I miei viandanti

mercoledì 8 aprile 2009

Passeggiando tra orti, ville e giardini: all'ombra del ricordo di Micòl


Secondo Giorno:

Questo è il giorno dedicato a ripercorrere i luoghi descritti in un romanzo bellissimo, forse il più famoso ambientato a Ferrara, che è anche uno dei miei libri preferiti in assoluto: il Giardino dei Finzi-Contini, da cui Vittorio De Sica trasse, nel 1972, un pregevole film, anche se non uno dei suoi capolavori ( il libro è meglio, come sempre).

Non si può comprendere appieno questo bel romanzo senza aver passeggiato per le strade così ben descritte e tanto amate dallo scrittore, perché la città, le sue mura, i suoi giardini, i suoi lunghi viali alberati da percorrere in bicicletta e il ghetto, non sono solo un mero sfondo alle vicende di Alberto, Micòl e tutta l’aristocratica famiglia Finzi Contini, ma sono parte integrante del libro, come la grande villa su Corso Ercole I, in cui è ambientata la maggior parte della vicenda raccontata da Bassani.

Inizio questo racconto citando un brano tratto dal romanzo, che descrive la grande casa e il suo sconfinato muro di cinta, dieci ettari di verde tra le mura degli Angeli e la Porta di San Benedetto:

“Bastava, che so?, trovarsi a passare lungo l’interminabile muro di cinta che delimitava il giardino dal lato di Corso Ercole I d’Este, muro interrotto, circa a metà, da un solenne portone di quercia scura, privo affatto di maniglie, oppure, dall’altra parte dalle cime delle Mura degli Angeli imminente al parco, penetrare con o sguardo attraverso l’intrico selvoso dei tronchi, dei rami, e del fogliame sottostante, fino a intravedere lo strano, aguzzo profilo della dimora patronale.”

E ' proprio lungo sotto questo mura di cinta che, nel 1929, il protagonista del libro (di cui non viene mai scritto il nome, ma che nel film viene chiamato Giorgio, sorta di alter ego dello scrittore ed interpretato dal bravissimo Lino Capolicchio) incontra la bionda Micòl: ecco come ci descrive, trent’anni dopo, il luogo e l’incontro tra i due ragazzi, entrambi nella prima adolescenza:

“Il luogo è sempre stato particolarmente solitario. Lo era trent’anni fa, e lo è ancor più oggi, nonostante che a destra soprattutto, cioè dal lato della zona industriale, siano spuntate dal ’45 in poi decine e decine di variopinte casette operaie, a paragone delle quali, e delle ciminiere e dei capannoni che fanno loro da sfondo, il bruno, cespuglioso, selvaggio sperone semidiroccato del baluardo quattrocentesco appare di giorno in giorno più assurdo. Guardavo, cercavo, socchiudendo gli occhi al riverbero.
Ai miei piedi (soltanto adesso me ne rendevo conto), le chiome dei nobili alberi gonfie di luce meridiana come quelle di una foresta tropicale, si stendeva il Barchetto del Duca.

(…)
Per via dei capelli biondi, di quel biondo particolare striato di ciocche nordiche, da fille aux cheveux de lin, che non apparteneva che a lei, riconobbi subito Micòl Finzi-Contini.

Si affacciava dal muro di cinta come da un davanzale, sporgendone con tutte le spalle e appoggiandovisi con le braccia conserte. Sarà stata a non più di 25 metri di distanza (sufficientemente vicina, dunque, perché riuscissi a vederle gli occhi, che erano chiari, grandi, forse troppo grandi, allora, nel piccolo viso magro di bimba), e mi osservava di sotto in su.

(…)

Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla.”


(tratto da Giorgio Bassani, "Il Giardini dei Finzi-Contini", edizione San Paolo- Mondadori, 1997)



Il resto del libro è ambientato nell’ottobre 1938, quando i due si incontreranno, da grandi, dopo la promulgazione delle leggi razziali fasciste: il prosieguo della vicenda è noto a tutti, l’amore timido e irrisolto del protagonista per la ragazza, l’ambiguo comportamento di lei, il rapporto amore-odio con l’amico Giampiero, poi la scoperta della (presunta) relazione tra i due, ed infine il triste epilogo, la morte di Alberto per un linfogranuloma, la caduta in Russia del comunista Giampiero, la deportazione in Germania di tutta la famiglia nel ’43, da cui non tornerà più.

