sottosuolo era considerato instabile.



Solo nel 1901 si cominciò a costruire, ma proprio a causa della particolarità del suolo vi si costruirono delle case piccole, ad un piano solo, un tipo di edilizia popolare, originariamente destinata al ceto operaio.

Negli anni gli antichi proprietari sono spariti, le villette sono state completamente ristrutturate (come è avvenuto a Roma, ad esempio, con le case della via Vitellia, un tempo stalle della Villa Pamphili, ora minuscolo quartierino d’elite) e la zona attorno è stata completamente edificata in anni recenti.



Come spesso accade a Parigi, antico e moderno convivono fianco a fianco: questo minuscolo agglomerato di villette è incastonato vicino ad un complesso di grattacieli moderni, come si può vedere da queste immagini, eppure, in qualche modo, questo accostamento azzardato ha un suo fascino.


Riprendendo la colorata Rue Mouzaia, si arriva al parc de Buttes Chaumont, altra perla poco frequentata dai turisti ma famosa tra i parigini.

Si tratta di un altro parco che risale ai grandi lavori urbanistici realizzati dal barone Haussmann: realizzato negli anni 1864-1867, sempre in una cava di gesso, in una zona malsana e che si diceva infestata da malevoli spettri, presenta una topografia piuttosto movimentata:


tra verdi prati in discesa si apre un lago centrale (alimentato dal vicino Canale Saint Martin) con rupe a strapiombo a cui si accede tramite ponte, su cui si costruì un romantico tempietto di forma circolare, da cui si gode la vista di tutto il parco.


Come tutti i luoghi verdi di Parigi, viene frequentato in tutte le stagioni, ma è in primavera che dà il meglio di sé. Nella foto sopra si può vedere la bianca sagoma del Sacre Coeur.


Fatto il giro del Parco, riusciamo per la Rue Manin, tra eleganti palazzi ottocenteschi, ed arriviamo al punto di inizio del canale Saint Martin, che oltre diventa Bacino della Villette.

Visto il lunghissimo giro fatto fin qui, ormai sarà pieno pomeriggio: potete riprendere la Metro Jaurès, oppure passeggiare prigramente sulle sponde del Canale, sotto i fronzuti platani, sedervi su una panchina proprio vicino alle tranquille acque e respirare a pieni polmoni il fascino e l'atmosfera incantata di queste antiche chiuse, sentendovi, per un lungo, meraviglioso momento, come Amèlie Poulain.

lunedì 20 ottobre 2008

Il fascino proibito della censura: il cimitero del Père Lachaise

Avete mai provato il brivido delizioso di essere censurati?
Io mai, e questo la dice lunga sul tipo di vita sovversiva fatta fino ad ora.

Stavolta invece è successo: tempo fa mi ero iscritta ad un noto aggregatore di Blog, Blogghissimo, segnalando la mia candidatura. Si erano iscritte molte mie amiche bloggers, e allora ho pensato, ma sì, iscriviamoci! (Prima lezione: mai fare una cosa perché la fanno tutti gli altri).
Blogghissimo ha varie categorie di blog, dalla Cucina a Sapere e Cultura, Viaggiare, Libri e Dintorni, Tempo Libero etc.., accoglie addirittura dei Blog Senza Categoria.
Io ero indecisa su quale categoria scegliere, ne ho messe alcune che mi sembrava andassero bene, senza starci a pensare troppo.

Credo di avere un blog piuttosto variegato, in cui sì, la cucina è forse la parte prevalente ma, avendo la mia vita un orizzonte più ampio di quello dei fornelli, la vita non è fatta a compartimenti stagni, racconto un po’ di tutto, dalle mie visite ai Musei agli appunti di viaggio, i miei adorati gatti, i libri che leggo, i film che vedo, la musica che ascolto, oltre che chiacchiere in libertà e facezie di vario tipo. Non mi sono mai posta una regola, scrivo di quello che mi piace e di quello che vedo, se qualcuno ha voglia di leggermi bene, altrimenti, come si suol dire, ciccia.

Il team di Blogghissimo mi ha spedito una risposta in cui afferma che, pur non essendo solito censurare le candidature dei blog, ha ritenuto dover censurare La Foresta Incantata per i mie excursus per i vari cimiteri (cito testuali parole), anche perché gli argomenti trattati non rientrano in nessuna della categorie dell’aggregatore.

E’ notorio infatti che Il cimitero di Montmartre e quello di Inglese di Roma non abbiano alcun valore storico, culturale, artistico né tantomeno letterario (Keats, Byron, Shelley, chi erano costoro?), essendo solo un ammasso di ossa e marmo che appassionano persone con evidenti gusti necrofori.

D’altra parte, una persona laureata in questa materia (e se volete ve la snocciolo tutta, Ecologia Preistorica e Archeologia del Paleolitico, che fa già una certa impressione) deve avere gusti strani per forza, sennò non avrebbe passato diverse estati a frugare tra le tombe, vi pare? Con questa foto, presa diversi anni fa allo scavo del Villaggio Neolitico di Masseria Candelaro (Puglia), credo di essermi giocata tutte le candidature agli aggregatori per il resto della vita, anche se spero che le mie amiche di Blog di Cucina non mi buttino fuori dallo staff
:-)))

Il team mi invita a provare di nuovo a candidare il mio blog, quando i miei articoli saranno idonei alle categorie del loro Aggregatore.
Non me ne voglia il team di Blogghissimo, ma l’aneddoto era troppo delizioso per non essere raccontato, mi sto ancora schiantando dalle risate.

