I miei viandanti

Visualizzazione post con etichetta Commenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Commenti. Mostra tutti i post

martedì 14 febbraio 2017

Della malattia della Giovinezza e altri racconti



E' relativamente poco tempo che ho intrapreso un cammino diverso da quelli percorsi finora, in un ambiente complesso ma assolutamente stimolante, sia in termini di esperienza che di riflessioni: forse mai come in questi ultimi tempi, mi sono sentita così messa alla prova, mio malgrado quasi costretta a mettere in campo risorse che non sapevo neanche di avere.

domenica 13 marzo 2011

La difficile arte delle virgole

                          Trastevere, 1972

Oggi niente ricetta, e neanche piacevole passeggiata romana, solo questo articolo leggermente saccente, ma siccome queste idee mi frullano per la testa già da un po’, oggi è il momento di tenere una lezioncina, assolutamente senza pretese, sulla tanto bistrattata arte dello scrivere, solo una semplice disquisizione su un argomento che mi sta molto a cuore.

Non è vero che si scrive poco, che la scrittura negli ultimi anni sia un’arte in progressivo disfacimento.
E’ vero che gli adolescenti moderni oscillano in un lessico farcito di espressioni orribili come tvb, c6, cmq, un trionfo di xké e così via, una specie di linguaggio criptico e comprensibile solo ai minori di anni 20 (facciamo 25, visto che l’età adolescenziale si è innalzato un bel po’, negli ultimi anni, addirittura sconfinando ampiamente nella trentina e oltre).

domenica 7 giugno 2009

Chi specula sul corpo delle donne

Non ho visto la puntata de L'Infedele in cui è andato in onda questo piccolo documentario di Lorella Zanardo, però ne ho letto sul Venerdì di Repubblica, e allora sono andata a cercarlo.

L'originale potete trovarlo sul suo blog, Il Corpo delle donne, questa è la versione di Youtube.

Non dice nulla che non fosse già sotto i nostri occhi, ma ce lo sbatte in faccia con tanta chiarezza che non si può non restarne indignati.
Guardatevi la ripugnante scena finale delle zampe di prosciutto, e ditemi se riuscite a rimanere indifferenti, soprattutto se siete donne...
Mi chiedo sinceramente come facciano le donne di destra a non incazzarsi come iene, nel vedere la categoria femminile trattata in questa maniera, in trasmissioni di tutti i generi e su quasi tutte le reti televisive, ma principalmente su quelle commerciali. Propongo un referendum per espellerle ufficialmente dalla categoria di cui sopra, visto che plaudono e si inchinano ad un padrone che inneggia a questo tipo di trattamento (anzi, che ha un'enorme responsabilità nell'averlo imposto alla società attraverso tutti i mezzi di comunicazione), invece di alzarsi e riempirlo di insulti.

E mi chiedo anche che differenza ci sia col fontamentalismo più becero, quello che rinchiude le donne in casa o le umilia sotto un burqa, mentre il nostro fondamentalismo le rinchiude mutangole sotto un tavolo di pexiglass oppure seminude dentro una scatola parlante, come scimmiette in mostra allo zoo.
Mi sembrano due facce della stessa medaglia, nel senso che ambedue trattano le donne come cittadini di serie b, oggetti senza diritti e senza dignità, e mi pare che le cose stiano decisamente peggiorando anche se, alla fine, cosa ci può essere peggio di questo?







martedì 26 maggio 2009

Dissertazioni televisive, ovvero, come sparare sulla Croce Rossa

Vi è capitato mai di desiderare di andare a vivere altrove, molto lontano, magari in una landa desertica, magari nelle desolate terre dell'Antartide, e di desiderare che la vostra vita consista nel piantare una tenda e vivere di bacche e radici, avendo come unico scopo la catarsi della mente e la contemplazione del sorgere del sole e dello scorrere del tempo? E' un pensiero che mi affascina sempre più spesso....


Lo so, non reggo bene lo stress, è un mio limite. Magari reggo benissimo la noia, posso rimanere con lo sguardo perso nel vuoto, a trastullarmi con i miei pensieri senza alcun cenno vitale, per ore, senza annoiarmi affatto. Credo di avere una sottile vena autistica, per cui in compagnia di me stessa sto benissimo, mentre la compagnia degli altri deve essere ben selezionata e distillata a piccole dosi.
Siccome le persone che abbiamo intorno non sempre si possono scegliere, anzi spesso è così, il risultato è una leggera vena di isteria e ansia che percorre i miei giorni: mi consola il fatto che è una psicosi ricorrente, oggigiorno, per cui mal comune e mezzo gaudio, consoliamoci così...

In questi giorni in cui sono stata malaticcia e fiacca, ho passato parecchie ore sul divano a non fare nulla, il che normalmente potrebbe essere un passatempo rilassante, ma quando non ti senti bene è solo un modo per sopravvivere, troppo stanca per fare altro.
E' proprio in queste occasioni, per fortuna rare, che accendo la televisione e mi rimbambisco di scempiaggini, essendo l'unica occupazione che riempie poco il cervello: basta rimanere davanti allo schermo in stato catatonico, con la mente obnutilata, e le ore si snocciolano lente e pesanti, ma senza troppa fatica da parte della materia cerebrale.

Davvero, non capisco come si fa, in condizioni normali, a stare davanti alla tv per parecchie ore al giorno. Ma, non avendo la forza di fare molto altro, neanche stare davanti al pc - con cui hai, quantomeno, un rapporto più attivo, di scelta, di creatività addirittura - ne ho approfittato per fare un corso intensivo sui programmi correnti, di cui accuso assoluta ignoranza.

Sembrerà curioso, ma io preferisco di gran lunga la programmazione estiva a quella invernale: lo so, ai primi di giugno chiudono tutti i programmi, le serie, gli sceneggiati, e cominciano le repliche delle repliche delle repliche: che, sovente, trovo molto meglio delle proposte invernali.

Preferisco sorbirmi per la decima volta le repliche de La Signora del West, del Commissario Rex (le prime tre serie, quelle col bel Tobias Moretti, le uniche veramente carine), addirittura de La Signora in Giallo (ma l'attrice sarà ancora viva? Perchè, ormai, dovrebbe essere quasi centenaria, visto che ha cominciato a lavorare con Hitchcock): tutto sicuramente meglio degli spettacoli a cui ho dovuto assistere in questi giorni. Meglio un onesto telefilm, anche se un po' vecchiotto, che un talk show o un reality di quelli ancora in onda.
Sono disposta a farmi straziare anche da uno di quei film per la tv stile Rosamund Pilcher, quelli ambientati sempre in posti bellissimi - tipo la Cornovaglia, la Scozia, la Francia - scogliere a picco sul mare, fari, manieri antichi e cottages pieni di fiori e di porcellane antiche, e dove lui è sempre ganzo, ricco e fidanzato con una bionda, magra e stronza, ma alla fine si accorge della protagonista, buona, bella ma sempre di umili origini, e la sposa in barba alle convenzioni sociali, donandole tutto sè stesso e il suo castello, il che come bonus non è male.

Ogni tanto penso che, per quelle due o tre trasmissioni settimanali decenti che danno su ben 7 reti (sempre le solite, Che Tempo che fa, Report, Ulisse e Atlantide), tanto varrebbe staccare l'antenna, disdire l'abbonamento e trovare qualche anima volenterosa che te le registra gratis. Sarebbe sicuramente più conveniente.

