I miei viandanti

domenica 24 febbraio 2019

Social media e fauna antropologica: uno studio sociologico dei nostri tempi virtuali

Sono sempre stata una curiosa delle dinamiche dei social media, perché questi sono lo specchio della nostra società, esserne consapevoli e analizzarne contenuti e meccanismi mi incuriosisce molto.
E siccome è una realtà in continua evoluzione, non si smette mai di imparare e  scoprire fenomeni nuovi. Ne avevo già parlato tantissimi anni fa in questo articolo, ormai quasi obsoleto: da dieci anni a questa parte le cose sono decisamente cambiate, un altro mondo e un'altra generazione proprio.
Quando scrivevo, infatti, il grande cambiamento era ancora Facebook.



Una decina di anni fa ci fu il boom dei blog, di cui il qui presente fa parte: prima di allora, bisognava avere delle competenze abbastanza buone per poter imbandire un sito: saper utilizzare programmi complessi come Dreamweaver, ad esempio, e quindi montare da zero un sito era una cosa dispendiosa dal punto di vista di conoscenze e tempo.
Nel 2003, in uno dei miei deliri di onnipotenza, misi su un sito per un attore piuttosto famoso, improvvisandomi webmster-webdesigner-biografa e così via: presi la grafica da un sito carinissimo poi scomparso, accumulai decine di fotografie, cominciai a costruire una cosa complicata, almeno per l'epoca e per le mie capacità informatiche, per cui ci misi un mesetto buono, prima di completare un lavoro un po' dilettantesco ma sicuramente molto curato.
Però il sito, dopo qualche mese di movimentazione (i followers ti scrivevano per mail, figuriamoci), diventava una cosa morta, perché tutto era già messo lì, già scritto, immobile e congelato.




Abbandonato  il sito, nel 2007 scoprii il magico mondo dei blog: template già pronti, all'epoca molto semplici, un luogo personale dove esporre in propri pensieri, le fotografie, le ricette. Tutto molto parlato, molto raccontato, perché il blog all'epoca era concepito fondamentalmente come racconto.
Dopo qualche tempo, la grafica di Blogger è cambiata, i template sono diventati meno basilari, le fotografie hanno preso più spazio. Sono più di 11 anni che ho aperto il blog, praticamente un secolo fa, e non solo dal punto di vista informatico.



All'epoca, ci fu una vera esplosione di blog, soprattutto di cucina. Era come una grande famiglia, ci si conosceva un po' tutte ( eravamo quasi tutte donne), e spesso solo con il nickname, di alcune non credo di aver mai saputo il nome vero.
C'erano i blog di alto livello, quello di persone con migliaia di visite al giorno e migliaia di follower e commenti, e poi c'era una fascia media di blog orgogliosamente dignitosi, tra cui il mio, con qualche centinaio di visite (col tempo sono calate moltissimo, ma sopratutto per colpa di Google, che permette di vedere le fotografie senza visitare il sito), post piuttosto interessanti anche se non molto commentati. Ci voleva impegno e dedizione, per portare avanti un buon blog.
Man mano, con gli anni, molti blog sono evaporati, morti di morte naturale, cioè la noia, il tempo che non c'è, altri impegni. Spesso, ho notato, le blogger mollavano tutto alla nascita del primo figlio, probabilmente per i troppi impegni, per le priorità che nel frattempo erano mutate.




Nel frattempo è anche venuto Facebook,  e piano piano ha preso il sopravvento su tutti gli altri social media. Molte blogger si spostavano su Facebook, che all'inizio sembrava fondamentalmente una vetrina per il proprio blog, e un modo per ritrovare i vecchi amici.
Facebook era, ed è rimasto, almeno credo, un social media per un target abbastanza nostalgico, cioè quelli della mia età, che ritrovano amici, parenti, se ne fanno di nuovi, ma come fosse una piazza virtuale, in cui incontri gente già conosciuta e nuove amicizie. Molte delle bloggers di primo corso hanno semi-abbandonato i loro blog, un po' come me, ma ancora frequentano Facebook in maniera assidua.
All'inizio ero molto molto scettica su faccia-libro, poi ho cominciato a capire che questo social è diventato talmente parte integrante delle nostre vite che mi capita alle volte, anche alle persone che conosco realmente, di dire "beh, tanto ci vediamo su Facebook", è diventato cioè un  mezzo di comunicazione che ha sostituito parzialmente il vecchio telefono, almeno quello fisso.
Su Facebook le foto sono importanti ma non fondamentali, anche perché la resa di qualsiasi fotografia pubblicata è veramente pessima, quindi non è certo il regno dei fotografi.
Su questo social sono inutili anche le lunghe dissertazioni, perché non le legge nessuno, o quasi.

