I miei viandanti

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lunedì 15 marzo 2010

Pandolce lievitato alla semola di grano duro ed elucubrazioni varie



Mi rendo conto, ogni tanto, di non aver niente da dire, da scrivere, da raccontare.

Sarà perchè, nella vita quotidiana, non succede molto che sia fuori dall'ordinario, soprattutto in periodo freddo e piovoso come questo. Tra la stanchezza del lavoro, la ruotine delle cose da fare, e qualche rara uscita, alla fine le cose che vengono da raccontare sono sempre le stesse: un film visto, uno sceneggiato nuovo che si comincia a seguire, un libro letto (devo dire che ultimamente sono pigra pure in questo), una passeggiata fatta...insomma, nulla di molto avventuroso.

Va beh, meglio nessuna nuova che qualche tragedia o disavventura, verranno tempi migliori. Già il fatto di poter fare una passeggiata senza annegare nelle pozzanghere, in questi giorni, mi è sembrato già un miglioramento.

L'inverno, col fatto che si sta molto di più a casa, alla fine si salta dalla tv al computer, molto più che in altre stagioni. Mi rendo conto, ogni tanto, di sprofondare in un abisso di rimbambimento virtuale: il pc mi attira come una calamita, una specie di richiamo di sirena irresistibile.
Vuoi perchè ormai film e telefilm li vedo principalmente via computer, e così la musica (lo stereo, chi lo accende più? Ormai ho tutto in mp3).
E poi, il blog, i siti preferiti, Facebook...non posso fare a meno, di prima mattina, subito dopo la colazione (quella no, ha la priorità su tutto, anche perchè se non faccio colazione non mi ricordo neanche come mi chiamo), la prima cosa che faccio è accendere il pc, scaricare la posta e dare un'occhiata a Fb.

Devo ammettere che fino a un po' di tempo fa, prima di Fb mi collegavo al mio blog, controllavo le entrate del giorno precedente e i commenti...adesso un po' di meno, come se campassi un po' di rendita...ci sono dei periodo in cui, non impegnandomi che il minimo indispensabile, ho tantissimi visitatori e tanti commenti, per quali reconditi motivi non saprei.
Altre volte, quando sono convinta di aver scritto qualcosa di deliziosamente interessante, il riscontro è meno entusiastico, chissà perchè...mah, i misteri dell'audience!

Ormai ho superato la soglia dei 110 amici, su Fb: di cui, lo ammetto, di persona ne conosco venti, trenta al massimo. Prima o poi mi toccherà sfrondare qualcuno, sperando di non offendere nessuno, perchè davvero non ce la faccio a stare dietro a tutti...alla trentesima notizia o commento desisto, tutto quello che viene prima rimane sommerso da un mare di chiacchiere, aggiornamenti, link e fotografie, di cui alla fine fruisco in minima parte.
D'altronde, leggere tutto e guardare tutto sarebbe un lavoro a tempo pieno, davvero non capisco dove trovino il tempo tutti gli altri!
Insomma, alla fine mi rendo conto di filtrare quello che scrivo, quello che condivido, quello che seguo.



Tante volte non riesco neanche a negare l'amicizia a qualcuno sconosciuto: mi chiede l'amicizia un sacco di gente mai vista e mai coperta. Gli uomini, per principio, li elimino quasi tutti, soprattutto quelli che allegano qualche frase allusiva (ma quanto si deve essere disperati per rimorchiare alla cieca su Fb?).
Tante persone mi scrivono motivando questa richiesta col fatto che seguono la mia Foresta, e quelli li accetto tutti per riconoscenza, anche perchè se comincio a fare la sofistica poi il mio pubblico si disamora e arrivederci, per chi scrivo io?

Altre volte mi arrivano delle richieste senza messaggio, allora vado a vedere chi è la persona in questione: spesso trovo amici in comune, oppure evidenti somiglianze nei gusti, e accetto pure questi.

Tra l'altro, con l'ampliamento del mio parco-amici (devo ammettere che io avrò chiesto l'amicizia a qualcuno al massimo cinque volte, il resto si sono tutti auto-proposti), ogni tanto mi rendo conto di stare attenta a quello che scrivo.
Va beh, che alcuni mi conoscono di persona e più o meno sanno con chi hanno a che fare, ma sproloquiare di cose personali che finiscono sulle bacheche altrui implica comunque una certa responsabilità...