Il Corso d’Este in realtà comincia prima, al centro della città, proprio di fronte al castello, e prosegue per quasi un chilometro e mezzo, facendosi via via più bucolico, ai palazzi nobili dell’inizio cominciano a sostituirsi mura coperte di edera e rustici fabbricati a due piani, tra orti, giardini e filari di pioppi, fino ad arrivare al confine settentrionale, alla Porta degli Angeli e i Rampari di Belfiore, che nel periodo in cui scrive Bassani erano semidiroccati ma che, negli ultimi anni, sono stati oggetto di un attento progetto di recupero.

Imboccate il lungo viale dal castello, e cominciate a saggiarne la calda e quieta bellezza, un susseguirsi di palazzi dalle facciate elaborate e portoni intagliati: colpisce subito il Palazzo di Giulio d’Este, a destra, dal lungo fronte in laterizio e balcone di marmo, e il Palazzo Turchi di Bagno, poco più avanti.



Ed eccoci al Quadrivio degli Angeli, punto di incrocio tra Corso Ercole I, Corso Biagio Rossetti sulla sinistra e Corso Porta Mare a destra, verso la Piazza Ariostea, altro capolavoro cinquecentesco di rara suggestione, che sarà la meta finale di questa giornata.
Proprio al centro del Quadrivio, ecco svettare il palazzo quattrocentesco simbolo della città, il Palazzo cosiddetto dei Diamanti a causa del bugnato che ne riveste tutti i lati, di marmo chiaro, dai colori bianco al rosa, che con il cambiare della luce si accende di colori e riflessi diversi, soprattutto al tramonto.
Fu progettato da Biagio Rossetti, a cui è dedicato il lunghissimo Corso che arriva alla Stazione, ed è sede della Pinacoteca, del Museo del Risorgimento e della Resistenza, e di prestigiose mostre temporanee.

Appena superato il quadrivio, la bella facciata del Palazzo Prosperi Sacrati, sempre della stessa epoca, dall’elaborato portone decorato a rosette e il maestoso balcone sorretto da putti.
E’ proprio nel caseggiato quasi fronte al Palazzo che De Sica colloca l’entrata principale della Villa Finzi Contini, il grande portone che racchiude il giardino sconfinato e il campo da tennis, ma ora difficilmente riconoscibile, nella toponomastica moderna.




Da qui in poi, il Corso assume un carattere meno cittadino, più bucolico, i palazzi nobiliari fanno posto a fabbricati più modesti, e sembra veramente di passeggiare su sentieri di campagna, con lunghi filari di alberi, caseggiati bassi, qualche rara macchina e bicicletta, ancor più rari passanti.

Questa non è forse la stagione giusta per gustarne tutto il fascino, ancora troppo brullo il paesaggio, ancora nudi i rami filiformi degli alberi e spoglia la campagna intorno: ma quando le fronde si infoltiscono e il sole si riflette sull’acciottolato levigato della strada, è bellissimo venire a passeggiare su questo viale, quando basta un minimo refolo di aria ad accarezzare le foglie dei pioppi cipressini e a colorarle di mille bagliori argentei, e ancora più bello rimanere in silenzio ad ascoltare l’impalpabile fruscio delle fronde che sussurrano, come onde nel vento.

E’ uno dei posti che preferisco al mondo.


Lunga pausa meditativa in un luogo di struggente bellezza e grande suggestione, forse più romantico in una calda giornata di sole settembrino, come la volta scorsa, ma forse l’orizzonte basso e i colori freddi di questo uggioso inizio di aprile sono in armonia colla malinconia della morte che ispira questo cimitero (le foto col sole invece sono scattate il giorno successivo).