 L'arma vincente di Facebook è l'abbinamento di una o due frasi spiritose, simpatiche, ciniche o romantiche, con una fotografia evocativa, vostra oppure altrui, fa lo stesso. Oppure, se volete fare poca fatica, condividete un bel selfie, una vignetta umoristica o una vignetta di Snoopy e avrete i vostri likes anzi, come dico io con un neologismo di quelli terribili, venite piacciati.
Inutile negarlo, tutti aspettano  le reazioni dei propri amici quando postano qualcosa perché, si sa, essere apprezzati per la propria sagacia, per il proprio umorismo o anche per il proprio selfie, fa piacere a tutti.

Le nuove generazioni su Facebook non ci sono, se non sporadicamente. Forse perché è una piazza abbastanza protetta, dove gli scambi non sono particolarmente liberi e semplici. Il meccanismo di chiedere l'amicizia rappresenta comunque un filtro, e qualsiasi persona con un minimo di responsabilità è perfettamente consapevole dell'importanza di tenere la propria bacheca e i propri affari riservati ai propri amici.



Da qualche mese a questa parte, diciamo quest'estate (in cui avevo tempo da perdere per far passare le lunghissime giornate di vacanza) ho deciso di gettarmi a capofitto nel magico mondo di Instagram, social che va per la maggiore ma che mi aveva lasciata sempre un po' freddina, come tutte le cose che non conosco. In un mese sono arrivata ad avere oltre mille follower, partendo quasi da zero, e alcuni meccanismi e raffinatezze cominciano ad essermi più chiare. Ovviamente, mille followers sono niente, in confronto alle migliaia o milioni di altre persone, ma era tanto per fare un esperimento, e comunque li ho persi in pochi giorni, quasi tutti.
Avendo passato abbastanza tempo su questo social, ho potuto farmi un'idea abbastanza concreta e definita della fauna che bazzica questo social immenso, multicolore, multiculturale, davvero senza confini e, per questo, in cui bisogna muoversi secondo alcune regole sia per avere successo, sia per non cadere in trappole e malintenzionati.



Instagram, ovvero il regno dell'immagine: mentre il blog è un racconto, Facebook a metà, racconto breve e immagine, Instagram rende inutile o quasi il commento, perché l'unica cosa importante è la fotografia, che deve essere suggestiva, evocativa, coloratissima e filtratissima, accattivante e interessante per chiunque, da qualsiasi parte del mondo.
Perché gli utenti di Instagram sono davvero di tutte le nazionalità e lingue, spesso piuttosto ostiche per noi. Ho followers arabi, giapponesi, russi, indiani, nordeuropei, che ovviamente non capiscono nulla di quello che scrivo, tranne forse quando traduco le mie didascalie in inglese, ed io non capisco niente di quello che scrivono loro, ma una buona fotografia non ha bisogno di traduzione, è un linguaggio universale.



E, dimenticavo, gli hashtag. Senza hashtag non vai da nessuna parte.  Azzeccare gli hashtag giusti è quasi più importante di mettere la foto giusta.
Nelle prime settimane, da neofita, ho caricato con molta cura delle belle fotografie, filtrate e manipolate per renderle accattivanti, eppure non riuscivo ad acchiappare nessuno, nessuno che mi seguiva. Perché?