Non so se essere più indignata per le trasmissioni indecorose di Mediaset o per quelle della Rai, poi penso che la prima è una tv commerciale, sulla poltiglia fetida ci campa - ma almeno non la pago io - mentre la Rai dovrebbe essere un servizio pubblico: e allora quelle trasmissioni deficienti, della mattina e del pomeriggio, con sedicenti giornalisti che ospitano il gossip più pettegolo e imbecille, spacciandolo per cronaca e attualità, con una pletora di ospiti -opinionisti (pagati da noi) garruli e saccenti che sproloquiano a sproposito su tutto e su tutti, mi fanno veramente inviperire.

L'altro giorno ad una trasmissione rai del mattino c'era un notissimo psichiatra, autore anche di molti libri di successo, a dispensarci pillole di autentica saggezza, il quale magicamente appariva anche nella trasmissione successiva sempre nella stessa rete, ed il pomeriggio traslocava in un altro talk show sempre rai, per continuare ad illuminarci con la sua psicologia spicciola da salotto. L'unica volta che ho solidarizzato con lui è stato quando - mi pare nella seconda trasmissione - un giovanotto rosso chiomato con curioso pizzetto risorgimentale, che spesso compare qua e là come opinionista, continuava, fastidioso come una zanzara, a parlare sopra di lui e ad interromperlo, insopportabile e maleducato, tanto che alla fine il noto psichiatra quasi ha cominciato ad inveirgli contro, come avrei fatto volentieri anch'io.
Il noto psichiatra avrà guadagnato, con qualche ora, quello che io guadagno in sei mesi, ma si potrebbe obiettare che almeno una laurea e un mestiere, in fondo, ce l'ha; ma il rosso chiomato, di cui ignoro totalmente nome e occupazione, perchè lo dobbiamo pagare? Per dar mostra di villania e buzzurraggine? E che mestiere è, quello dell'ospite commentatore? Dove si impara? C'è un corso universitario apposito? Perchè dovrei pagare qualcuno, senza nessun merito particolare, per farci scodellare opinioni opinabili e infarcite di luoghi comuni, quando non pessimi esempi di cafoneria, come sempre più sovente succede?

Allora, nel mio piccolo, anch'io sto facendo l'opinionista, ma almeno scrivo nel mio spazio e non rompo le scatole al prossimo: se uno vuole leggersi le mie opinioni lo fa, altrimenti passa a qualcosa di più interessante, il tutto senza pagare un euro.

Per non parlare dei servizi su personaggi fasulli o addirittura equivoci, sedicenti fotografi buzzurri saliti alle cronache per faccende losche a cui vengono dedicate interviste e speciali (facendo passare il messaggio che più sei cafone e intrallazzatore, più ottieni successo, complimenti davvero); file di sgallettate poco vestite e col sorriso di plastica, senza arte nè parte, il cui unico merito è quello di ben apparire ( e magari di aver razzolato nei pollai giusti); inviate semi - analfabete con vocine stridule che pigolano domande cretine a personaggi cretini, spesso a me sconosciuti; reduci da reality che compaiono ovunque, osannati manco tornassero da una missione per salvare il mondo.
Alla trasmissione pomeridiana di Canale 5 ho ascoltato, incredula, lo sproloquiare di un tipo (a me assolutamente ignoto di nome ma conosciuto di faccia) che parlava del suo viaggio a Lourdes e di Lucifero, l'Angelo delle Tenebre, come parlasse del giornalaio dietro l'angolo o di un amico delle elementari: ma quello che mi ha indignato di più è stata l'espressione tra l'ammirato e l'interessato della conduttrice la quale, invece di chiamare la neuro e farlo internare d'urgenza con la camicia di forza, continuava a fare domande sui miracoli accadutigli dopo Lourdes e sul suo rapporto con l'angelo, rapporto evidentemente stretto e denso di avvenimenti, vista la familiarità con cui il tipo lo nominava.

Ma dico io, uno che si spaccia per giornalista o conduttore, e magari lo è anche, ma non si vergogna a passare tre o quattro ore a fare domande sceme e a rovistare nell'immondizia, sbeccuzzando tra miracoli e miracolati, amorazzi, corna e scandali?
A parte il fatto che la maggior parte di questi non so neanche chi sia né da dove sia uscito fuori (non vedendo nè reality, nè quiz, nè talent show, nè le trasmissioni della de Filippi, ammetto di perdermi tra veline, meteorine, letterine, figurine, tronisti, aspiranti ballerini e così via...).

Davvero, ho assistito a dei servizi che ad un vero giornalista, ma anche a qualsiasi persona di media intelligenza, si rivolterebbe lo stomaco a fare: meglio campare a pane e cipolle, piuttosto che scroccare uno stipendio in questo modo.

E tutto questo, non è che costi di meno di una bella tv, di qualità: mi chiedo quanta gente ci campa, e più che bene, sulle spalle nostre. Ad esempio: quelle graziose ragazzine che, sedute su una specie di letto in pelle o in altre pose curiose, pronunciano due frasi per annunciare la trasmissione, quanto le paghiamo? E quelle che, tra uno stacco pubblicitario e l'altro, si alzano sensualmente da una sedia, ti indicano maliziosamente col dito puntato prima del logo della rete, a noi, quanto ci costano?
Non so perchè, mi dà l'idea di un mondo sordido, di gente inutile che campa sulle raccomandazioni, di personaggi squallidi che gravitano in un universo parallelo, ingovernabile e, per noi comuni mortali, incomprensibile.

E voi, che ne pensate?

giovedì 14 maggio 2009

Un'isola e tanti misteri



Sottotitolo: come rovinare un giallo strepitoso

Credo di aver ripetuto fino alla noia che detesto la tv, tranne qualche rarissima eccezione: preferisco vedere pochi programmi ma ben scelti, altrimenti resta spenta per giorni e giorni, senza rimpianto alcuno.

Non sono assolutamente una di quelle persone che la tengono costantemente accesa, come sottofondo, anzi: il rumore mi dà fastidio, le liti stupide e tutta quella gente che strepita mi ferisce le orecchie, i reality mi fanno schifo e quelle trasmissioni stucchevoli del sabato sera, quella dove si ritrovano amici e parenti mi fanno vomitare, per non parlare dei tronisti, veline etc etc…che manderei tutti in un campo di rieducazione in Siberia, con un biglietto di sola andata.

Però, poi, ci sono delle cose che adoro, e che rivedo fino allo sfinimento, luoghi e personaggi che sono entrati prepotenti nel mio immaginario: tipo la Sicilia solare di Montalbano, oppure la Ferrara brumosa di Nebbie e delitti, la Puglia fiorita di Mastrangelo, la Roma oscura di Romanzo criminale e così via…sono delle serie ben scritte, ben girate e con fior di attori, che non hanno nulla da invidiare alle ben più quotate serie americane, e neanche al cinema.

Una delle serie straniere che ho adorato è Dolmen: un giallo francese in 6 puntate, ambientato in una delle isole più belle della Bretagna, Belle Ile-en-mer.








Nella trama c’è tutto e di più, per intrigare il pubblico: è ambientata in posti splendidi, tra le brulle scogliere di questa isoletta sperduta nell’Atlantico, tra i fari e i cerchi megalitici dell’isola, l’abbazia con il misterioso monaco che si aggira tra le rovine, a cui si mescolano le leggende celtiche, la storia maledetta degli Affondatori, un fantasma che appare e scompare e fenomeni paranormali che gettano ombre inquietanti sul mistero dei megaliti che sanguinano e sui rituali macabri che accompagnano gli assassinii.

La vicenda si snoda complicata ma incalzante, svelando man mano i segreti e gli intrighi di una piccola comunità, e gli omicidi si susseguono a ritmo vertiginoso, tanto che alla fine la serie termina per mancanza di attori, visto che sono morti quasi tutti. Ovviamente la seconda serie la dovranno ambientare altrove, dato che sull’isola non c’è rimasto quasi nessuno!