A parte che, rileggendo i miei commenti, spesso sono riferiti ad eventi contingenti, tipo : sono stanca, che giornata di m...a, non mi va di andare a lavorare, ma quanto piove, insomma, di questo genere qui. Francamente, uno sfogo personale di cui agli altri non credo che importi assolutamente nulla.
Forse Fb, e anche Twitter, sono solo un modo per esserci, per non risultare invisibili al resto del mondo. Meglio scrivere cose banali che non scrivere nulla, sparire nel nulla.
So che non vi potrebbe fregare di meno che sono stanca e scoglionata, ma tanto ve lo dico lo stesso e siete quantomeno obbligati ad ospitarmi nella vostra bacheca.

Poi ogni tanto pubblico qualche link di musica, e lì mi rendo conto che i miei gusti possano davvero risultare stravaganti ai più, soprattutto a chi mi conosce bene...è che si vorrebbero condividere le proprie scoperte musicali ma alle volte, anche lì, si opera una scelta, questo no perchè dopo pensano che sia completamente sciroccata, oppure quest'altro non lo metto perchè mi ricoverano alla neuro direttamente...

Insomma, do spesso uno sguardo a Facebook, poi però torno ad occupazioni più produttive...ma quante sono le persone che ci stanno incollate per ore?
Capisco che tutto quello che c'è dentro è coinvolgente, i gruppi, i test, i giochi, le fotografie...

D'accordo, ho partecipato anch'io a Biotronic, World Challenge, Brain Buddies, ma il prossimo che mi invita a Farmville, giuro che lo uccido!



Pandolce lievitato integrale alla semola di grano duro, con miele, noci e uvetta (con la mdp)

Si tratta di un pane morbidissimo e molto lievitato, quasi un pan brioche con appena una punta di dolce, a cui ho aggiunto le noci e l’uvetta, che secondo me legano benissimo con questo tipo di impasto.
A noi è piaciuto moltissimo, davvero una bella riuscita per questo impasto a base di semola rimacinata e farina integrale, insolito ma riuscito davvero!
Ho preso la ricetta dal volume Pane, Pizza e Torte Salate di La Repubblica, però poi ho rielaborato il tutto aggiungendo e togliendo gli ingredienti, quindi alla fine...

Come tutti i lievitati, tende ad indurirsi, conservatelo nella plastica oppure congelatelo a fette. Io l'ho tagliato a fette e conservato in bustine ben chiuse, ha retto benissimo parecchi giorni, senza congelarlo.


270 grammi semola di grano duro rimacinata
100 grammi farina integrale
2 dl acqua calda
4 cucchiai miele liquido
4 cucchiai olio
2 cucchiaini zucchero
1 cucchiaino lievito secco Mastrofornaio
Mezzo cucchiaino sale
100 grammi noci a pezzi
Un pugno di uvetta

Programma impasto 1 ora e mezzo

Sgonfiare sulla spianatoia, mescolare all’uvetta già ammollata e strizzata e le noci spezzettate.

Mettere sulla carta forno nello stampo da plumcake da 30 centimetri, spolverare di zucchero semolato e altra uvetta, mettere a lievitare nel forno per 2 ore, coperto da un panno, fino a che non avrà superato le pareti dello stampo.

Accendere il forno a 200 gradi e farlo riscaldare, tenendo lo stampo coperto sopra, al calduccio, poi scoprire delicatamente il pane (che sarà bello rigonfio, attenzione a non sgonfiarlo).

Cuocere a 180 gradi per 40 minuti sul secondo ripiano dal basso.

venerdì 22 gennaio 2010

Sperimentazioni dolci con la mdp: Maritozzi lievitati all'uvetta




Ed ecco di nuovo in funzione la mia nuova macchina del pane. Dopo il pandolce all'uvetta, che ripeterò cuocendolo in forno, ero alla ricerca di un'altra ricetta dolce, ma non troppo burrosa.
Ho preso questa ricetta da Marianna, adattandola alla mdp (ma solo per l'impasto e la lievitazione): mi aveva intrigato per gli ingredienti semplici, senza burro nè uova, e allora mi sono subito messa all'opera.


A Roma si chiama maritozzo una pasta lievitata di forma ovale, piuttosto robusta come dimensioni, la superficie brunita e il sapore solo lievemente dolce, spaccato a metà e farcito con panna montata, era un dolce tipico della città ma che ora si trova sempre di meno, nelle pasticcerie o nei bar, rimpiazzato definitivamente dai croissants di pasta sfoglia (surgelati o meno), ma per fortuna sopravvivono bombe e ciambelle fritte, cosparse di zucchero semolato.


A Trastevere tanti anni fa la famosa Pasticceria Cecere, in via San Francesco a Ripa, faceva dei maritozzi fantastici, ora non saprei proprio dove cercarli, peccato...





