mercoledì 8 luglio 2009

Chiare fresche e dolci acque

E eccoci arrivati alla parte più umida dell'Orto Botanico: attraverso i, viale delle Palme, di cui alcuni preziosi esemplari raggiungono il secolo di vita, ecco la Fontana dei Tritoni, opera dell'architetto Fernando Fuga, a cui si devono sia le fontana e i giochi d'acqua che la progettazione del giardino: una vasca polilobata con due tritoni sdraiati, su cui galleggiano placide due curiose papere, dai colori smaglianti.




Salendo verso la collina, verso le pendici della collina, si lasciano i colori della macchia mediterranea per immergersi in una frescura ombrosa e umida, sotto cui prosperano piante come le felci.



Il giardino della Villa Corsini, quando fu progettato, doveva essere spettacolare: il paesaggio, movimentato da fontane e giochi d'acqua, digradava dolcemente verso il Tevere che, non essendo ancora stato arginato dagli imponenti muraglioni fine-ottocenteschi, arrivava a lambire con le sue acque i giardini delle ville affacciate sull'acqua.

Il paesaggio, ovviamente, è molto cambiato, e non è possibile neanche immaginare la bellezze delle sponde verdeggianti del fiume, su cui si affacciavano case, giardini e ville: ne abbiamo solo una vaga idea ammirando i dipinti dell'epoca, soprattutto gli splendidi acquarelli di Ettore Roesler Franz, esposti al minuscolo Museo di Trastevere. Certe volte è davvero difficile riconoscere, nei bellissimi dipinti del pittore, vie, strade, piazze, interi quartieri addirittura, che vennero completamente stravolti dopo il 1870.

Soprattutto, non ci è rimasto molto delle splendide ville e dei giardini che decoravano la città: per fortuna qualcosa ancora possiamo ammirare, anche se molti splendori sono andati perduti per sempre, a causa di una lottizzazione selvaggia che ha tramutato, in pochi decenni e per sempre, il volto della città.

Del giardino originario c'è rimasta questa bella fontana barocca, chiamata degli 11 Zampilli, sempre opera del Fuga: salendo per la collina, oltre la fontana, si può ammirare un panorama del centro di Roma, su cui svetta la mole candida e maestosa del Vittoriano, e le cupole barocche delle chiese della zona intorno a Corso Vittorio.




Scendendo di nuovo a valle, un piccolo stagno con piante acquatiche: le ninfee galleggiano pigre e luminose sopra le acque tranquille, e alcune papere galleggiano pure loro, godendosi il fresco dello stagno e il calore del sole...




Ed ora una parte interessante, le aiuole dedicate alle piante aromatiche e medicinali, una vera erboristeria all'aperto, chiamata il Giardino dei Semplici.

Molte sono le specie selvatiche, che vediamo frequentemente nei nostri prati o nei campi incolti, e che sono invece utilizzate da millenni come rimedi naturali.
Borraggine, malva, camomilla, dente di leone, borraggine, citronella e tantissime altre...tra queste spiccano delle macchie rosate di imponenti Rudbeckia, un girasole col capo chino e i squillanti e violacei di plumbago e agapanthus, in una sinfonia di colori e di profumi che avvolge i sensi.


sabato 4 luglio 2009

Le meraviglie dell'Orto Botanico



Eh sì, anche Roma, come le più botanicamente attente Parigi, Madrid e Londra, ha il suo Orto Botanico, sconosciuto perlopiù agli stessi romani.



Si trova in un posto bellissimo, una vietta parallela al bel Palazzo Corsini, su Via della Lungara, la lunga via che unisce Trastevere con la zona del Vaticano e di Castel Sant'Angelo, e di cui ho avuto già modo di parlare qui.
Questo bel giardino si srotola lussureggiante sulle pendici del Gianicolo, una sistemazione abbastanza recente ma che ricalca la tradizione bucolica di questo colle: già all'epoca romana una parte era consacrata come bosco dedicato a Furrina, mentre altre zone erano inglobate nei giardini di ville romane, di cui purtroppo non ci sono rimaste testimonianze significative.




Dal Rinascimento in poi vi vennero impiante le grandi ville suburbane che ancor oggi abbelliscono questa zona e quella limitrofa: Villa Chigi (altrimenti detta la Farnesina), con gli splendidi affreschi di Raffaello, Villa Pamphili, Villa Sciarra, l'ottocentescaPasseggiata del Gianicolo, da cui si ammira il panorama di una Roma splendida, e ovviamente la settecentesca Villa Corsini, ora sede dell'Accademia dei Lincei e della bellissima Galleria Corsini il cui giardino, acquistato dallo Stato italiano, è ora adibito a Orto Botanico Universitario.