E poi c’è la bella commissaria (un po’ piaciona, in verità), indecisa fin dall’inizio tra il suo biondo marinaio bretone, che nasconde oscuri segreti nel suo passato, e il commissario parigino, bruno e affascinante…il che aggiunge un tocco di passione, anche se alla fine l’esito è abbastanza scontato, il commissario venuto dalla capitale stravince alla grande.

Insomma, una bella serie, forse una trama un po’ complicata e farraginosa, magari qualche omicidio se lo potevano anche risparmiare, e magari pure qualche inquadratura di troppo alla bella e procace commissaria, però sono peccati veniali, nel complesso la trama regge e i personaggi pure. Le ambientazioni poi mi fanno impazzire, soprattutto gli interni delle case, le cucine con le piastrelle bianche e turchesi, le pentole di rame e i mobili bretoni, e poi le stradicciole del porto dell’isola, con le facciate colorate e gli infissi azzurri, sullo sfondo del mare nordico e il rumore dei gabbiani.







Ecco, l’altra sera è andata in onda la prima puntata del Format basato sulla serie francese, L'Isola dei segreti, che sulla carta prometteva davvero bene: hanno trasportato tutta la vicenda nella nostra bella Sicilia, tra Trapani e Favignana, che nulla hanno da invidiare alla bellezza delle coste bretoni, tranne forse una certa atmosfera nordica e tenebrosa, irriproducibile altrove.

La regia è di Ricky Tognazzi, la sceneggiatura della moglie Simona Izzo, il che farebbe supporre un ottimo lavoro: in fondo il format valido c’è già, l’ambientazione promette di dare un tocco di solarità alla oscura vicenda, alcuni attori sembrerebbero validi, insomma…

La verità è che, almeno dalla prima puntata, la serie appare scritta male, recitata male e doppiata peggio, gli attori scialbi e fuori parte , per non parlare della protagonista, il cui criterio di scelta deve essere stato il bel visetto, perché per il resto non vedo altre qualità, visto che la recitazione non è il suo forte, e come poliziotta mi pare poco credibile, instabile psicologicamente, sembra addirittura isterica, se nella realtà fossero così, staremmo messi proprio male …

Insomma, ci si sono impegnati davvero moltissimo, nel rovinare trama, personaggi e atmosfere…Gli autori dicono di essersi ispirati a sceneggiati storici che mescolano giallo e soprannaturale, come Il Segno del Comando, ma forse dovrebbero andarseli a rivedere, visto che siamo lontani, ma di tanto proprio.

Ma ci voleva tanto a rispettare il format originale, a fare un casting decente (ma chi li ha fatti i provini?), a buttar giù una traduzione della sceneggiatura francese che non la banalizzasse (voglio dire, potevano semplicemente tradurla), a filmare il tutto in presa diretta, senza dover assistere al doppiaggio fuori sincrono, e a pretendere un minimo di partecipazione emotiva dagli attori?

Eppure, serie come Romanzo Criminale hanno dimostrato che si può fare un ottimo prodotto anche con attori sconosciuti e con una sceneggiatura già utilizzata dal film, ma era proprio tanto difficile fare qualcosa di meglio?

mercoledì 6 maggio 2009

Architettura post-moderna a Roma



In questi giorni, non so perchè, ma non ho voglia di postare ricette, forse perchè non ho voglia di cucinare...sto approfittando di queste belle giornate per andarmene a zonzo, un po' per compere (quando sono stressata comincio a comprare in maniera compulsiva, ma di solito non per me, quanto piuttosto per la casa), altre volte mi piace semplicemente curiosare nelle vetrine, immaginarmi di comprare questo o quello, di cambiare la disposizione dei mobili, cucire le tende nuove, e così via...faccio progetti, liste, abbinamenti, che poi spesso non mantengo, oppure li cambio nel frattempo, sull'onda del momento.


Il fatto di avere un blog che tratta prevalentemente di cucina comincia a starmi un po' stretto...o forse un blog di cucina non lo è mai stato, visto che ho sempre parlato di tutto un po'...comunque si hanno delle fasi in tutte le cose, e forse la primavera è il periodo giusto per uscire e parlare d'altro, del mondo che c'è fuori, piuttosto che starsene rintanati in casa a spadellare. Ho avuto tutto l'inverno per stare tappata a casa, forse è meglio così...

In ogni caso, era un po' che avevo in mente di scendere fino al quartiere Prati (che è adiacente al mio) per andare a vedere il nuovo mercato Trionfale, inaugurato da poco. Questo mercato rionale ha avuto, a dir poco, una vita travagliata.

Parecchi anni fa era piuttosto fatiscente, un po' rimediato: i primi lavori l'hanno sistemato in un'area al'inizio di via Andrea Doria, una serie di banchi coperti, delimitati da una cinta di cemento...niente di che, ma comodo, per gli abitanti del quartiere.

Qualche strada più in là, si trova anche il Mercato dei Fiori: di solito è riservato ai commercianti, ma il martedì mattina è aperto al pubblico, dalle nove e trenta in poi: ci si fanno buoni affari, soprattutto per chi compra grandi quantità di piante. Io ogni tanto ci vado, anche se le piante da comprare non sono mai molte, visto che ho solo le cassette sui davanzali...tante volte ci vado solo per cercare una pianta particolare, magari un'aromatica che non riesco a trovare al mio mercato, oppure l'erba gatta.




Uno si aspetterebbe un posto veramente bello, tipo quello di Parigi sull'ile de la Citè (che però non è all'ingrosso): invece è un seminterrato buio, in cui le luci al neon danno anche una sfumatura fredda e innaturale ai colori intensi delle corolle e delle foglie...appena si entra si coglie un odore di umido, di terra bagnata, un effluvio dolciastro, pungente, che dà quasi alla testa.

Le piante sono ovunque, accatastate per terra, sulle scaffalature metalliche, appese al soffitto. Piante da interno, da esterno, rampicanti, rose, enormi rodoendri dalle corolle corpose, felci e bouganville dai colori più incredibili, piante grasse, bonsai, piante aromatiche, lavande, il tutto mescolato in un disordine un po' caotico. Anche qui, sono anni che c'è un progetto di spostarlo in un posto più adatto (anche se sarebbe lontanissimo da qui), però non se ne fa nulla.


Il mercato Trionfale, dicevo. La giunta precedente ha approvato un ambizioso progetto di riqualificazione del mercato, la cui ricostruzione è durata qualche anno: i banchi sono stati risistemati alla meglio ad ingombrare i marciapiedi della via, ed è cominciata l'attuazione del progetto, che sembrava non finisse mai.

Mi è capitato di vedere una fotografia su un giornale, ripresa dall'alto, ed era impressionante: sembrava un immenso cratere, prodotto dall'impatto con un meteorite, oppure con una bomba: un buco enorme, in mezzo ai palazzi ottocenteschi, una voragine profonda che ha provocato anche problemi di statica ai vecchi palazzi intorno.

Il quartiere Prati ha, infatti, un'edilizia prevalentemente fine ottocentesca.

Fino all'Ottocento veniva chiamato Prati di Castello, perchè non era edificato, ma un luogo ancora verde, sotto castel Sant'Angelo, spesso meta di gite domenicali. Nei quadri di Roesler Franz si può cogliere questo carattere bucolico, di cui oggigiorno si è persa ogni traccia, tranne per i residui giardini sotto il castello.

L'urbanizzazione massiccia della seconda metà dell'ottocento non ha risparmiato questa zona, ma ne è venuto fuori un quartiere elegante, con belle palazzine, strade ordinate, negozi costosi e ben curati, un quartiere animato in cui è piacevole passeggiare.