Al Cimitero Monumentale della Certosa ero già stata con la mia amica Pina, durante il mio precedente viaggio, e già allora mi ripromessa di ritornarci. L’ho già scritto nei miei post precedenti, viaggiare in compagnia è più divertente, però viaggiare da soli permette di oziare e vagabondare senza meta, spinti dall’estro del momento e della fantasia, senza rendere conto ad alcuno.
Difficile trovare una persona talmente stralunata disposta a passare un’intera mattinata a curiosare tra le tombe, a leggere le lapidi, a fotografare statue e cappelle mortuarie…almeno, finora non l’ho trovata.

A questo proposito, vorrei raccontare un piccolo aneddoto accaduto parecchi anni fa, durante un’estate in cui io e Pina facemmo venti giorni tra Parigi, Bretagna e Normandia, un bel viaggio in treno di cui ho ricordi bellissimi. Pina è la mia migliore amica fin dai tempi del liceo, mica da un giorno (stiamo parlando quindi di 25 anni di amicizia), e la cosa più ovvia del nostro rapporto è che si basa su una diversità caratteriale veramente clamorosa.
Tanto sono svagata e sognatrice io, tanto è razionale e pragmatica lei.

Tutto questo non ci ha impedito di viaggiare numerose volte insieme, soprattutto tra i venti e i trent’anni. Ovviamente, viaggiare insieme significa anche scendere a compromessi, a volte, tipo un giorno andiamo al Museo d’Orsay e l’altro mi tocca venire ad Eurodisney, però va beh, è bello anche così, almeno non si rischia di rimanere invischiati nelle proprio fantasie un po’ morbose.

Quell’estate riuscii a vedere dei posti che avevo da tempo desiderato visitare, come il Louvre, Versailles, Rouen, Saint Malo e ovviamente Mont Saint Michel, che alla mia anima sospirosa è sempre apparso un luogo da sogno.

Arrivammo alla famosa isola, deposta nella sabbia come una perla preziosa, in treno, provenienti da Rouen: camminando sulla strada che attraversa l'insenatura sabbiosa, dalla stazione, si ha un colpo d’occhio quasi fiabesco, l’isoletta rocciosa con l’austero monastero gotico piantato sopra, l’immensa baia che alla sera viene coperta dalla marea (anche se ora il fenomeno delle maree si va sempre più attenuando, per il progressivo insabbiamento della zona).

Era una giornata uggiosa, cielo plumbeo, una di quelle giornate estive che promette fulmini e saette: facemmo tutto il giro del monastero, dentro e fuori, poi arrivammo alle stanze più alte dell’edificio monastico, da cui si aprono dei piccoli terrazzi a picco sulle rocce, che permettono alla vista di spaziare per tutto il panorama intorno, una visione mozzafiato.

Davanti a me si stendeva tutta la baia in tempesta, le nuvole nere e sempre più minacciose scorrevano rapide all’orizzonte, il vento impetuoso si infilava sotto i vestiti e scompigliava i capelli, il mare spumoso e metallico che si agitava in onde rabbiose, in lontananza, la marea che cominciava a salire, rapida, a coprire la spiaggia.

In quel momento, stringendomi nel maglione, mentre affrontavo impavida la furia degli elementi per godere della bellezza immensa che mi si apriva dinanzi, pensai che era una delle cose più meravigliose che avessi visto in vita mia, che in quel momento avrei potuto anche schiantarmi sulle rocce sottostanti, oppure essere colpita da un fulmine della tempesta, perché non si poteva chiedere di più di tanta bellezza.
In quel mentre, Pina uscì anche lei, nel vento gelido e, raggiungendomi, con aria scocciata borbottò queste testuali parole: “Oh, certo che è proprio una chiavica di posto!”

Pina è, come mio marito, una che per rovinare la poesia del momento è fatta apposta.

Eppure, non si vive di sola poesia e, ogni tanto, qualcuno che ti tira giù dalle nuvole e ti riporta coi piedi per terra, magari serve, sennò si rischia di vagolare a vuoto tra i propri fantasmi.



Stavolta sono tornata alla Certosa da sola (però devo ammettere che l’altra volta Pina mi ha sopportato senza mugugnare troppo, nelle mie peregrinazioni funerarie in questo cimitero).