In realtà la sistemazione alle pendici del Gianicolo è relativamente recente: l'Orto botanico fu impiantato già nella metà del Seicento per volere di Papa Alessandro VII, sempre sul Gianicolo ma in un'area soprastante, alle spalle della Fontana dell'Acqua Paola.

Situato in una posizione poco agevole venne spostato, all'inizio dell'Ottocento, dapprima nel Palazzo Salviati, sempre su Via della Lungara, quindi pochi anni dopo in Via Panisperna, presso il Convento di San Lorenzo.




Finalmente nel 1883 venne sistemato, in maniera definitiva, nel settecentesco giardino di Villa Corsini, opera del famoso architetto Fernando Fuga, considerato l'ultimo esponente del fastoso Barocco Romano: in pieno Settecento infatti il Fuga progetta, oltre alle fontane di questo giardino, alcuni dei capolavori della città come il Palazzo della Consulta (sulla piazza del Quirinale), la facciata di Santa Maria Maggiore, la Chiesa di Santa Maria Orazione e Morte su Via Giulia, una parte del palazzo del Quirinale, la chiesa di Sant'Apollinare.

E allora, subito dopo l'ingresso, ecco aprirsi davanti a noi il Viale centrale, che conduce alla Fontana dei Tritoni, che vedremo la prossima puntata: subito accanto, le aiuole delle piante grasse, mentre sul fondale biancheggia il monumentale Palazzo Corsini (di cui consiglio la visita alla bella Pinacoteca).




L'Orto Botanico è diviso in varie parti, comprese alcune serre, ma le piante meglio acclimatate in questa zona sono le piante grasse e le specie mediterranee.



Questa è la parte della zona mediterranea: in primavera l'orto botanico dà il meglio di sè con le fioriture di rose e il glicine, la forsizia e le azalee, ma in estate fioriscono altre specie non meno belle, come i papaveri e quelle piante semplici, che sono una visione ricorrente sulle nostre coste: santolina, senecio marittimo, rosmarino, salvia, mirto, il cisto, la bouganvillea, l'oleandro, il leccio, il corbezzolo, l'agapanthus e il plumbago.




Ed ecco la parte più bella, la spettacolare fioritura di lavande, che dona un'atmosfera romantica al vialetto che si perde verso i boschi.




Io, personalmente, adoro la macchia mediterranea, e in particolare la lavanda. Fiore semplice, rustico e profumatissimo, che evoca una campagna antica, la fragranza dei sacchetti di velo tra le lenzuola candide e il profumo del sapone di marsiglia.

Una cosa che mi piacerebbe fare è andare a vedere le fioriture di lavande che, tra fine giugno e primi di luglio, inondano di colore le dolci colline della Provenza.



Dicono che il panorama sia mozzafiato, filari e filari a perdita d'occhio. In attesa di vedere quelle dell Provenza, per ora mi accontento di queste...

Arrivederci alla prossima passeggiata nell'Orto Botanico!

Per chi volesse approfondire, per orari e informazioni:

Orto Botanico, La Sapienza

Wikipedia

venerdì 3 luglio 2009

Una ciambella per due



D'accordo, sto cominciando a diventare ripetitiva.
Ormai ho cominciato la mia sfida personale al mondo delle ciambelle, la mia attività ciambellatoria sta diventando maniacale, d'altra parte le soddisfazioni sono tante e, di questi tempi, meglio che niente.

Dopo l'esperimento riuscitissimo delle ciambelle al Vino bianco, ho deciso di esibirmi nelle Ciambelle al Vino Rosso: ovviamente non con la stessa ricetta (non che non ci avessi pensato, erano venute buonissime), ne ho cercata un'altra per sperimentare qualcosa di diverso, a patto che fossero comunque ad impasto semplice, senza burro.





Ho trovato queste ciambelline di San Michele nel blog Che ci vuole, la forma mi ha incuriosito e l'impasto faceva proprio al caso mio.Sono venute ottime, anche troppo perchè alla fine una ciambella tira l'altra, e allora...