Anche le poche case popolari proprio negli isolati accanto, dei primi decenni del Novecento, con alcuni esempi addirittura di art deco e altri analoghi, in qualche modo, all'estroso quartiere Coppedè ed ad una certa edilizia popolare della Garbatella, sono comunque apprezzabili, con cortili pieni di verde e condomini non privi di un certo fascino.


In tutto questo, ecco il progetto avveniristico che è stato pensato per questo mercato.

Ora, tutti voi sapete quanto io ami Parigi, e anche le sue sperimentazioni architettoniche: a Parigi è assolutamente normale la convivenza tra palazzi antichi e cose moderne, basti pensare ai lavori sotto il Louvre oppure al modernissimo mercato Les Halles, che ha sostituito quello più antico raccontato da Zola, il Beaubourg, in mezzo al secentesco quartiere del Marais, e così via.
Solo che Roma ha un tessuto urbano più compatto, devastato fino ad un certo punto dalle ristrutturazioni selvagge ( le ultime sono state quelle di Mussolini)...ma non si poteva progettare qualcosa leggermente più in sintonia col resto del quartiere? E lo sta dicendo una che ha avuto la massima stima per l'amministrazione comunale precedente, a mio parere la migliore che Roma abbia mai avuto.

Non è che non mi piaccia l'architettura moderna, vi assicuro che la Defense a Parigi e la futuristica Rotterdam non mi dispiacciono affatto...ma c'era proprio bisogno di un progetto così inutilmente faraonico, per un mercato? Io ci avrei visto una cosa meno vistosa, magari aerea, in metallo ma meno fredda...magari che richiamasse le strutture in ghisa che tanto andavano a fine ottocento, tipo quelle che ancora esistono dentro il Policlinico o nell'ospedale militare del Celio.




E poi, passi per l'esterno...ovviamente, sono entrata dentro al mercato, che si trova al pianterreno: non so perchè, ma mi aspettavo un ambiente curato, accogliente, invece (tranne qualcuno, tipo la panetteria e pochi altri) sono gli stessi banchi un po' squallidi che erano all'esterno, di lamiera, con merce dozzinale, sotto una fredda illuminazione al neon, che la luce proveniente dai lucernari non riesce ad addolcire in nessun modo.

Ho provato ad uscire e a salire sul piazzale soprastante: è vero che i lavori stanno ancora terminando, quindi è possibile che il senso di desolazione che ispira sia destinato a scomparire, però non mi è ben chiaro a cosa serva tutto questo spreco di spazio, al momento assolutamente deserto. Non so, c'è un senso di incompiuto, di inutile che, spero, deriva dal fatto che il progetto non è finito, molte serrande sono ancora abbassate, gli uffici ai piani superiori sembrano vuoti, e ci sono delle parti del fabbricato ancora grezze.


Però il tutto mi ha lasciato piuttosto fredda, e un po' delusa...


L'unica cosa che mi è parsa degna di nota è stato il riflesso delle nuvole che si specchiavano sui vetri...

sabato 21 marzo 2009

Quando l'incuria diventa un crimine

Oggi, ufficialmente, entra la primavera.

A Roma c’è un bel sole, ma un vento di tramontana che ti taglia la faccia, e una temperatura polare, altro che primavera.
Però oggi non vi voglio parlare solo del clima, che va tutto a rovescio, ma di quello che sta succedendo di orribile in Sicilia.
In questi giorni mi hanno molto colpito il ragazzino morto e la turista tedesca in fin di vita, sbranati da un branco di cani selvaggi, e mi chiedo se sia una situazione degna di un paese civile: purtroppo ultimamente me lo sto chiedendo sempre più spesso e la risposta è sempre la stessa, che no, non lo è, assolutamente.

Penso di essere del tutto immune da ogni accusa di anti animalismo , visto che sono vegetariana da nove anni, adoro gli animali, ho due gatti che sono come figli, e ho avuto cani, gatti, uccelli e tartarughe, però questa situazione è veramente fuori controllo, intollerabile.

Nel 2000 andammo in vacanza in Grecia, dove mi capitò un’esperienza simile, fortunatamente senza danni se non uno spavento terribile.
Eravamo in viaggio di ritorno verso Patrasso, dopo una notte in traghetto da Creta ad Atene, era mattina presto, mi pare intorno alla sei, e dovevamo far colazione ma non riuscivamo a trovare un bar aperto.
Usciti dal porto, ci fermiamo in una strada periferica della città, praticamente deserta: mio marito parcheggia la macchina ed io scendo e attraverso la strada per raggiungere un chiosco aperto che vende dolci, bibite e giornali, per comprare qualcosa da mettere nello stomaco, un dolcetto, magari un caffè, un succo di frutta.

Faccio pochi passi, sono al centro della strada deserta, quando vedo arrivare di corsa, proprio nella mia direzione, un branco di almeno 15-20 cani, tutti di taglia grossa: attimo di terrore, la macchina è troppo lontana per raggiungerla in pochi secondi e il chiosco dall’altra parte della strada pure: mio marito dalla macchina mi dice di non muovermi, di rimanere ferma, ed io rimango al centro della strada, in piena crisi di panico, aspettando che il branco mi raggiunga, immobile, col cuore impazzito dal terrore.
Sono stati i secondi più lunghi della mia vita: fortunatamente il branco si apre in due, durante la corsa, passandomi a pochi centimetri di distanza e mi supera, io cerco di non guardarli neanche, poi lentamente faccio qualche passo verso la salvezza, e arrivo al chioschetto con le gambe che mi tremano, il cuore che mi batte all’impazzata, sull’orlo di una crisi nervosa.

Quell’estate, in Grecia e a Creta, avemmo più volte modo di inveire contro quel paese meraviglioso, tanto bello quanto sciatto, rovinato da colate di cemento, incuria, degrado, e i cani randagi che si vedevano ovunque non erano che il tocco finale di una politica di devastazione del territorio che ci aveva lasciato stupefatti e disgustati: nella splendida Creta dal mare blu profondo e le immense spiagge ventose, in quella terra baciata dal sole e ricca di storia, abbiamo visto chilometri e chilometri di litorale brullo e deserto e incontaminato chiusi al passaggio, inaccessibili, con scheletri di cemento di condomini costruiti selvaggiamente a pochi metri dalla riva, senza riguardo per la bellezza di quelle coste rocciose .

Rimanemmo veramente delusi da quell’esperienza cretese, soprattutto in virtù del fatto che vi siamo rimasti ben venti giorni, girandola in lungo ed in largo con la macchina, e non la solita settimana nei posti turistici, dove si vedono solo le cose belle e non il rovescio della medaglia. L’unica parte ancora selvaggia e incontaminata sono le montagne dell’entroterra, luoghi impervi, vegetazione scarsa, greggi di capre al pascolo e gole ventose.
Turisti, zero, per questo quei posti riescono ancora ad essere silenziosi e suggestivi.

Quando nel 2001 andammo in Sicilia, ci trovammo in una situazione praticamente identica, se non peggiore: avevamo scelto un posto poco turistico, al mare ma sotto l’Etna, tra Giarre ed Acireale.
Catania e Siracusa, che trionfo di barocco, anche se fatiscente e meritevole di ben altre attenzioni, e che lussuria il cibo, abbiamo assaggiato tutto, latte di mandorla, granita di caffè con brioche, il pane condito, gli amaretti, dolci di ricotta, gli spaghetti alla Norma.

Ma in quanto a mare e paesaggio, che delusione. La zona tra Messina e Siracusa è una striscia di cemento senza soluzione di continuità, paesini moderni e squallidi che si susseguono ininterrottamente per decine di chilometri, stradicciole strette, maltenute, accesso al mare impossibile in ogni dove e, quando si apre un pertugio per arrivare ad un pezzetto di spiaggia non privata, che incuria, che squallore…abbiamo visto condomini di cinque piani costruiti praticamente in riva al mare, in spregio a qualsiasi vincolo paesaggistico.