Ho fatto un'indagine di mercato sugli altri profili, per cercare di capire il misterioso metodo, secondo il quale una persona qualsiasi riesce ad ottenere migliaia di seguaci. Ovviamente, il segreto è sfruttare la possibilità che hanno le proprie fotografie di essere visualizzate dagli altri utenti.
L'hashtag è quella parolina, preceduta dal cancelletto, per cui la tua foto viene inserita in megainsiemi che gli utenti seguono di più.
Ovviamente, non puoi sparare hashtag a caso, devi mettere quelli giusti per la tua fotografia. Ad esempio, per una foto in bianco e nero va benissimo #bnwphotography, per le foto a colori assolutamente no.
Ci ho messo circa un paio di mesi a capire tutto questo, prima di veder arrivare followers a decine ogni giorno, senza dover muovere un muscolo, tranne quelli del dito indice (sì, sono uno di quei dinosauri che ancora utilizza solo l'indice destro, per scrivere sul cellulare).

Essendo un territorio aperto  e senza confini, capita anche di fare incontri curiosi, ad esempio persone che ti contattano per farsi due chiacchiere, ovviamente uomini.
All'inizio non sapevo cosa fare, rispondere o no?
Ho capito presto che su Instagram puoi impersonare chiunque, non è facile capire se dietro ad un profilo c'è realmente quella persona. La parola per descrivere questi fake è scammer, cioè truffatore, una fauna che sembra abbastanza comune su questo social.
Nello specifico, l'unica cosa da fare se sei in dubbio sull'identità di una persona, è osservarne le fotografie e il profilo. Bisogna stare attenti se:
un profilo è online da poco (difficile che un fake duri più di quattro o cinque mesi)
ha poche fotografie
ha pochi likes e commenti

Mi è capitato di essere contattata da alcune persone, e non è stato difficile capire subito che erano scammer: ho cercato le loro fotografie su Google tramite ricerca inversa, e ho individuato subito che avevano rubato le immagini ad altre persone, nello specifico ad un modello cantante sudamericano e ad un vero soldato americano medaglia d'oro (questo sosteneva di essere un militare di stanza in Siria, a Damasco). In questo caso, bloccare subito la persona e segnalare il fake ad Instagram, perché è un fenomeno diffusissimo su questo social.



Esistono varie tipologie di utenti Instagram, che vale la pena analizzare nel dettaglio:

Tipologia 1: quelli  che nella vita  hanno una mission, di realizzare i sogni altrui, quelli che aiutano le persone a passare dell'ordinario allo straordinario,ovvero i networkers, cioè coloro che utilizzano i social media per vendere, ovvero almeno un terzo dell'utenza di Instagram.
Ero al corrente della loro esistenza per il recente articolo di Selvaggia Lucarelli, e anche lì, incuriosita, ero andata a farmi un giretto per varie pagine, cercando di capire questo nuovo fenomeno dal punto di vista sociale e antropologico, ma solo quando sono approdata su  Instagram ho capito che Facebook è solo un satellite periferico di questo fenomeno che, invece, invade il social come un'onda inarrestabile. Quando hai dato l'amicizia ad uno di loro, uno dopo l'altro ne arriveranno altri, e poi ancora altri, perché probabilmente si copiano i followers uno con l'altro, altrimenti non si spiega perché un terzo dei miei seguaci siano networkers degli stessi prodotti.

Juice Plus+, Fitline, Herbalife, Proshape, credo di averli collezionati un po' tutti, a decine ormai. Anche senza leggere la smilza biografia del profilo (Instagram ti concede pochissime righe per spiegare che sei e cosa fai, come fosse semplice condensare in 140 battute le tua vita e dove stai andando), già alla quarta foto posso capire che è un networker: il prodotto che pubblicizzano è la loro  vita perennemente in vacanza, la sana alimentazione, il lifestyle che ispira le altre persone (parole non mie), l'agiatezza economica raggiunta grazie a questa meravigliosa opportunità che è stata offerta loro e che loro vogliono offrire a te, per puro altruismo, immagino.
Le fotografie quotidiane vertono inderogabilmente su: selfie al mare o bordo piscina (mi chiedo d'inverno dove si li fanno, i selfie?) perché loro lavorano sempre in posti meravigliosi e colorati, mica come noi comuni mortali che lavoriamo in posti fatiscenti, freddi e inospitali (io nella scuola pubblica, fate un po' voi), oppure dal divano di casa loro; i loro pargoli, perché sono quasi tutte mamme o papà; foto di piatti gustosissimi che, però solo alcune volte, sono presi da altri siti e blog e spacciati per propri; i prodotti che vendono, ovviamente, e che fanno bene un po' a tutto, dal dimagrimento, la cellulite, l'acne, alla gotta e alla miopia.
I profili dai titoli roboanti (sono tutti president o manager di qualcosa), sono tutti identici, cambia solo la marca del prodotto.
Appena ricambi il Segui (fa parte della netiquette di Instagram, ricambiare uno che ti segue), quasi sempre arriva anche il messaggio, in cui si prospetta l'esaltante opportunità  di essere aiutato, di essere ispirato dal loro lifestyle, di imparare a seguire uno stile di vita sano, di avere un'indipendenza economica. Più o meno lo standard è questo, parola più  parola meno.
Non ho assolutamente nulla contro i networkers, ci mancherebbe, ma è palese che l'unica cosa che interessa loro è agganciarti, delle tue fotografie a loro non importa assolutamente nulla, visto che stanno sul social per lavorare.