Le dosi riportate erano troppo abbondanti per me, allora ho dimezzato tutto, e comunque ne sono venute parecchie.
La metà le ho fatte con la forma a ciambella intrecciata, come mostrava il video, le altre le ho fatte semplicemente tonde, piuttosto piccole.
Sono rustiche e croccanti, ottime sia da mangiare così che da inzuppare nel caffellatte.
Intrecciate sono più decorative ma la lavorazione è più lunga e sono più difficili da cuocere dentro, mentre piccole e tonde sono più facili da fare e si cuociono prima.
Insomma, provate e vedete come vi piacciono di più...




Col mio forno ho qualche problema a non farle bruciacchiare sotto, anche mettendole al ripiano delle crostate, il terzo dal basso: allora ho ovviato mettendo una leccarda al piano di sotto, in maniera da attenuare il calore.Non avevo i semi di anice e allora ho aggiunto un goccio di vinsanto.



Dosi per una quarantina di ciambelline:

900 grammi di farina 0 di grano tenero (io 750 di Manitoba e 150 di farina 00)
250 grammi di zucchero semolato
250 cl di vino rosso
250 cl di olio evo
1 uovo
un cucchiaio di semi di anice (io un cucchiaio di vinsanto)
una bustina di lievito per dolci
zucchero semolato per la copertura

Tre teglie coperte di carta forno

Disporre la farina mescolata al lievito dentro una ciotola, rompere in mezzo l'uovo e cominciare ad aggiungere il vino, l'olio e lo zucchero.

Impastare energicamente la pasta, che sarà della consistenza di una frolla ma più umida.
Cominciare a formare le ciambelline (per le ciambelle intrecciate vi consiglio di seguire il video di spiegazione), passarle nello zucchero semolato, quindi disporle sulla teglia coperta di carta forno.

Infornare in forno caldo a 180 gradi per circa 25-30 minuti, con una leccarda al piano sottostante per non farle bruciare.

Si conservano benissimo in una scatola di latta.

martedì 30 giugno 2009

Antipasti sfiziosi e veloci



Quante volte abbiamo qualcuno a cena, e improvvisamente non sappiamo cosa cucinare?
A me, le rare volte che ho ospiti a cena, succede di cominciare ad elaborare menu complicatissimi, sembra quasi che scorrendo il mio ricettario non ci sia nulla di particolare che io sappia fare, a parte cose normalissime...il problema è che, solitamente, non cucino mai i piatti classici, o quelli particolarmente elaborati, come le lasagne ( le avrò fatte una volta in vita mia), i cannelloni, a meno che non siano comprati già fatti, oppure secondi come arrosti e cose del genere...

Di solito cucino cose più semplici, magari vegetariane, per cui alla fine non sai cosa offrire di particolare... anche perchè, decidendo di esibirsi in ricette poco abituali, si rischia la catastrofe. Almeno è quello che succede a me, quando decido di cucinare qualcosa con cui non ho molta dimestichezza.



Un'alternativa valida per fare bella figura con poca fatica è preparare qualche sfiziosità come antipasto, in maniera da movimentare il menu...avevo visto queste pizzette di pasta sfoglia sul blog di Dolcetto, qualche tempo fa, e ho deciso di provarle. Le pizzette sono buone comunque, ma quelle con la pasta sfoglia sono più veloci da fare, rispetto a quelle con la pasta di pane, perchè basta stendere il rotolo scongelato e farcirle.




Dolcetto consiglia di farcire la sfoglia intera e poi tagliarla, una volta uscita dal forno: certo, le pizzette vengono più farcite, però non è facilissimo tagliare i quadrotti senza disfare tutto il condimento, forse è meglio tagliare la sfoglia e poi farcire quadrotto per quadrotto.

Ho provato due versioni, quella Margherita e con le patate e emmenthal: le patate però vanno tagliate a julienne sottilissime, altrimenti in quei pochi minuti di forno non si cuociono.

Un rotolo quadrato di pasta sfoglia
Passata di pomodoro
Mozzarella
olio evo, sale, origano
patate, rosmarino
un pezzetto di formaggio, tipo Emmenthal, scamorza o provola

Tagliare il rotolo di pasta scongelata a quadretti.

Condirne una parte con il pomodoro, sale e un filo di olio, poi sistemare un pezzetto di mozzarella su ogni quadrato.

Tagliare a julienne la patata, molto sottile, sistemarla sul resto dei quadrotti di sfoglia, salare, pepare e un filo di olio, quindi cospargere di rosmarino.

Infornare sulla leccarda coperta di carta forno, sul terzo ripiano dal basso, in forno caldo a 180 gradi, per circa 2o minuti (almeno nel mio forno).