Noi eravamo in un agriturismo, appena fuori Riposto, quello che dalle foto sembrava il luogo perfetto, in mezzo al verde, a pochi passi dal mare e con accesso diretto alla spiaggia.
In realtà, la spiaggia consisteva in pochi metri di ciottoli impraticabili senza scarpe, circondati da mura di cemento grezzo e condomini di cinque piani, il mare di un colore incerto, poco promettente, la qualità dell’acqua a dir poco dubbia.

Il luogo immerso nel verde era in verità una foresta di eucalipti e banani lasciata a sé stessa, che si attraversava per andare al mare, e poi un orto con qualche albero di agrumi davanti al nostro appartamentino.

Il tutto situato in un posto sperduto nel nulla, tra casette anonime e una frazione minuscola senza alcunchè di rilevante, in cui non era neanche consigliabile andare in giro da soli: ho provato un paio di volte a mettere il naso fuori, per fare una passeggiata solitaria (adoro camminare da sola) e me ne sono tornata velocemente dentro l’agriturismo, viste le occhiate strane dei ragazzi che mi giravano intorno in motorino e addirittura gli apprezzamenti pesanti di un vecchio con tanto di moglie accanto in macchina.
Essere guardata con un animale raro non è proprio piacevolissimo, mi era capitato solo in Egitto, non pensavo di provare le stesse sensazioni nel nostro sud.

In un impeto di ingenuo entusiasmo, avevo visto che c’era una ferrovia che in pochi minuti portava in luoghi più frequentati, verso Acireale oppure verso Taormina, e mi ero illusa di poter prendere il treno ed andarmene gironzolando per negozi di ceramiche per conto mio (vista la scarsa inclinazione di mio marito per questo genere di cose): entrata nella stazioncina fuori mano, per un attimo ho avuto un dejà vu, mi sembrava di essere tornata a Novgorod, in mezzo alla taiga russa, l’edificio quasi in rovina, i binari deserti, le impalcature con due operai svogliati, neanche uno straccio di cartello con gli orari…un’immagine di desolazione e abbandono degna di un paese da terzo mondo.
Ho girato incredula per la stazione cercando gli orari dei treni, alla fine mi sono rivolta agli operai che già mi guardavano come fossi un po’ toccata, i quali mi risposero candidamente che gli orari non ci sono (si va lì e si aspetta che passi il treno?), la biglietteria è chiusa e l’unico posto dove si può comprare il biglietto è una tabaccheria fuori ma al momento chiusa, oppure si deve tornare in paese.

Sono tornata sconsolata all’agriturismo, sentendomi prigioniera di quel luogo, un posto dove se non hai la macchina non vai da nessuna parte, e se non hai la macchina e sei di sesso femminile non vai da nessuna parte ancora peggio…

In tutto questo, anche lì abbiamo visto moltissimo cani randagi, che gironzolavano indisturbati per le campagne, come in tutto il sud. Io adoro il nostro sud dalla bellezza lussuriosa e struggente, ma mi chiedo come sia possibile che nel nord funzioni (quasi) tutto bene, e non si avverta mai quell’incuria e quel degrado che affligge le nostre belle terre meridionali, e come è possibile che siano proprio gli abitanti ad accanirsi contro le bellezze di cui quei posti sono così ricchi, un patrimonio incalcolabile che dovrebbe essere la più grande risorsa, da mantenere intatta e meravigliosa.

Mai ci è capitato in Trentino od in Veneto di vedere scempi edilizi come quelli visti in Sicilia, e neanche il trattamento vergognoso riservato ai cani: non che io sia favorevole ai canili-lager, ci mancherebbe, mi si è lacerato il cuore quando sono andata al nostro canile di Porta Portese a cercare il piccolo Golia, nostro amatissimo cagnolino perso e mai più ritrovato nel 1989 (ancora ce lo rimpiangiamo), a vedere quelle gabbie e a sentire quegli uggiolii mi sono dovuta forzare a non portarmeli tutti via, sono uscita da quel posto con le lacrime agli occhi.

E allora benissimo le campagne di prevenzione dell’abbandono, la sterilizzazione e tutto il resto: ma il problema rimane, non si può far finta che non esista; e lasciare branchi di cani liberi o peggio, lasciare che vengano maltrattati, incattiviti e tenuti in condizioni crudeli come è successo a Scicli, nell’indifferenza totale delle istituzioni, è un vero crimine, qualcuno dovrebbe pagare per questo, o quanto meno vergognarsi fino al midollo: il sindaco, la giunta, tutte le istituzioni del territorio e pure i cittadini stessi, perché accadimenti terribili del genere non sono frutto del caso, ma della mancanza di sensibilità collettiva, dell’indifferenza che è una delle piaghe del nostro paese.

La cura dell’ambiente, del paesaggio non è un vezzo o un lusso, dovrebbe far parte del nostro codice morale e civile, così come il rispetto e la cura degli animali: rispetto che va dai trattamenti meno crudeli che andrebbero riservati agli animali allevati ( e mi riferisco anche alle condizioni di allevamento delle galline, di cui ho già avuto modo di parlare) alla costruzione di canili dignitosi, dove gli animali non siano trattati come carne da macello, nella sporcizia e nel degrado, e dove non imparino ad odiare gli esseri umani che possono essere, e spesso lo sono, assai più crudeli di loro.

giovedì 19 febbraio 2009

Una droga chiamata Facebook


Finalmente, dalle mie parti, è tornato il sole, quelle giornate di tramontana col il vento gelido che ti taglia la pelle, ma cieli luminosi e tersi, il mondo che sembra svegliarsi dal letargo, i primi timidi fiori che fanno capolino sui davanzali…non vi capita mai di sentirvi, in questo periodo, pieni di forze eppure sonnolenti, con la testa piena di pensieri, progetti, in pieno fermento, eppure ancora impigrita nell’inerzia dell’inverno…

Proprio in questi giorni di sole, ovviamente mi sono beccata di nuovo l’influenza, ho messo fuori brevemente il naso e sono scappata di nuovo al calduccio, per ora mi accontento di vedere il sole dalla finestra, in attesa di tempi migliori.

Ogni inverno, stagione che detesto tanto quanto l’estate piena, sopravvivo consolandomi che non durerà per sempre. Insomma, vivo a Roma, mica in Norvegia.

Dopo Natale mi consolo pensando che, quanto ci sarà rimasto di freddo freddo, dopo novembre e dicembre? Gennaio, forse la metà di febbraio? A metà febbraio mi consolo pensando che, quanto ci sarà rimasto, di gelo e maglioni, fino a metà marzo? A metà marzo, quando ancora il vento marzolino traditore continua a imperversare impietosamente, comincio a perdere la pazienza e a maledire questo mondo crudele, non ci stanno più le mezze stagioni, governo ladro!


Ma il mondo intorno a me è un’esplosione di colori, e allora la primavera sta davvero arrivando, troppo breve, solitamente, due settimane di magia pura, il profumo della natura che ti avvolge da ogni parte, inebriante e incantatore…Roma a primavera dà il meglio di sé, ma mai quanto Parigi, i cui parchi, giardini e aiuole disseminate ovunque traboccano di fiori di tutti i colori, se non siete mai stati a Parigi oppure non l’avete mai vista tra aprile e maggio, non potete perdervela! Quest’anno il mio viaggio in solitaria avrà una metà più vicina, purtroppo, magari il prossimo anno…

Va beh, siccome siamo a metà febbraio, diciamo che manca un mese, poi, forse…


In questo periodo di inerzia forzata, quest’anno con tutta la pioggia che ha fatto siamo stati tutti rintanati a casa il più possibile, ho sviluppato una dipendenza assoluta e preoccupante dal computer, ormai la mia scrivania è il posto dove faccio quasi tutto: scrivo, guardo film, ascolto musica, parlo con gli altri, lavoro alle fotografie, coccolo i gatti (che stanno perennemente sdraiati sulla tastiera oppure col capolino appoggiato languidamente sul mouse), insomma, sto sempre appiccicata qui.