I famosi cimiteri parigini, in quanto a bellezza delle tombe e alla varietà e originalità della statuaria funebre non hanno rivali al mondo, questo è certo.
Anche Montmartre e le Père Lachaise risalgono allo stesso periodo, all’inizio dell’Ottocento, ma risentono maggiormente del gusto neoclassico e romantico, floreale, languido e un po’morboso, che deriva dalle contemporanee arti letterarie e artistiche e che perdurerà per tutto il secolo e anche oltre, in piena epoca Art Nouveau.

Il luogo che ospita questo cimitero, un antico monastero certosino, inglobato nelle mura della città ma in mezzo al verde, è però di indiscutibile suggestione,forse anche più dei più celebrati cimiteri parigini: risalente alla metà del ‘400 e arricchito dalla chiesa alla fine dello stesso secolo, fu espropriato durante la Rivoluzione francese, e quindi passò al Comune di Ferrara, che lo adibì ad uso cimiteriale nel secondo decennio dell’Ottocento.

Una parte fu abbattuta, le strutture del convento e una porzione dell’antico chiostro e del porticato: quello che rimane comprende la Chiesa di San Cristoforo, una parte del chiostro e il lato destro del portico. La Chiesa fu bombardata pesantemente nel 1944 e semidistrutta: dopo la guerra iniziò un lungo periodo di ricostruzione e di ripristino degli arredi, conclusosi solamente nel 2007.
Una volta destinato ad uso sepolcrale, il cimitero venne progressivamente ampliato, verso il retro e verso sinistra, e fu costruita un’ala nuova del porticato semicircolare, identica all’originale.

La Bella certosa colpisce a prima vista per la facciata ruvida, incompiuta, quasi grezza, in cui la superficie scabra e calda della cortina di mattoni contrasta curiosamente col candido e sontuoso portale barocco in marmo bianco: l’edificio si trova proprio al centro del complesso, con un bel colpo d’occhio sulla prospettiva totale, la chiesa in mezzo ad un immenso prato, le due entrate a destra e sinistra, e le ali semicircolari dei chiostri.
La struttura è visitabile dal 2007, è stata ricostruita come era in originale, per quanto è stato possibile, cercando anche di ripristinare gli arredi ottocenteschi, mentre molte delle opere ivi contenute nei periodi precedenti sono andate irrimediabilmente perdute o disperse in altre collezioni. Purtroppo non è possibile fotografare l’interno, essendo interdetto l’uso della macchina fotografica.


Storia e bellezze artistiche a parte, è comunque un posto particolare, con un suo fascino un po’ malinconico: aggiratevi in silenzio tra le vecchie tombe, nei porticati, e troverete una pregevole statuaria funebre, di gusto romantico, come questa giovane donna inginocchiata con un velo di pizzo a coprirle al testa, oppure la figura velata neoclassica, che piange sul sarcofago della famiglia, il maestoso angelo dalle ali spiegate, posto a difesa della tomba, lo sguardo penetrante, quasi a sfidare il visitatore ad avvicinarsi troppo.

Altre statue sono più moderne, ma non per questo meno toccanti, come questa fanciulla di bronzo che, in ginocchio, depone un mazzolino di rose sulla lastra di granito, oppure i due curiosi signori dalla testa piccina che sembrano danzare, mano nella mano (ho la vaga impressione che queste figurine abbiano una qualche origine, forse una citazione da un’altra opera d’arte, ma proprio non mi sovviene da quale…).

Vi siete immalinconiti abbastanza? Allora, è tempo di andare.

14 commenti:

  1. Che immagini suggestive e malinconiche. Ho visto il film ma non letto il libro, ma sicuramente come dici tu è sempre meglio la versione cartacea. La certosa non la conoscevo per niente. Mi comunica, silenzio e pace. Bellissime le foto degli specchi.
    buona pasqua
    Sciopina

    RispondiElimina
  2. Grazie Scipona, Buona Pasqua a anche a te! La Certosa è fuorid dal centro, bisogna andarci appositamente, non si capita lì per caso, ma ti assicuro che ne vale la pena...