E allora, siccome voglio essere sicura di essere radiata per tutto il resto della vita, cari pellegrini che vi aggirate tra le mie lande incantate, beccatevi un altro racconto di cimiteri: stavolta torniamo a Parigi, nel Père Lachaise.

Non state provando un brivido felino all’idea di leggere delle righe che potrebbero essere meritevoli di censura?

Il Père Lachaise occupa un’area di ben 44 ettari ed è talmente grande che per girarlo tutto ci vorrebbe un giorno intero. Quello di Montmartre è più piccolo, più raccolto e, secondo me, più suggestivo, ma anche questo enorme cimitero ottocentesco vale una visita.


Si trova al limite dell’elegante quartiere del Fabourg Saint Antoine, leggermente decentrato rispetto al cuore della città. Il punto di partenza ideale è Place de la Bastille: se volete fare una piacevolissima passeggiata a piedi, partite da qui, prendete la lunghissima Rue de la Roquette e arriverete dritti dritti all’entrata principale del cimitero: la Rue de la Roquette è una strada che comincia con molte pretese, per diventare poi una tranquilla stradina dal gusto quasi suburbano, in un quartiere residenziale. Durante la strada (verso l’inizio), fermatevi ad una delle deliziose patisseries che costellano la strada, e gustatevi un croissant aux amandes, mentre camminate.

Nel Seicento quest’area era occupata da un ospizio per Gesuiti su iniziativa di Padre La Chaise (di qui il nome), e fu trasformato solo nel 1804 in cimitero, per obbedire all’editto di Napoleone che vietava (giustamente) le sepolture entro le mura cittadine. All’inizio non voleva venire nessuno a seppellirsi in questo luogo sperduto, ma i politici di allora fecero una spregiudicata operazione di marketing, si direbbe adesso, edificando una fastosa tomba per il famoso pittore Gericault, quello della Zattera della Medusa. Evidentemente faceva molto vip essere sepolti vicino ad un famoso pittore, per cui il cimitero cominciò a trovare clienti (questo delizioso aneddoto l’ho sentito da Alberto Angela, durante una puntata di Ulisse).

Tra le migliaia di tombe, ce ne sono alcune veramente curiose, come questa stele in puro stile Maya.

Il luogo è estremamente suggestivo, soprattutto in primavera, quando gli alberi si trasformano in nuvole di fiori.


Orientarsi in questo labirinto di tombe non è certo facile, nonostante abbiate in mano la piantina, perché è davvero enorme. Vi indico comunque i punti cruciali: all’entrata non potete perdervi l’ossario con entrata monumentale, opera di Bartholomé, 1895: nell’ossario riposano le ossa senza pace delle tombe abbandonate.

L’altorilievo rappresenta il punto di non ritorno che separa i morti dai vivi, che accompagnano i loro cari fin sulla soglia della tomba e lì, straziati, devono lasciarli andare.



Di primo impatto il monumento, di stile neoclassico, candido, di una bellezza un po' accademica, lascia un po’ freddini poi, guardando meglio, le figure hanno una certa romantica bellezza, in qualche modo simile a quella del Cimitero di Roma, tipo l'Angelo del Dolore.


Quest'argomento dello strazio della morte e del rimpianto dei vivi era molto di moda nell'Ottocento, ce ne sono svariati esempi anche a Montmartre.


Gli ospiti più famosi e visitati sono Jim Morrison e lo spiritista Allan Kardec, meta di appassionati che onorano le tombe con fiori e bigliettini. Devo confessare che non li ho trovati, anche perché non li ho neanche cercati, visto che non mi interessavano: ma, se devo essere sincera, non ho trovato neanche quelli che mi interessavano, come Balzac, Proust, i pittori Delacroix, Gericault, Oscar Wilde e così via.
E’ talmente grande che mi sono subito persa, e ho cominciato a vagabondare a vanvera, spinta dalla bellezza più che dalla curiosità. Ho trovato, casualmente, la tomba di Chopin, piuttosto commovente la fanciulla addolorata in abiti ottocenteschi che lo piange (la fotografia è pessima, lo so, ma non avevo ancora la mia Nikon D80, con la piccola digitale ho fatto quello che potevo).

Ero venuta in questo cimitero anche spinta dal bel libro di Corrado Augias I Segreti di Parigi, che ho citato più volte a proposito di Montmartre, per vedere la famosa tomba di Victor Noir, e alla fine sono riuscita a trovarla, anche se incuneata tra tombe a casa ben più imponenti.


Si tratta di un giovane uomo riverso a terra, con il cilindro rotolato via, i capelli ondulati e delle fattezze molto armoniose, ritratto nel bronzo con un realismo impressionante.