Tipologia 2: gli influencer emuli dell'insalata bionda, di ambedue i sessi, accomunati dall'esposizione maniacale del proprio corpo e di outfit per ogni occasione. Sono caratterizzati dal fatto che in tutte le foto ci sono loro, sempre e solo loro, preferibilmente con pochi vestiti addosso, in posti bellissimi.
I titoli di cui si forgiano nei profili sono i più vari, quasi tutti in inglese che suona più cool:
personaggio pubblico (ma pubblico di che?!, visto che ti conosce a malapena tua madre, tua sorella e i vicini di casa?), fashion blogger e travel blogger (i più quotati), social media marketing, glory model (vai a capire cosa significa), youtuber beauty blogger, lifestyle coach,fitwoman, fashionista, personal shopper, fitness boy, tanto per fare qualche esempio di questa galassia di corpi bellissimi e photoshoppatissimi, visi truccatissimi, labbra a canotto e la stessa espressione, su tutte le facce. Impressionante come le ragazze si assomiglino più o meno tutte!

Le parole chiave sono: health, lifestyle, fashion, travel, love.

Le ragazze sono sempre tutte in bikini o scollatissime anche in inverno, almeno in foto: mi auguro che nella realtà adottino un look più consono al clima, ma non ci giurerei. Le foto sono centinaia, tutte con esposizione abbondante di cosce, glutei e tutto il resto, certe volte ai limiti del buon gusto.
Anche questa categoria vuole reclutarti tra i suoi followers, per poi abbandonarti presto al tuo destino: ho scoperto, infatti, che il numero di followers che ti seguono varia tantissimo, da un giorno all'altro. Ti addormenti, rassicurato e fiducioso dei duecento followers conquistati in una giornata, e la mattina seguenti ti svegli con centocinquanta defettori che ti hanno abbandonato durante la notte, ovvero smettono di seguirti appena ti hanno inserito tra i loro seguaci.
Per cui, questo pacchetto di seguaci in realtà è puramente virtuale, e non si traduce in veri like, alla fine sono sempre gli stessi a guardare davvero le tue foto, e così all'inverso.

Tipologia 3: le foodblogger, che ormai non sono quasi più blogger, ovvero poche hanno un vero blog, ma usano Instagram come fosse un blog. Ormai i blog sembrano desueti, come quando, con l'avvento del computer e della tastiera, ci sembrò desueta l'agenda o il diario scritti a mano.
I blog tradizionali, come questo, stanno scomparendo, sono destinati a morire, ne sono certa. Troppo impegnativo tenerne uno sempre aggiornato,troppo complicato andarsi a trovare i lettori, sempre più pigri e svogliati, attratti dal magico mondo rutilante, coloratissimo e  sempre in movimento, di Instagram.
Questa è una nuova generazione di foodblogger, almeno per la maggior parte. Quelle della prima ondata, le blogger d'avanguardia, ormai cominciano ad avere una discreta età: queste sono giovani, o meglio, hanno l'età che avevamo noi quando abbiamo iniziato, o anche meno. Hanno dimestichezza col cellulare e coi social, usano disinvoltamente le app e il fotoritocco, gli hashtag, utilizzano molto i video (funzionano tantissimo), e raccontano poco, almeno rispetto a noi. Insomma, sono molto più scafate di noi, ecco.