Marianna li chiama maritozzi ed io farò altrettanto, specificando comunque che si tratta di paste lievitate all'uvetta, non eccessivamente dolci, bagnate con miele e cosparse di zucchero semolato.

Appena sfornate ne ho addentata una ancora calda, una vera delizia. Il pomeriggio erano ancora morbide, invece il giorno dopo sono diventate un po' più consistenti, confermando l'assunto che i lievitati, purtroppo, si induriscono entro poche ore: li ho chiusi in una scatola di latta ma non è servito a mantenerli soffici, ho ricevuto il saggio consiglio (sempre da Marianna) di chiuderli nella plastica, in maniera di averli sempre freschi e morbidi.

La prossima volta farò così.

Ho provato a fare tre forme, delle chiocciole, delle treccine e dei piccoli panini: direi che le chiocciole sono quelle riuscite meglio! Tra parentesi ho messo le variazioni (minime) alla ricetta originale (grazie Marianna!)





Maritozzi all'Uvetta



- 500 gr. di farina “00”
- 150 gr.di latte
- 75 gr. di zucchero semolato
- 60 gr. di olio extravergine d’oliva
- circa 100 gr. di acqua
- 1 cubetto di lievito di birra (5 grammi lievito secco Mastrofornaio)
- 1 cucchiaino di sale
- buccia grattugiata di un limone biologico (1 bustina di vanillina)
- 50 gr. di uvetta


Ho messo l'acqua e il latte tiepidi in fondo al cestello assieme all'olio, versata la farina.
Al centro ho messo lo zucchero, quindi il lievito secco, in un angolino il sale.

Ho lanciato il programma Impasto (1 ora e 30), poi ho lasciato un'altra mezz'ora nel cestello.

Ho tolto la pasta, piuttosto molliccia, l'ho stesa sulla spianatoia aiutandomi con altra farina, e ho mescolato l'uvetta.
Ho fatto le chiocciole ( 2 teglie), e le ho lasciate a lievitare nel forno tiepido per altre tre ore.
Poi le ho infornate a 170 gradi, nel forno caldo, per 15 minuti sulla leccarda coperta di carta forno, terzo ripiano dal basso, poi le ho voltate per farle colorire anche sopra, tenendole altri cinque minuti.

Appena sfornate, le ho spennellate con del miele sciolto con un goccio di acqua calda e cosparse di zucchero semolato.

giovedì 27 novembre 2008

Alla ricerca del Krapfen perfetto


Io adoro i Krapfen, per me sono sinonimo di vacanza, di montagna, di paesini caratteristici e verdi vallate. In tutte le mie vacanze dolomitiche i Krapfen sono sono un imperativo, assieme allo strudel e al buonissimo pane del nord.

Qui a Roma ci sono le bombe, sempre delle palle di pasta fritte, piene di crema e coperte di zucchero semolato. Sono buonissime, però i Krapfen, non so perchè, mi affascinano di più, forse perchè hanno un qualcosa di esotico, almeno per me che vivo qui.

E' parecchio tempo che sto cercando una ricetta, però al forno, perchè fritti sono un attentato a qualsiasi dieta, se si è in vacanza e si scarpina tutto il giorno va beh, ce li possiamo pure permettere, ma per una colazione normale, insomma...

Finora ho sperimentato due versioni, nessuna delle quali mi ha convinta del tutto: non perchè non fossero buoni, ma perchè sono risultati piuttosto diversi dal morbido e burroso Krapfen.


La prima, ho cercato di adattare la ricetta di Nightfairy: la sua ricetta prevede, però, la frittura. Ho cercato di ovviare alla differenza di cottura facendoli lievitare un'ora di più, ma ovviamente il risultato non può essere lo stesso. La pasta è morbida ma non come dovrebbe essere, perchè non si gonfiano nell'olio bollente. I suoi sembrano proprio perfetti, magari la prossima volta mi faccio coraggio e li provo nella sua versione integrale.

La ricetta originale la trovate qui.



Ho trovato, poi, questa interessante ricetta sul volume Trentino-Alto Adige della serie Cucina Regionale, di Repubblica, e sembrava la ricetta perfetta. Ho solo dimezzato le dosi di burro (andavano praticamente quasi immersi nel burro sciolto e poi messi in forno) e ho dovuto aggiungere un po' di farina perchè ci ho messo tutto il latte che figurava tra gli ingredienti (spesso non collima con quello che poi c'è scritto nella ricetta).