Per quella con le patate: accendere qualche minuti il grill elettrico, per cuocere bene anche la parte superiore.

sabato 27 giugno 2009

Quando la luce del nord si tinge di nero...

O di giallo, come si dice da noi.
E’ recentissimo uno dei casi editoriali più eclatanti degli ultimi anni, lo svedese Stieg Larsson, che è esploso con la sua trilogia Millennium, famosissima anche grazie al passaparola.
Ma non è un fenomeno dell’ultima ora, in realtà sono diversi anni che si stanno affacciando alla ribalta diversi giallisti scandinavi: l’apripista è stato Peter Hoeg, che nel lontano 1992 pubblicò un altro caso letterario, Il senso di Smilla per la Neve.

Un giallo insolito, ambientato in una Copenhagen invernale, solitaria e oscura, che vede come protagonista la giovane groenlandese Smilla, mezzosangue eschimese dal passato inquieto ed instabile e dal presente incerto.
Smilla assiste alla morte misteriosa del suo piccolo amico Esajas, uno degli abitanti del moderno quartiere le Cellule Bianche, un assemblaggio di casermoni di cemento bianco affacciati sul porto di Copenhagen. Un posto costoso ma abbastanza squallido, abitato da personaggi incolori, tutti persi nelle loro piccole solitudini, ma con la vita piena di piccoli e grandi segreti, e cose non dette.

Il piccolo Esajas ha una madre alcolista, Juliane, donna fragile e insicura, troppo presa dai suoi problemi per occuparsi di lui: il piccolo si aggrappa a Smilla e ad un altro abitante del palazzo, il meccanico, uomo mite e tranquillo, solido e silenzioso, che invece nasconde anche lui segreti inquietanti.
Quando Esajas cade dal tetto del palazzo, Smilla è l’unica a non essere convinta della dinamica degli accadimenti.
La ragazza, infatti, conosce la fobia del bambino per l’altezza e, grazie al suo sesto senso per la neve (gli eschimesi hanno dieci modi diversi per definirla), non è convinta delle tracce lasciate dalla folle corsa del bambino, sulla neve intatta del tetto.

“Sono venuti in molti, forse venti, e ora si lasciano inondare dal dolore come da un fiume nero, nel quale si immergono e dal quale si fanno trascinare in un modo che nessun altro può capire, nessuno che non sia nato in Groenlandia. E forse neanche questo è sufficiente. Perché neanche io sono con loro.
Per la prima volta guardo davvero la cassa. E’ esagonale. In un certo stadio i cristalli di ghiaccio hanno quella forma.
Ora la calano nella terra. La cassa è di legno scuro, sembra così piccola, ed è già coperta da uno strato di neve. I fiocchi sono come piccole piume, e la neve è così, non necessariamente fredda. Ciò che avviene in questo istante è che il cielo piange su Esajas, e le lacrime si trasformano in piume di ghiaccio che si posano su di lui. E’ l’universo che in questo modo gli stende sopra una trapunta affinchè lui non debba mai più aver freddo.”
(Edizione Oscar Mondandori, 2005)

Smilla è un personaggio particolare, irrequieto, una mezzosangue che non si ritrova tra i nativi groelandesi, da cui è stata staccata da bambina, ma è destinata comunque ai margini della società danese per la sua diversità, per la sua formazione scolastica, per la sua infanzia tra i ghiacci, che non le permetteranno mai di inserirsi completamente in una cultura apparentemente tollerante e tranquilla, dove invece si nasconde una sottile vena di razzismo e intolleranza verso le minoranze etniche.

Dal libro è stato tratto un film, che insiste molto sulla parte meno interessante del libro, quella del complotto per nascondere il segreto che si cela sotto la calotta polare, cioè la causa della morte del bambino : se avete visto il film, sappiate che le atmosfere del libro sono tutt’altro.

Per quanto riguarda Millennium, ho cominciato a leggere il primo volume proprio avendo sentito i commenti di alcuni amici, e devo ammettere che il romanzo, come si suol dire, acchiappa davvero.
Sono rimasta incollata alle pagine per un paio di giorni, come stregata, fino a che non l’ho finito.