La mia tastiera Wireless era talmente sporca e cosparsa di briciole, schizzi di caffè, peli di gatto e altre sostanze non più riconoscibili che s’erano incollati tutti i tasti: mi sono messa di buzzo buono e l’ho smontata, anche perché per scrivere ci dovevo martellare sopra, tipo Olivetti Meccanica anni 80, una fatica…

Quando l’ho scoperchiata ci ho praticamente trovato i topi morti, un brulichio di batteri e altre forme di vita aliene che ho prontamente eliminato, ma non è servito a molto. A parte che ho rimontato i tasti a memoria e alcuni li ho sbagliati, ho invertito la m e la n e la r e la t, ma è talmente faticoso smontare tutto che li ho lasciati così, con i risultati che vi potete immaginare.
Allora sono uscita e mi sono concessa una lussuosissima tastiera Apple, piccola, di alluminio e coi tasti di velluto, veramente una fuoriclasse, scriverci sopra è una vera lussuria, altro che wireless…



Dipendenza dicevo. Prima dal blog, ormai sono blog-dipendente, ogni cosa la immortalo con la macchina fotografica, non cucino quasi mai a caso ma sempre per pubblicare le ricette, ogni cosa che mi succede la trasformo in scrittura, insomma, sono diventata un incubo per tutti quelli che mi stanno intorno.

Siete anche voi al livello di guardia, quello in cui la prima cosa che fate, la mattina, ancora prima di prendere il caffè e fare colazione, è accendere il computer e scaricare la posta, controllate i commenti ai vostri post ( ma perché non commenta nessuno? Forse non interessa a nessuno quello che scrivo?)? Ho tanto preso in giro mio marito, che alle sei e mezzo di mattina era già attaccato al suo computer (ognuno ha il suo, anzi, lui ne ha addirittura 2), e invece tra un po’ lo batto pure…

E poi, ultimamente, sto diventando Facebook-drogata, non pensavo che potesse succedere proprio a me, ero piuttosto diffidente verso questo social network, e invece…


Mi sono scoperta una vocazione di impicciona che non avrei mai immaginato, vado a ficcanasare nelle bacheche altrui, guardo le foto, leggo i commenti, cerco le persone in rete, insomma, non starà diventando un’ossessione, una curiosità un po' insana? E ancora, i miei amici stanno crescendo in maniera esponenziale, ormai chiedono la mia amicizia persone mai sentite nominare, e non si qualificano neanche, e allora che faccio? Rifiuto l’amicizia? Li metto in stand-by? Mi arrivano notizie di cui non mi potrebbe fregare di meno…ma come si fa a depennare qualcuno dalla lista degli amici? Mi pare una sgarberia, io lo farei nella vita? Beh, forse sì.

La mia bacheca è un porto di mare, c’è un passaggio continuo di gente che scrive, commenta, pubblica foto, mi invia messaggi…stare dietro a tutti è quasi un lavoro a tempo pieno.

E allora mi viene da riflettere sul fatto che tutte queste persone hanno un sacco di cose da dire e da far vedere, che probabilmente invece di farlo nella realtà, lo fanno su Facebook, un’ illusione di contatto reale su un luogo virtuale…


Alcune volte penso che questi contatti virtuali non siano del tutto sani, perché è molto più facile stare davanti ad uno schermo e interloquire con delle figure evanescenti piuttosto che uscire di casa e incontrarle di persona, oppure alzare il telefono e dirsi due parole via cavo, e non via chat. Tra l’altro, nella realtà virtuale si può dare l’immagine che si vuole di sé, probabilmente non la più veritiera…quanto bariamo, mostrandoci nella nostra vetrina personale?

Io, per esempio, a scrivere me la cavo piuttosto bene, già al telefono comincio ad essere un disastro, figurati che posso combinare nei rapporti face-to-face…già solo l’immagine che mettiamo sul nostro profilo, che mostra la nostra faccia qualsiasi cosa facciamo sul network, è una scelta, è il nostro alter ego fantasma, forse solo la proiezione di quello che vorremmo che gli altri vedessero. Insomma, un avatar.

La nostra finestra virtuale sul mondo ci fa illudere di essere meno soli, ma non so quanto poi sia vero…anzi, forse avere a portata di mouse chiunque ci fa impigrire ancora di più, ci rende ancora più dipendenti da un programma di posta o da una chat.

E allora sarebbe meglio chiudere tutto e uscire a fare una bella passeggiata, sempre che non ricominci a piovere…


Per consolarci con qualcosa di meno virtuale, ecco una bella torta a base di formaggio, mandorle, canditi e uvetta. L'aspetto è promettente e il sapore ancora di più, vi assicuro che è una delizia, morbidissima, perfetta per un the caldo e aromatico.

Torta formaggiosa con mandorle, uvetta e canditi

300 grammi di farina
3 uova grosse
250 grammi zucchero
250 ricotta
100 grammi Philadelphia
100 grammi mandorle non spellate
75 grammi uvetta
100 grammi canditi
1 bustina lievito vanigliato
3 cucchiai vinsanto o altro liquore
Zucchero a velo


Tortiera 26 centimetri.
Mettere a bagno l'uvetta per almeno mezz'ora, in acqua tiepida.

Battere i tuorli con lo zucchero, con la frusta elettrica, aggiungere il formaggio e la ricotta ben scolata.

Unire il liquore, poi la farina mescolata al lievito.

In ultimo unire delicatamente prima le chiare montate a neve, senza smontarle, poi unire canditi e l'uvetta ben strizzata.
Versare nella tortiera imburrata ed infarinata, cospargere con le mandorle.

Infornare per 40-45 minuti a 180 gradi, sul secondo ripiano dal basso.

Una volta fredda, sformarla delicatamente e spolverarla abbondantemente di zucchero a velo.

lunedì 16 febbraio 2009

Vanità, tutto è vanità, solo vanità


Ebbene sì, alla fine ho capitolato anch’io. Sono anni che resisto alla moda imperante delle unghie rifatte, quelle lunghe, squadrate, lucide di gel, ho sempre detto: Chi, io?! Giammai!
Ed invece, magari in ritardo di qualche anno, guardando lo stato pietoso delle mie mani, le unghie ridotte ai minimi termini, mi sono decisa: ci vado. Ho preso il coraggio a quattro mani, e sono andata.

In uno di quei centri estetici, quelli pieni di specchi, di lettini, di attrezzi misteriosi, pieni di estetiste giovani, carine e magre, curatissime (nulla fuori posto, mani-sopracciglia-pelle perfetta-capelli freschi di taglio, ma le estetiste sono tutte così? Qualche brufolino, qualche scolatura del trucco?) e che ti fanno sentire bruttina, trascurata e sciatta, e che ti dicono, in tono incredulo: ma come, lei non fa la pulizia del viso ogni tre mesi?! E la manicure tutti i mesi?
E quando confessi che, sì, ti lavi il viso con acqua e sapone, e l’unica cura è una comunissima crema idratante mattina e sera, quasi si scandalizzano, ma signora così si rovina la pelle, a quest’ora dovrebbe cascarle a pezzi, e poi qualche lampada prima dell’estate, lei con la pelle così bianca ( va beh, è vero che sembri un po’ la sorella anemica di Dracula, ma vaglielo a spiegare che non prendi il sole da un’eternità, che ti sei presa l’eritema e ti riempi di bolle dalla testa ai piedi appena metti fuori il naso dall’ombrellone, e che sono anni che resti, orgogliosamente, bianca come una mozzarella: ti consoli pensando che vedranno loro, alla tua età, piene di rughe, mentre tu, insomma, ancora te la cavi alla grande, e senza botulino).