Mi sono venuti anche un po' grossi, non c'eera scritto per quanti krapfen fosse l'impasto, e non credevo lievitassero così tanto. Io ho fatto dieci pagnottelle, ma ne possono venire tranquillamene quattordici o quindici.

Però, assolutamente, in questa versione non sono Krapfen, ma panini dolci lievitati, con ripieno di marmellata. Insomma, non ci siamo neanche lontanamente.

Comunque, sono buoni inzuppati nel latte bollente, proprio come il pane.
E' una ricetta un po' lunghetta, con tre lievitazioni.

Vi riporto la ricetta con le mie modifiche:

450 grammi circa di farina+ quella a raccogliere
30 grammi di lievito di birra
1,5 scarsi di latte
70 grammi di burro
70 grammi di zucchero
0,5 dl di liquore (serve a coprire il sapore del lievito che è un po' forte)
un pizzico di sale
marmellata di arance
latte e zucchero a velo

Primo impasto:

sciogliere il lievito in 1 dl di latte tiepido, quindi incorporare tanta farina per formare un panetto sodo (a me ne sono serviti 150 grammi).

Mettere il panetto a lievitare almeno mezz'ora, coperto da un panno e al calduccio.


Seconda lievitazione:

Mettere la farina con un pizzico di sale in una ciotola, su una spianatoia, quindi aggiungere il burro fuso freddo, il latte tiepido, lo zucchero e il panetto lievitato.

Versare l'impasto sulla spianatoia e lavorarlo fino ad ottenere una pasta liscia.
Mettere la pasta in una ciotola coperta da un panno, al caldo, per due ore

Terza lievitazione:

riprendere la pasta, sgonfiarla un poco, quindi cominciare a formare i panini.
Assolutamente non fare come consiglia il libro, cioè di formare delle palline, farci un buco, infilarci la marmellata e richiudere: è difficilissimo richiuderle bene, si sono aperte tutte mentre lievitavano.

Stendere ogni pallina a dischetto, spesso almeno un centimetro, porre nel mezzo un cucchiaino di marmellata, poi sovrapporre un altro dischetto e chiudere bene i bordi.

Mettere tutti i krapfen su due teglie, foderate di carta forno, a notevole distanza l'uno dall'altro, spennellarli di latte non freddo, e rimetterli a lievitare per un altra ora nel forno.

Una volta lievitati, spennellarli delicatamente di latte, cospargerli di zucchero a velo ed infornare nel forno già caldo a 180 gradi, ripiano centrale, per circa 15 minuti.

Spolverare di zucchero a velo una volta freddi.

Sono molto morbidi caldi, appena sfornati, però tendono ad indurirsi presto. Tenerli coperti, e casomai riscaldarli all'occorrenza.

venerdì 24 ottobre 2008

La Treccia di Nonna Pina

Come vi avevo anticipato tempo fa, ho trovato in rete una raccolta di ricette diegli anni 50-60, che va sotto il nome di Le ricette di Nonna Pina: sono foglietti scritti a mano con mano un po' tremolante, con lo stile calligrafico che si usava tanto tempo fa, e inoltre ritagli di giornali ingialliti dal tempo, con ricette, consigli. Ho fatto il plumcake ed era riuscito benissimo.


Una pagina di questa spiegava le tecniche di preparazione del pane, ed ho scelto questa treccia al latte. Non si tratta di un pandolce o di una brioche, ma proprio di un pane, anche se morbido e a pasta compatta. Se ne può ricavare una versione salata, aumentando il sale, oppure una versione semidolce, come questa, con un po' di zucchero e l'uvetta.

E' perfetto per la prima colazione, soprattutto con la marmellata od inzuppato nel latte, si è mantenuto fresco, ben involtolato in un panno, per quattro giorni (poi è finito) e vien fuori una treccia di notevoli proporzioni.

800 grammi di farina 00
300 ml di latte
100 ml scarsi di acqua
16 grammi di lievito di birra fresco
20 grammi di burro
Un cucchiaino di sale
Due cucchiai di zucchero

+100 grammi di uvetta, 2 cucchiai di liquore dolce

Sciogliere il burro nel latte, facendolo arrivare ad una temperatura intorno ai 38 gradi (deve essere caldo ma non bollente), e riscaldate anche l’acqua.

Mettete in una grossa terrina la farina, mescolatevi il sale e lo zucchero, quindi cominciate ad aggiungere i liquidi, buttando poi l’impasto sulla spianatoia e continuando ad impastare per 10 minuti.

Mettere in una ciotola coperta da un panno a lievitare, in forno tiepido e spento, per un’ora.