Tipologia 4: quelli che non ho capito cosa fanno, tipo hypnotist, mentalist, lifestyle motherhood travel, ambassador marketing, digital strategies consultant, doctor in kinesiology, manager del buon gusto, imprenditore per passione, sport mental coach, ghost designer, artista emergente, contemporary artist, mental coach, fried maker, human being.



Tipologia 5: aziende, ditte, imprenditori, negozi che si fanno pubblicità autoprodotta, peer to peer, cioè arrivano direttamente al potenziale cliente bypassando i canali tradizionali come tv, radio, giornali, Internet. Ormai la pubblicità è alla portata di tutti, basta una buona macchina fotografica, una app e le idee giuste, per arrivare a chiunque.







Tipologia 6: quelli che amano la buona fotografia, finalmente. Quelli che, pensavo, fossero la maggioranza  degli instagrammers, prima di entrare nei meccanismi perversi di questo social.
Foto meravigliose, invero, sia di fotografi professionisti (ma lo sono davvero?) che di dilettanti, come la sottoscritta. Ormai il titolo di photographer non si nega a nessuno, basta una buona macchina fotografica o anche un ottimo cellulare, per catturare foto davvero ottime.
E anche qui io, fotografa analogica trasferita nella camera oscura virtuale di Photoshop dopo molte resistenze, mi sono arresa alle app. Sono le app che fanno la differenza, non il mezzo fotografico. Quest'estate, tra il paese dei miei e Torino, ho portato in giro reflex grande, la compatta e il cellulare, alternando i mezzi per saggiarne la riuscita finale.
Ho capito che, con una buona app, bypassando del tutto Photoshop, puoi ottenere una buona foto anche da una foto scadente scattata con un cellulare di basso livello come il mio.
In questi giorni ho scattato delle foto al volo, al centro commerciale qui vicino, cioè il posto che sembrerebbe meno adatto per catturare foto evocative e suggestive: cosa c'è di meno interessante di un posto fatto di cemento e vetro, pieno di gente e di vetrine?



Ci ho lavorato con un paio di app interessanti, nello specifico Snapseed, Picsart e Canva, e ne sono venute fuori delle foto decenti, anche evocative, soprattutto quelle che ho virato in bianco e nero. Anche perché quasi tutti, ormai, visualizzano le foto dallo smartphone, e quindi parole come risoluzione, pixel, dimensioni e grana non hanno più molto senso, almeno non per gli instagrammers.

E poi, che invidia: è vero che è appena finita l'estate, tempo di vacanza, ma sembra che l'intero mondo degli instagrammers non faccia altro che rimbalzare da un posto meraviglioso all'altro, da un paradiso esotico all'altro. Globetrotter e world traveller che  arrampicano sui sentieri himalayani e su Machu Picchu, che surfano sulle onde australiane, che prendono la tintarella alle Maldive, che passeggiano tra i grattacieli di Tokyo, New York, Melbourne e Dubai, che si incantano per i colori delle geishe giapponesi, i cotoni africani, i sari indiani, che ci fanno annusare il profumo delle spezie asiatiche, degli hotdog americani, dei churros spagnoli e delle sfognatelle napoletane.

E a te, che hai passato la maggior parte dell'estate a casa dei tuoi  nonni a fare foto al gatto, ti viene voglia di prendere la macchina fotografica e di frullarla dalla finestra.


P.s. Le immagini grafiche sono prese dal web, le fotografie sono mie. Se ho violato qualche diritto di proprietà, provvederò subito a rimuovere l'immagine.

1 commento:

  1. Tipologia 7 ...io !
    Non sopporto facebook, cerco solo di mantenere attiva la pagina collegata al blog, amo il mio blog perchè è parte di me, è uno spazio mio a cui non rinuncerò perchè nella vita me ne sono sempre fregata delle mode, ho sempre fatto e sempre farò solo quello che mi va di fare. Adoro Pinterest e istagreamm ma se mi chiedi quanti like ho o quanti follower ti rispondo non lo so ... ma so quanti amici ho e a chi posso telefonare se ho bisogno di aiuto.
    io credo che i social andrebbero presi un pò parecchio alla leggera, usati senza farsi usare.
    Felice di averti riletto
    baci
    Alice

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Pellegrino che ti aggiri per queste lande incantate, mi farebbe piacere una traccia del tuo passaggio...

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