Insomma, uno di quei posti che evito accuratamente da sempre: gli unici, rari, trattamenti estetici a cui mi sottopongo sono in uno di questi posti tranquilli, con musica orientale in sottofondo, una tisana per rilassarsi, un bel massaggio fatto da una signora gentile, da cui esci completamente rinata, convinta che la bellezza e la serenità interiore si riflettano anche sull’esteriorità (è una mia opinione personale assolutamente non suffragata da fatti concreti, probabilmente una mera illusione).

Così come evito da sempre i negozi di vestiti all’ultima moda, non sapendo neanche cosa significa questa parola: non la seguivo a 15 anni, figurati adesso che posso permettermi di crearmene una tutta mia personale (uno dei vantaggi dell'età), alla faccia di quelli che dicono: quest’anno vanno i pantaloni così e cosà, le scarpe col tacco in questo modo, quest’anno quel colore è totalmente out…e un bel chissene frega?

Certo, la moda imperante complica un po’ la vita, se non vuoi finire omologata a tutte le altre: se vanno i pantaloni a vita bassa, devi girare un bel po’ di negozi per trovare uno straccio di pantalone da cui non fuoriesca un bel pezzo di mutanda, così come se cerchi delle scarpe normali, carine ma comode, non troppo estrose, ti senti rispondere dalla negoziante: ma lei si deve adeguare alla moda, quel tipo di scarpe che cerca quest’anno non va proprio! E no, cara signora, è la moda che si deve adeguare a me, credo la prospettiva sia piuttosto sbagliata.

Quando poi passeggio per la strada, soprattutto per le grandi strade commerciali, e mi guardo intorno, osservando il tipo di fauna femminile che gira, non so se piangere o ridere, davvero, soprattutto in quartieri più popolari (abbiamo fatto un raffronto tra Boccea e Viale Marconi, quest’ultimo è risultato quasi imbattibile, a meno che non si finisca proprio in periferia).

Si vedono sciami di donne, ragazze e ragazzine, ormai le età media si è talmente abbassata che pure le 12enni sembrano delle cubiste, stile simil Jennifer Lopez-Victoria Beckam oppure modello troniste di canale 5, tutte uguali, tutte con gli stessi capelli stirati e con lo stesso identico taglio, gli occhiali Ray-Ban o simili, pancia di fuori e perizoma in vista, incuranti dei rotoli di ciccia che escono dagli elastici (ma qualcuno gliel’ha detto che quel filo interdentale tra le natiche è assolutamente antigienico?), magliettine corte pure in pieno inverno (vedrete, tra qualche anno, che reumatismi), scarpe che sono dei veri e propri strumenti di tortura, e quello che ti inquieta di più è che sono davvero tutte uguali, tutte identiche, come fatte con lo stesso stampo, indipendentemente dall’età.

E passi per la ragazzina di sedici anni, chi non è stata un po’ estrosa a quell’età, ma quelle signore 40-50enni, non più giovanissime, magari madri di famiglia, che si conciano come ventenni, ancheggiano su tacchi assurdi, i visi congelati dal botulino, le labbra gonfie e il trucco pesante, mi fanno ridere, e mi fanno anche un po’ pena, perché più invecchiano e più diventano patetiche, nel loro non volersi rassegnare al tempo che passa.

Un conto è la cura di sé, un dovere sacrosanto, che significa stare bene nella propria pelle e mantenersi in forma, chè vedere una donna trascurata e sciatta è veramente triste… un altro conto è il culto dell’apparenza e della giovinezza a tutti i costi, che ti costringe ad uniformarti ad un modello imperante di bellezza che ci vuole tutte con lo stesso corpo, con i capelli in un certo modo, con gli stessi vestiti e le stesse scarpe, e alla fine si finisce per essere delle fotocopie, anche i visi sembrano simili, infinite replicanti dello stesso archetipo femminile.

Io in questo ho sempre giocato fuori zona, visto che la frase che mi sono sentita ripetere più spesso è che “hai un tipo di fisionomia un po’ antica”, qualcuno una volta mi ha detto che “sembravo uscita da un quadro del ‘ 600” (ancora mi chiedo se fosse un complimento, ma mi sa di no), ed è quindi ovvio essere fuori moda, già in partenza.
A 15 anni la consideri una tragedia, a venti pure, a trenta ti rassegni, a quaranta invece ne sei proprio felice, di essere un po’ diversa, anche deliziosamente antiquata, alla faccia di queste replicanti senz’anima, belle fuori e vuote dentro.

Insomma, alla fine ci sono andata, e siccome è stato un piccolo avvenimento, almeno un accenno ve lo voglio raccontare. L’estetista, ovviamente, una moretta carina, magra e curatissima, e ti pareva, con delle sopracciglia senza un pelo fuori posto (ma perché le mie ricrescono come se le concimassi?). E’ anche vero che se fosse brutta e sciatta, si farebbe cattiva pubblicità…

Comunque, il trattamento in sé è una specie di tortura: le unghie, o quel poco che ne resta, vengono prima maltrattate con le lime, poi vengono incollate le tips ( si chiamano così, quei pezzetti di plastica che te le allungano) con quell’adesivo cianocrilato in tubettini, quello che se ti si appiccica un dito mentre stai incollando un oggetto, per staccarlo viene via la pelle viva, che rimane incollata all’oggetto e non più al tuo dito.

Ma, ti dici, sarà una cosa passeggera, mentre comincia a ridurti gli artigli ad una cosa di dimensioni accettabili, ed invece permane la spiacevolissima sensazione che le tue povere estremità siano state prese a martellate, dolenti e attaccaticcie, ogni attività prensile completamente inibita.
Dopo questo incollamento, vengono di nuovo maltrattate con la lima, e quindi annegate in una mare di gel colloso e poi cotte sotto una luce blu e calda, e immagini le tue povere unghie che faranno manifestazioni di protesta e scioperi della fame, pur di essere liberate da quella specie di blob sintetico vetrificato, per tornare corte e brutte, ma di nuovo libere.

Sono uscita da lì con le mie unghie nuove, tutte belle lunghe e lucide, orgogliosamente squadrate, dure come roccia, la sensibilità dei polpastrelli completamente fuori uso, le mani completamente impedite anche nei gesti più normali come aprire una lampo o raccogliere le monete nel portafoglio.

Risultato: appena arrivata a casa, sono stata un’ora a limarmele, cercando di staccare i polpastrelli incollati e a riportare le mie estremità ad una dimensione umana, adatte a qualcuno che usa le mani per fare cose normali, tipo scrivere al computer, aprire il barattolo del caffè, tagliare le cipolle o lavare i piatti: cosa che, sono sicura, tutte queste belle ragazze dalle unghie lunghissime non fanno. Beate loro.

mercoledì 11 febbraio 2009

Se siamo ancora un paese civile

E’ difficile passare da argomenti tristi e poetici, ma lontani nel tempo, come la storia di Matilde , ad argomenti quotidiani, non meno tristi ma purtroppo di questi giorni.

Ho evitato di commentare, ultimamente, gli avvenimenti tragici che hanno occupato tutte le prime pagine dei giornali non per disinteresse o ignavia, al contrario, perché ero talmente indignata e schifata da non avere parole, o almeno, non parole decenti, che potessi scrivere senza essere denunciata per oscenità o calunnia.