Nel frattempo mettete a bagno l’uvetta in acqua tiepida per almeno trenta minuti.

Riprendere l’impasto, aggiungere l’uvetta ammollata e strizzata,

quindi tagliarlo in tre parti, formare dei cordoni, posizionarli su una grossa teglia da pizza (io ho preso la più grossa che avevo, dimensioni 36 per 40 centimetri, perchè la treccia viene grossa, lunga un po' meno di 45 centimetri, ci sta di traverso)


Prendere i tre cordoni, intrecciarli e far lievitare la treccia per un'ora e mezzo, due ore, coperta da un panno (vi conviene fare la treccia compatta ma con molti intrecci, lievita meglio senza sfasciarsi e viene più carina). Quando sarà ben lievitata

spennellatela delicatamente con un gocciolo di latte tiepido.

Mettere in forno caldo a 200 gradi (ripiano centrale) per 30-35 minuti.

martedì 21 ottobre 2008

Voilà le pain au chocolat

Visto che sono in tema di Parigi, eccovi una ricetta presa dal delizioso blog di Mimine, a cui ho rubato anche la ricetta della Brioche de Rinxent (avvertendola, naturalmente: Mimine non parla italiano, e si è un poco meravigliata per aver visto citato il suo blog su un blog italiano, ma le ha fatto piacere).

Mimine fa dei dolci meravigliosi, molto francesi, elaborati, bellissimi da vedere.
Una consistente parte dei suoi dolci è di base lievitata, croissants, brioches, trecce: come questi pains au chocolat, che però, a differenza di altre sue ricette, hanno una composizione più leggera, meno burrosa.
Questa è la pagina originale con le fotografie del procedimento; Mimine ne ricava 4 ma ne consiglia di farne 6: io direi la la verità sta nel mezzo, perchè i suoi sono molto cicciotti e i miei un po' poco, con 5 credo sarebbero perfetti.

Ingredienti:

250 grammi di farina
1 cucchiaino di sale
1 sacchetto di lievito di birra secco
120 ml di latte tiepido
40 grammi di zucchero
100 grammi di burro morbido
1 uovo per dorare
cioccolato a barre


Io usato dei pezzi di uovo di cioccolato che avevo in freezer, così li ho tolti di mezzo. Ho inoltre usato dosi doppie, me ne sono venuti dodici, di cui alcuni li ho farciti con un cucchiaio di marmellata di ciliegie.

Fare la fontana sulla spianatoia, quindi aggiungere il sale, lo zucchero, il latte con sciolto il lievito di birra secco, il burro morbido e impastare per 15 minuti fino ad ottenere una pasta omogenea.

Mettere la pasta in un luogo caldo e riparato e farla lievitare almeno un'ora.

Col mattarello stendere un rettangolo 20 per 50 cn, quindi tagliare 5 strisce di pasta.

Porre una barra di cioccolato all'inizio, fare un giro e mettere un'altra barra di cioccolato, quindi terminare il giro (non deve essere proprio tubolare, diciamo una specie di strudel).

Mettere i cinque pains su un foglio di carta forno, al riparo, e farli lievitare almeno altri 40 minuti.

Battere l'uovo con un cucchiaio di zucchero vanigliato, spennellare abbondantemente le cinque paste ed infornare 15 minuti a 220 gradi (io li ho messi sul ripiano centrale).
Io ho scelto di spolverizzarli di nuovo di zucchero a velo: la versione qui sotto è con marmellata di ciliegie (a mio marito non piace la cioccolata, lui si è mangiato questi ed io quelli al cioccolato )

venerdì 19 settembre 2008

Ciambella di Vicenza (senza gatto)


Il tempo di questi giorni è veramente deprimente: siamo solo al 19 settembre e sembra di essere a fine ottobre, sto già cominciando a tirare giù i maglioni!
D'altra parte, ieri ho avuta una brutta ricaduta di febbre, per cui me ne sto rintanata a casa col maglioncino addosso e una bella tazza di the caldo, ma dimmi te...
Domenica sera abbiamo un matrimonio, questa estate mi ero comprata un vestito favoloso scollato, con uno spolverino di velo sopra: devo inventarmi qualcosa per non morire di freddo e per non farmi venire una broncopolmonite, spero proprio che per domenica il tempo migliori
:-(

Mi è arrivata la segnalazione di Zucchero e Cannella, a cui non tornava qualcosa degli ingredienti delle ciambelline vicentine: lei non ci ha messo il gatto, e questo è già qualcosa, ma non giustificava assolutamente la pessima riuscita della sua ciambella, anche se poi è riuscita a salvarla in extremis biscottandola.