Bella e fascinosa l’ambientazione, in una villa lussuosa sperduta nelle innevate foreste svedesi, nel freddo inverno nordico, in questa famiglia ricca che, dietro un’immagine patinata, nasconde oscuri segreti e delitti inconfessabili.
Ben tratteggiati i personaggi, primo fra tutti il giornalista indipendente Mikael Blomkvist ma soprattutto lei, Lisbeth Salander, giovane hacker dal passato tragico, disadattata ma combattiva, solitaria e scontrosa, vendicativa e diffidente, ma anche intelligente e coraggiosa. Un personaggio dalle molte sfaccettature, la cui complessità si accentua nei volumi successivi, disvelando man mano un passato sempre più nero e sempre più disperato.

Dal primo volume è subito stato tratto un film, di qualità non eccelsa ma abbastanza onesto, quantomeno dignitoso: essendo stato progettato prima del successo planetario del libro, nessuna megaproduzione hollywoodiana, stile Codice da Vinci o Angeli e Demoni: si tratta di una produzione svedese, con attori a noi sconosciuti.
Tutti più o meno azzeccati, comunque, soprattutto Lisbeth: l’attrice ha dovuto convincere, a suon di bravura, i migliaia di fan dell’hacker, che immaginavano la loro eroina più piccola e gracile, e soprattutto più giovane…invece se l’è cavata benissimo, con la sua recitazione ruvida ed espressiva: penso che ormai, nell’immaginario collettivo, Lisbeth Salander abbia ormai il corpo nervoso e gli occhi neri e profondi di Noomi Rapace.
Sono già stati girati i due capitoli successivi che, pare, usciranno in autunno e in primavera.

Speriamo che Hollywood non pensi di girarci un colossal, magari girato da Ron Howard, con Tom Cruise nei panni di Blomkvist e magari Angelina Jolie in quelli di Lisbeth, sarebbero capaci anche di questo.

So di attirarmi le ire dei fans di Larsson, ma il secondo e terzo volume non mi sono sembrati assolutamente all’altezza del primo, almeno secondo la mia opinione.
Nulla da dire sui personaggi e sulla loro storia personale e sulla definizione del loro carattere: finalmente nel terzo capitolo conosciamo tutta la storia di Lisbeth e i motivi che l’hanno portata ad essere quella che è, forse la cosa più interessante di tutta la narrazione.

Innanzi tutto, devo sottolineare una certa prolissità soprattutto nell’inizio di ambedue i romanzi: la storia stenta a prendere l’avvio, rigirando su stessa in maniera inconcludente per due o trecento pagine, abbastanza inutili ai fini dell’intreccio narrativo, anche se godibili da leggere in ogni caso.
E poi, più che verso il giallo, comincia a virare decisamente verso una spy story dai risvolti piuttosto inverosimili: servizi segreti russi, terrorismo, controspionaggio, una specie di cellula impazzita di agenti dei servizi deviati che copre malefatte e malfattori, uccide e corrompe.
Con scene ai limiti di Alias o Lara Croft, come quando (alla fine del secondo volume) Lisbeth riesce ad uscire dalla sepoltura sotto terra con una pallottola in testa, a raggiungere il malefico padre e a conficcargli un’ascia in testa, ma andiamo…

Insomma, siamo più dalle parti di Tom Clancy che di Agatha Christie, purtroppo: io sono un’appassionata giallista, ne faccio collezione da vent’anni, ma non ho mai amato il thriller americano, il poliziesco in senso stretto oppure il genere spionistico. Preferisco il solido giallo psicologico, quello all’inglese, stile John Dickson Carr, dove si deve scavare nella testa dei personaggi e nella loro storia, per trovare la verità: c’è una parte oscura in ognuno di noi, soprattutto in persone dall’apparenza irreprensibile, ed è proprio questa dualità che viene alla luce e rompe gli schemi abituali, consolidati: il male irrompe nella quotidianità facendo saltare tutti i parametri, e la ricostruzione dei motivi per cui succede è la cosa più interessante di un giallo.

Lo scrittore è morto prima di godere dei frutti del suo successo, e la trilogia probabilmente si fermerà lì, sempre che qualcuno non decida (per ragioni puramente commerciali) di sfruttare il filone e i personaggi in altra maniera.
Il finale del terzo volume è stato lasciato aperto ad ulteriori sviluppi, sicuramente in maniera intenzionale: probabilmente Larsson aveva intenzione di far entrare in scena la sorella gemella di Lisbeth, Camille, che è stata nominata per tutto il libro ma non è ancora comparsa tra i personaggi reali.
Sembra che Larsson avesse cominciato a lavorare al quarto e quinto volume, chissà che non ci metta le mani qualcun altro per terminarli, in maniera da concludere la saga in qualche modo.