Questo giovanotto venne sparato nel 1870, era giovanissimo, aveva appena 22 anni. Di mestiere faceva il giornalista per una testata di sinistra: fu ucciso in circostanze poco chiare nientemeno che da Pierre Bonaparte, cugino di Napoleone III, che però fu assolto dall’accusa di omicidio. Il giovane fu inumato dapprima al cimitero di Neuilly, poi portato qui nel 1891: la statua, di Dalou, fu pagata grazie ad una sottoscrizione popolare, segno di quanto era rimasta impressa l'ingiustizia dell'omicidio e l'assoluzione del colpevole.


Un altro monumento molto visitato è il cenotafio di Eloisa ed Abelardo, difficile da trovare se non sapete dov'è.
Il baldacchino gotico di marmo bianco risalente al 1817, che contiene quel che resta delle ossa dei due sfortunati amanti, si trova quasi vicino all’entrata principale, sulla destra, sulle terrazze in alto, e non è assolutamente facile da vedere. Essendo metà al sole e metà in ombra, purtroppo la fotografia è venuta con dei chiaroscuri terribili che non sono riuscita a correggere, per cui la fotografia non ce l'ho.

Di primo impatto fa un po’ di tristezza, il finto gotico fiammeggiante, le due statue sdraiate vicine, non so perché ma sa tanto di pastiche finto romantico, qualcosa a metà tra il castello della Bella Addormentata di EuroDisney e le architetture finto messicano-finto arabo degli Outlet che vanno di moda adesso.

Eppure la vicenda di Eloisa ed Abelardo è rimasta nella storia, nella letteratura, come una delle passioni più romantiche e maledette, proprio per la fine ingloriosa che fecero tutte e due, alone romantico supportato anche dal carteggio di lettere che è arrivato sotto il nome di Lettere di Eloisa ed Abelardo: ma, a detta di molti critici e filologi, purtroppo apocrifo, risalente forse al secolo successivo.
Riassumo, per i pochi che non sappiano chi fossero i due sfortunati amanti, la storia: Abelardo fu un insigne studioso, teologo e filosofo, considerato uno dei fondatori dell’Università di Parigi.

Eloisa era una giovinetta di ottima famiglia, nata intorno al 1100, quando conobbe Abelardo aveva appena sedici o diciassette anni, coltissima per il suo tempo e per il suo sesso (raramente le ragazze venivano fatte studiare a quel livello): suo zio, canonico a Notre Dame, le prese come precettore proprio l’eccellente studioso (a quell’epoca aveva già 39 anni) che le impartiva lezioni di greco, filosofia, e non solo, ovviamente.

L’amore proibito scoppiò come un incendio, e i due amanti non riuscirono a mantenerlo segreto a lungo. Ovviamente ci fu un grande scandalo, i due fuggirono in Bretagna ed Eloisa ebbe un figlio di nome Astrolabio.

Si sposarono segretamente per calmare la famiglia di lei, ma il chierico convinse la ragazza a ritirarsi nel monastero di Argentuil.

Lo zio e i parenti della ragazza, furiosi per quello che ritenevano un abbandono, inflissero una esemplare punizione al professore, immaginate quale: lo evirarono, risolvendo in un sol colpo la questione in maniera piuttosto drastica.

Tant’è, Abelardo si ritirò a vita monastica (tanto, ormai…) continuando a scrivere i suoi libri. I due non si incontreranno più per il resto della vita.
Eloisa, ancora innamorata di lui, gli scrisse delle lettere appassionate in cui mai rinnegò l’amore sconfinato di cui lo aveva amato, a cui l’anziano (ormai) professore rispose in maniera pedante, maschilista e supponente.
La differenza tra le lettere dei due amanti è veramente abissale, Eloisa ne esce come un'eroina romantica che non rinnega nulla del suo amore e della sua passione, anzi, non riesce a liberarsene fino alla morte. Abelardo invece dimostra di averla amata solo in maniera superficiale, rimproverandole la loro passione lussuriosa e cercando di convincerla ad una vita di penitenza (mentre lui continuava a condurre una vita spericolata e piena di successo, nonostante un tentativo di avvelenamento e un processo).

Neanche dopo la morte i due amanti ebbero vita fortunata.

Alla morte Abelardo venne seppellito nel convento di Eloisa, ormai badessa, ed ella volle essere sepolta assieme al suo antico amante. Le ossa vennero più volte traslate, divise e quindi riunite, poi i due riposarono insieme fino al 1792, anno in cui il monastero venne distrutto: quel poco che ne restava delle spoglie mortali fu spostato al Père Lachaise nel 1800. Traslati ancora nel 1814 e finalmente collocati in questo cenotafio nel 1817.

Per approfondimenti sulla intricata e romantica liason, vi consiglio:

Corrado Augias, I Segreti di Parigi, Capitolo VI, Meglio amante che moglie, Oscar Mondadori 2004.

Filosofico, La vicenda di Abelardo ed Eloisa

Summa Gallicana, Pietro Abelardo ed Eloisa

Per ora il nostro tour finisce qui.

Vi lascio con un’immagine deliziosa che mi ha inviato tempo fa Luciano, sempre presa da questo luogo.

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