Siccome mi dispiace sempre quando le mie ricette si rivelano catastrofi, sono corsa ai ripari.

Presa da un dubbio atroce sul numero delle uova (io spesso cambio le quantità di ingredienti delle ricette originale, ma appunto sempre le correzioni sul libro stesso, e stavolta non avevo segnato nulla) ho rifatto l'impasto, a forma di grossa ciambella, ed invece confermo gli ingredienti delle ciambelline (stavolta il gatto non ce l'ho messo neanche io, quindi siamo pari)

:-)

E' evidente che non avevo spiegato bene il tipo di impasto da ottenere: assolutamente non una frolla dura, da stendere col mattarello, ma una pasta molliccia e appiccicosa da lavorare il meno possibile. Il risultato è una pasta compatta, friabile ma non morbida con una torta, non molto dolce: la consiglio nel latte della colazione, magari con un velo di marmellata sopra, se invece dovete mangiarla per merenda forse è un po' troppo consistente, almeno nella forma di mega ciambella, le ciambelline vengono più morbide.

La pasta è stata poi divisa in due parti e accomodata alla bell'e meglio nella teglia, ricongiungendo i due salsicciotti per chiudere il cerchio, e appiattita col dorso di un cucchiaio, infine una abbondante spolverata di zucchero semolato.

Gli ingredienti li trovate nel post di cui sopra, aggiungo solo che la teglia (una vecchia teglia di alluminio di mia madre, anche leggermente stortignaccola, dalle pareti alte e scanalate) è di diametro di 24 centimetri ma svasata, imburrata ed infarinata, per quanto riguarda la farina 0 ho usato la Manitoba.
La cottura della grossa ciambella (che, ripeto, non è un ciambellone, ma vien fuori una pasta più compatta e con una bella crosticina di zucchero, visto che la farina è Manitoba e cresce molto) è stata di 45-50 minuti a 190 gradi, sul ripiano centrale del forno.

venerdì 12 settembre 2008

Ciambelline di Vicenza con Gatto

Chi possiede, o meglio, chi ha la fortuna di essere scelto come coinquilino da un gatto, lo sa. Impossibile tenere a freno la sua curiosità, ogni novità deve essere accuratemente ispezionata dal felino curioso.

Al nostro Ispettore Koko piace sovrintendere ai lavori di cucina, specie se si tratta di attività carnali o ittiche. Se si tratta di dolci, la cosa lo lascia più indifferente, però un'occhiatina la butta lo stesso, non si sa mai ci scappasse qualcosa di buono.
Sempre per restare in tema di gatti e dolci, vi ricordo il famoso Paradosso del Gatto imburrato (definizione ripresa da Wikipedia):

Le due leggi alla base di questo paradosso sono:


  • Un gatto cade sempre sulle zampe (e mai sulla schiena);

  • Una fetta di pane imburrata cade sempre dalla parte del burro (derivata dalla
    Legge di Murphy);

Assunte queste due leggi come valide, basterebbe prendere un gatto e legare una fetta di pane imburrato sul suo dorso.
Lasciando il gatto da un'altezza ipoteticamente infinita, il gatto tenderebbe ad atterrare sulle zampe, mentre la fetta di pane imburrato tenderebbe a cadere dalla parte del burro; si creerà quindi un moto perpetuo in cui sia il gatto sia la fetta di pane continueranno a ruotare all'infinito.
Bisognerebbe provare, ma Koko non ama il burro, e neanche essere buttato dalla finestra, per cui non credo che approverebbe l'esperimento.

I puristi penseranno che avere perennemente un gatto in cucina non sia il massimo, dal punto di vista dell'igiene, e hanno sicuramente ragione. Ma stavolta Koko era così immerso in un sonno soporoso e languoroso che non ho avuto cuore di buttarlo già dal tavolo, per cui, ecco le Ciambelline con Gatto.
Se poi sono veramente di Vicenza, sinceramente non lo so, ma la ricetta che ho preso dall'Enciclopedia Milledolci di Fernanda Golosetti (Fabbri Editore) riporta questo nome.

Ingredienti per circa 15 grosse ciambelline (il gatto ha degli ingredienti a parte):

Importante: le mie uova erano medio-piccole (erano cinque), mi è stato segnalato che l'impasto con uova normali era un po' troppo molliccio per essere lavorato. Per essere molliccio, un po' deve esserlo, un po' più morbido di una pastafrolla, tipo pastafrolla all'olio, per intenderci. Se le vostre uova sono grandi, diminuite la dose a quattro, ma tenete comunque presente che l'impasto non è facilmente lavorabile, la manipolazione va ridotta al minimo.