Un altro giallista anche lui svedese, Henning Mankell è l’inventore del Commissario Wallander, edito da Marsilio: stavolta ancora non ho letto nessuno dei libri ma provvederò quanto prima.
Dalla serie di romanzi con protagonista Kurt Wallander è stata tratto prima una fiction svedese, andata in onda su Rete4 senza molto successo, e poi recentemente è stata ripresa dalla BBC, che ha girato tre episodi pilota con uno strepitoso e stropicciato Kenneth Branagh, uno degli attori più ispirati e profondi della scena inglese e non solo (adoro Kenneth Branagh, se non s’era capito).
Stanno andando in onda su Sky, proprio in questi giorni, e se ne stanno girando gli episodi successivi.

Ho visto Wallander principalmente per la sua presenza, avendo amato moltissimo le sue superbe interpretazioni Shakespeariane, visto che si tratta di un attore che riesce a tenerti incollato al televisore per quattro ore con il suo Hamlet in versione integrale: se ve lo siete perso, correte ad affittare il DVD e accomodatevi perbene sul divano, perché non riuscirete ad alzarvi prima della fine.

Sottolineo subito che sono dei film televisivi ma ad alto livello, con una fotografia molto bella e atmosfere rarefatte, dai colori particolari, freddi, molto nordici.
Non sono, come si può pensare, dei film di azione, assolutamente no: anzi, l’andatura narrativa è piuttosto lenta, la recitazione, dai lunghi silenzi, è più espressiva che dialettica, la trama non particolarmente complessa, tutto sommato non mi sono dispiaciuti per niente, anzi, sono curiosa di vedere sia la serie originale, quella svedese, che di leggere i libri di Mankell.

Insomma, pare proprio che questi scandinavi abbiano imbroccato il filone giusto…

mercoledì 24 giugno 2009

Insalata estiva di Lenticchie




L'estate, tra le sue molte virtù, ha quella di poter cucinare piatti leggeri e coloratissimi, insalate di tutti i tipi che mescolano legumi, verdura e quello che suggerisce la fantasia: di solito ci si limita alle solite insalate di riso e di pasta fredda, ma veramente se ne possono inventare di tutti i tipi, permettendoci spesso di svuotare il frigorifero di avanzi e scatole già aperte.
Ci sono molti alimenti che non consumiamo abbastanza, oppure che di solito sottovalutiamo: tipo i legumi, l'orzo, il farro, che invece possono essere dei validi sostituti di pasta e riso.

In questo caso, ho utilizzato delle lenticchie secche di Colfiorito, di cui mia madre quest'inverno mi ha fatto una bella scorta, col risultato che ho due chili di lenticchie da smaltire in qualche modo...di solito le faccio in umido con le salsicce, ma in questo periodo non mi pare proprio il caso!

Avevo già fatto un'insalata di lenticchie, con radicchio, mais e pachino: in questo caso ho aperto il frigo e la credenza e ci ho infilato quello che avevo.
Il risultato è un'insalata leggera, nutriente e coloratissima. Essendo un piatto che si mangia a temperatura ambiente e si conserva benissimo in frigorifero per un paio di giorni, può risultare ideale per un buffet, oppure per un picnic, al posto delle solite insalate di riso.





Per due persone (abbondante):
100 grammi di lenticchie secche
un cespo di insalatina da taglio (piccola)
una scatola piccola di mais
un barattolo di giardiniera sott'olio (con funghi, olive, carote, carciofini, cipolline e borlotti)

Mettere almeno due ore le lenticchie a bagno, poi sciacquarle e metterle a cuocere a fuoco dolce, finchè non saranno tenere ma non sfatte, in abbondante acqua leggermente salata (a me ci è voluta un'oretta).

Scolarle e passarle sotto il getto dell'acqua fredda, scolarle bene.

Lavare bene l'insalatina (io ho scelto dell'insalata riccia e della scarola, di taglio piccolissimo), scolarla e tagliarla a striscioline sottilissime.

Scolare il mais dal liquido di cottura, quindi unirlo alle lenticchie, assieme a qualche cucchiaio di giardiniera sott'olio.

Mescolare bene e salare. Se si vuole aggiungere un tocco aromatico, va bene dell'aceto balsamico, altrimenti si può aggiungere una salsa fresca di quelle in bottiglia, tipo quelle allo yogurt o della salsa tonnata.

Non ha un aspetto molto invitante?