    RispondiElimina
  3. Geillis...che dirti? solo grazie! in questi giorni sto rileggendo questo libro che adoro e proprio una mezz'ora fa, mentre legevo in autobus tornando a casa, ho chiuso gli occhi e ho pensato "si...leggo e immagino ma questo è uno di quei libri che mi fa proprio venire voglia di vedere i luoghi di cui parla"...poi torno a casa, accendo il pc e... trovo il tuo post! che dirti ancora...sempre e solo grazie!
    un abbraccio
    dida

    RispondiElimina
  4. Cara dida anch'io, la prima volta che ho letto il libro, cercavo di immaginarmi i luoghi, poi ho visto il film e mi è venuta voglia di vederli di persona, ed ora ci sono tornata di nuovo...ti assicuro che è veramente emozionante, rileggere il romanzo conoscendo i posti che descrive, nei prossimi giorni vi farò vedere le foto del cimitero ebraico, ti piaceranno sicuramente!

    p.s. forse siamo telepatiche, vista la tempistica perfetta

    RispondiElimina
  5. le tue foto sono bellissime!! e mi piace leggere i tuoi post mi da l'idea di vedere i posti che hai visto!! chissà forse un giorno ci andrò anche io! ciao e buona Pasqua!!!

    RispondiElimina
  6. il cimitero ebraico?
    quello di cui parla il prof. Ermanno nel libro?
    oh si ti prego Geillis!
    non vedo l'ora!
    grazie sei un angelo!
    dida

    RispondiElimina
  7. Ti consiglio caldamente di andarci, Katty, tra l'altro un B&B non costa neanche tanto, ci si può organizzare con una minima spesa..

    Sì Dida, il cimitero è proprio quello, però la tomba Finzi-Contini non c'è, almeno non l'ho trovata...comunque è veramente un posto particolare, molto triste ma affascinante, il prossimo post sarà dedicato a lui

    RispondiElimina
  8. la prossima volta che riparti, fammi un fischio che mi aggrego!!!

    RispondiElimina
  9. Che racconto Geillis! E' come essere lì, ed assaporare l'atmosfera di sensazioni vissute.
    Il tuo racconto di Mont saint michel, poi, ha fatto rivivere il mio incontro con questo luogo magico, mi sono riconosciuto in quelle sensazioni, attimi di assoluto che difficilmente altri luoghi sanno dare.

    RispondiElimina
  10. che belle foto, mi sembra di viaggiare con te! buona pasqua!

    RispondiElimina
  11. Grazie Laura, Tanti auguri anche a te

    @ Mario: ci sono delle persone che sanno cogliere le atmosfere e le suggestioni molto più di altre, e secondo me è una gran ricchezza: di solito lo fa chi ha un temperamento più portato verso l'arte, perchè chi ama l'arte o è capace di crearne ha, secondo me, qualcosa in più...
    :-)

    RispondiElimina
  12. @ Susina: ma volentieri
    ;-)
    Trovare una persona che ha gli stessi interessi e lo stesso modo di viaggiare è così raro

    RispondiElimina
  13. Buongiorno Geillis, ammetto di essere arrivata sul tuo blog per puro caso cercando tutt'altro. Lascio un commento sul post di Ferrara perchè è una città che adoro e che ho visitato diverse volte, come te ricercando i luoghi, non solo del Giardino dei Finzi contini, ma anche di Giorgio Bassani, il cui romanzo di Ferrara campeggia sulle mie mensole. Ferrara è una città da visitare e da vedere; ammetto che Giovanni Boldini l'ho riscoperto attraverso una passeggiata per il Parco Massari e che il corso della giovecca ormai lo conosco perfettamente; mi manca solo la reliquia dei Capelli di Lucrezia Borgia presso la Chiesa del Corpus Domini che non ho mai trovato aperta. Le stesse cose potrei dirti di Barcellona, e Siviglia è nei miei pensieri.....
    Buona giornata, francesca

    RispondiElimina

Pellegrino che ti aggiri per queste lande incantate, mi farebbe piacere una traccia del tuo passaggio...

LinkWithin

Related Posts with Thumbnails