  • 500 grammi Farina bianca 0
  • 150 grammi zucchero semolato
  • 100 grammi burro
  • 5 uova medio-piccole
  • 50 grammi granella di zucchero
  • 1 bicchierino di liquore (grappa, anice, marsala) io ci ho messo del vinsanto
  • 1 bustina di vanillina
  • 1 bustina di lievito per dolci

    Prendere un gatto e posizionarlo su un tavolo.

    A parte far ammorbidire il burro a temperatura ambiente.
    In una capace terrina mettere la farina, lo zucchero, il lievito, la vanillina e un pizzico di sale.
    Fare la fontana al centro, quindi cominciare ad aggiungere le uova (tranne un poco di albume), il burro morbido e il liquore, fino ad ottenere un impasto morbido: l'impasto non va lavorato a lungo, anche perchè tende a diventare appiccicoso.

    Cominciare a formare velocemente dei salsicciotti, che andranno posti su una grande placca rivestita di carta forno.

    Calcolate che le ciambelline, durante la cottura, lieviteranno parecchio.
    Sbattete l'albume rimasto, spennellatelo sopra le ciambelle e cospargete di grannela di zucchero.

    Infornate nel forno caldo a 190 gradi per circa 30 minuti, sul ripiano centrale (solo le ciambelline, non il gatto, a meno che non vogliate mangiarlo).

    Due ore dopo:

    Si tratta di ciambelline lievitate molto morbide, non eccessivamente dolci, perfette per la colazione.


    Per quanto riguarda il gatto, la ricetta per un'ottima riuscita è: pappa buona, possibilmente ad orari regolari; coccole prima e dopo i pasti, o a richiesta; una bella spazzolata per togliere i peli morti; un vasetto di erba gatta per farlo vomitare (mi dispiace per i vostri pavimenti, ma meglio un gatto vomitoso che un intoppo intestinale); un bel divano su cui esercitarsi con le unghie; una alta postazione in cucina (tipo credenza) da cui seguire attentamente la preparazione dei pasti; letti, divani e poltrone comodi e morbidi su cui pisolare, tutti a sua disposizione, naturalmente, voi arrangiatevi come potete.

    Se seguirete queste semplici regole di base, avrete un gatto in perfetta salute, di buonumore, pelo lucido e pronto alle coccole.

martedì 10 giugno 2008

La Ciambella di Lo

Ho visto questa meravigliosa ciambella lievitata sul sito delle Galline Second Life, e non ho resistito: i dolci sono divertenti da preparare, ma quelli a lunga lievitazione sono una vera sfida, perchè non si è mai certi del risultato. L'esperimento è andato alla grande, la ciambella è risultata buonissima (anche se non sono riuscita chiuderla come Lo).

Per quanto riguarda la farcia, l'originale prevedeva crema di cioccolato e mandorle, che io ho dovuto sostituire con della semplice marmellata perchè a casa mia il cioccolato non piace, purtroppo.

La pagina con le spiegazioni è questa.

Lo usa la pasta madre(quanto la invidio), io ho usato mezzo cubetto di lievito fresco.

Per quanto riguarda le dimensioni della sfoglia, le mie erano 30 per 42 centimetri, ma vi consiglio di farla più grande, sennò non si chiude la ciambella e viene poco arrotolata. La prossima volta metterò un poco meno di marmellata e la arrotolerò più strettamente, tanto cresce benissimo anche se la sfoglia è più sottile.
Per lo stampo, l'ho messo in uno piuttosto alto, come si può vedere dalla foto
  • 500g di farina tra manitoba e 00
    mezzo cubetto lievito di birra
    70g di burro
    2 uova
    90g di zucchero
    un bicchierino di liquore
    110g di latte

Farcia

  • marmellata, 350 grammi circa
  • mandorle a scaglie (facoltative)

Sciogliere il cubetto di lievito nella metà del latte tiepido.
Far ammorbidire il burro a temperatura ambiente, quindi fare la fontana sulla spianatoia.

Mettere le uova al centro delle farine ben mescolate, cominciare ad impastare aggiungendo il burro, il latte, il liquore, il lievito, e lavorare la pasta fino ad ottenere un composto liscio.

Mettere a lievitare nel forno tiepido per tre ore, in una pentola coperta da un telo.

Riprendere la pasta e spianarla in una sfoglia di almeno 35 per 45 centimetri: cospargervi sopra la marmellata, facendo attenzione a lasciare un bel bordo libero tutto intorno, altrimenti quando arrotolate la sfoglia vi esce da tutte le parti.

Foderate uno stampo da ciambella piuttosto grosso e alto con della carta forno (usate una foglio tagliato a metà nel senso della lunghezza).

Arrotolate la sfoglia fino ad ottenere un rotolo, quindi ponetelo dentro lo stampo, cercando di chiuderlo a ciambella, e spennellate con del latte.

Mettete a lievitare la ciambella per altre tre ore nel forno tiepido.

Accendete il forno a 170 gradi e mettete un pentolino di acqua sul fondo (io me ne sono scordata).

Spennellate di nuovo col latte la ciambella, quindi infornate per trenta minuti, spennellando di nuovo col latte a metà cottura.

lunedì 19 maggio 2008

Pane di Altamura

Qualche tempo fa, siccome mi piace molto il grano duro, ho fatto il pane senza impasto solo con questo tipo di farina, ma il risultato non mi ha entusiasmato, perchè è rimasto un po' duretto.Allora sono andata a curiosare nell'interessante sito di Gennarino sul Pane fatto in casa, e ho provato a fare queste due pagnottelle che lui chiama Altamura (anche se pare che siano una libera interpretazione del vero Pane di Altamura).
I n ogni caso sono riuscite meravigliose, uno dei pani migliori che abbia fatto finora.
La pagina con le spiegazioni precise la trovate qui.
La ricetta, comunque, è questa (per due pagnottelle)

600 grammi di farina di semola rimacinata di grano duro
mezzo cubetto di lievito di birra fresco
400 grammi di acqua
1 cucchiaio di malto (io ci ho messo del miele)
15 grammi di sale

Tempi di cottura nel mio forno: 30 minuti sulla teglia da pizza con carta forno, i primi dieci minuti al massimo della Temperatura, poi a 220 gradi, voltandole dopo venti minuti, in tutto 30 minuti.

lunedì 12 maggio 2008

Ancora Pane: Baguette

Ormai sforno pani e pagnotte a tutto spiano, questa casa una volta alla settimana si riempie di un profumo di farina e pane che lo sente tutto il condominio, che bellezza. Mangiarlo caldo e croccante poi, poco dopo uscito dal forno, è una di quelle libidini che avevo dimenticato.
Queste vorrebbero essere Baguette, almeno così c'era scritto nella ricetta dell'Enciclopedia della Cucina Italiana, Volume Pane Pizze e Torte Salate.
Della baguette non ha tantissimo, in verità, anche perchè ho calcolato male le dimensioni e ho fatto due baguette invece di tre, perchè dovrebbero essere molto lunghe ma nel mio forno così lunghe non ci vengono. Insomma, sono venute un po' cicciottelle e irregolari per essere delle vere Baguette, ma buone lo stesso!
Crosta croccante e consistente, mollica morbida, ottime anche per fare crostini, panini o per colazione a fette con la marmellata, con la Nutella spalmata sopra è la morte sua, ve lo assicuro.
Ingredienti per 3 baguette:
  • 500 grammi di farina 0 (io ho usato la Manitoba)
  • semola di gramo duro per spolverare
  • 300 ml di acqua tiepida
  • 15 grammi di lievito di birra fresco

1 albume (facoltativo)

Sciogliere il lievito in o,5 dl di acqua tiepidi tolti all'acqua totale, e lasciatelo riposare 15 minuti.

Mescolare in una ciotola la farina e un cucchiaino abbondante di sale, quindi aggiungere l'acqua col lievito ed il resto dell'acqua tiepida. Rovesciare la pasta sulla spianatoia e lavorarla per una decina di minuti, energicamente, aggiungendo altra farina se il composto rimane troppo appiccicoso.
Mettere in una ciotola infarinata e coperta da un telo a lievitare per tre ore, in un luogo tiepido (per esempio il forno spento)
Lavorare solo un poco di nuovo sulla spianatoia, poi dividere in tre parti, formando tre bastoncini, e incidere la superficie con tagli obliqui, abbastanza aperti.
Mettere le tre baguette sulla placca del forno infarinata, coprite col solito telo e fate lievitare di nuovo nel forno tiepido per almeno un'altra ora.
Infornare nel forno caldo a 200 gradi (ripiano centrale) per 20 minuti circa, voltandole a 2/3 della cottura.
Facoltativo: spennellarle ancora calde con albume d'uovo mischiato a due cucchiai di acqua (io la differenza tra prima e dopo la spennellatura non l'ho vista, però).

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