Questa vicenda ci ha, bene o male, coinvolto tutti, purtroppo non nei termini con cui si dovrebbe discutere in un paese cosiddetto civile, mi sembra che di civile ci sia rimasto ben poco, in questa società, e lo dico con profondo rammarico.

Affronto questo delicato argomento, conscia del fatto che questo blog, che tratta di varie cose del quotidiano per lo più leggere, non sia la sede più adatta, ma è l’unica di cui dispongo; sono sicura che non tutti i miei affezionati lettori saranno d’accordo con me, e me ne dispiaccio in partenza, ma certe volte ci si deve esporre, a costo di alienarsi le simpatie altrui.

Parto raccontando un piccolo aneddoto, avvenuto sulla porta di casa mia qualche tempo fa, un piccolo incontro che mi ha ridere e arrabbiare nello stesso tempo.

Il mio è un quartiere tranquillo (esclusa via Boccea, ovviamente), piccole vie con poco traffico, casette e condomini di modeste dimensioni, giardinetti, il mercato, la Chiesa in mattoni che campeggia in fondo alla via: una dimensione umana, in cui ci si conosce tutti per lo meno di vista. Unica intromissione in questa quiete, le prepotenti scampanate della Chiesa San Filippo Neri, il cui parroco noi abbiamo denominato San Martino Campanaro, per l’entusiasmo e la foga che ci mette nel segnare i momenti salienti della giornata e altri che conosce solo lui.

Campane che vengono sparate a palla, con volume assordante e fragoroso, su delle musichette orribili: lo scampanìo copre il volume di qualsiasi altra cosa, voci, televisioni, stereo, se si sta al telefono è meglio tacere quei tre o quattro minuti, tanto non si sente assolutamente nulla. E questo, passi nei giorni normali, anche se scampanare a tutto volume alle sette di mattina mi pare già una bella prepotenza. Ma nei giorni particolari, in cui gli scampanii si ripetono a tutte le ore, è meglio uscire di casa e andare da qualche altra parte, inutile anche girare con Ipod, tanto riesce a sovrastare anche un gruppo di Heavy metal sparato nelle orecchie.

E già questo mi pare indicativo del rispetto che la parrocchia porta nei confronti delle orecchie delle case che le sono accanto.

Un giorno bussarono alla mia porta, solitamente qualche volta apro, altre no, stufa dei vari venditori di Folletti-Infostrada etc…: stavolta aprii, ignara.

Mi si pararono davanti due signore, non giovanissime e d’aspetto gentile, a colpo d’occhio con quell’aspetto cortese e dimesso tipico delle signore che frequentano questi posti tipo parrocchia, associazioni benefiche o posti simili: abbigliamento pratico e non frivolo, scarpe basse, capelli corti, niente trucco, ed infatti non mi sbagliavo, erano parrocchiane di san Filippo Neri, proprio la chiesa dal parroco campanaro.
Le due signore erano le promotrici nonché animatrici di una serie di riunioni di preghiera, con recitazione di una novena di rosari, di cui mi fornirono anche il foglietto con gli appuntamenti e gli orari.
A questa gentile proposta, risposi con un altrettanto gentile: grazie, non mi interessa.

Una delle due signore, esterrefatta del mio diniego, mi chiese il motivo, di questo mio incredibile disinteresse, e mi sussurrò, sottovoce, quasi facesse una domanda pericolosa:
“Lei è forse di un’altra religione?” e ultimamente gliene devono capitare molte, di persone di altra religione. Ed io, liscia liscia, ribattei che no, non sono di nessun’altra religione, non sono proprio credente.

Espressione incredula, quasi attonita, e chiese di nuovo, come se non credesse a quello che aveva sentito: come, lei non è credente? Non è di nessuna religione? Al che ribadii, in maniera più decisa che no, non adoro nessuna divinità religiosa, sono completamente atea.

Credo di avere assolutamente scandalizzato la signora, la quale cominciò un dialogo surreale, in cui tentava di capire le motivazioni del mio insano rifiuto, scivolando su temi e argomenti che io ritengo personali, ingiudicabili, oltre delicati. Cercò di convincermi ad un colloquio col parroco (fui quasi tentata di accettare, almeno gli potevo dire quello che penso delle sue campane), sicura che tale colloquio col saggio sacerdote ricondurrebbe la pecorella smarrita sulla retta via, nel gregge del signore, mancava poco che invocasse l’esorcismo, per scacciare via da me i demoni che sicuramente mi possiedono.

E quello che mi pareva più ridicolo, è che la signora non insisteva con cattiveria, ma assolutamente certa che la sua verità assoluta fosse anche la mia, che non ci fosse alternativa, che l’unico modo di vivere correttamente al mondo fosse quello in cui credeva lei. La frase che ha raggiunto il colmo, è stata quella, pronunciata in maniera accorata: ma come, lei che ha un visetto così gentile, così perbene?!

Al che ho rassicurato la parrocchiana sul fatto che non vado in giro a scippare vecchiette, a molestare bambini o a seviziare gatti. Nel mio piccolo, anzi, mi reputo una cittadina modello, una che non beve un goccio di alcol, non va in giro a fornicare col primo venuto, che fa la raccolta differenziata, è vegetariana da anni, oblitera sempre il biglietto sull’autobus e non dice bugie, il che di questi tempi non mi pare poco.

E’ evidente che per lei non avere religione e non avere leggi morali è la stessa cosa, anche facendole notare che valori etici, civici e morali sono comuni anche in persone di altra o nessuna religione, esistono regole universali che si chiamano solidarietà, rispetto, correttezza, onestà che tutti possediamo dentro di noi, e una società laica e civile è fondata proprio su questi comuni valori.

Parole al vento, per la signora chi non ha religione , anzi, chi non appartiene alla religione cattolica, è perduto, dannato, senza regole morali, condannato senza speranza.
Mi chiese come fossi potuta arrivare a questo, come fosse possibile che una ragazza d’aspetto così gentile potesse essere caduta in questo baratro, in questo abisso di perdizione. Forse che non conoscevo abbastanza la religione cattolica? Forse nessuno mi aveva illuminato al riguardo?

Signora mia, ho fatto 11 anni a scuola dalle suore, cantavo nel coro di una piccola chiesa di Trastevere, per anni, ed ho anche fatto parte della Comunità di sant’Egidio, direi che la mia bella esperienza in materia io l’abbia fatta, eccome. Se non bastasse, ho studiato anche Storia delle Religioni, tra le mie materie all’Università: probabilmente sono in possesso di una conoscenza teorica e storica ben più ferrata della sua. E allora perché, per quale motivo mi rifiutavo di riconoscere la vera luce, di accogliere in me la sua grazia?

A quel punto ho perso un po’ la pazienza, rispondendole in maniera ferma e un po’ piccata che il percorso di consapevolezza che mi aveva portato a delle scelte così dolorose e definitive, erano affari miei e punto, e non permetto a nessuno di giudicare queste scelte e queste convinzioni, come io non mi permetto di giudicare le sue, né di convertirla al mio ateismo. Inutile. Come parlare ad un muro, la possibilità di dialogo assolutamente nulla.

La signora è andata via solo dopo una vaghissima promessa di andare in parrocchia per parlare col famoso campanaro, la mia pazienza era al limite e, per non passare alla scortesia, ho preferito mentire, qualche volta capita anche me.

Mi assicurato che avrebbe pregato per il mio caso disperato, e avrebbe invocato che la grazia del signore scendesse su di me, per illuminarmi il cammino. Non dubito che ci si sia impegnata molto, nelle sue preghiere ma, evidentemente, non hanno sortito granchè d’effetto, almeno mi pare.

Questo per dire che ho vissuto tutta la vicenda della povera Eluana Englaro sotto una prospettiva laica, e questo già dice in partenza il fronte su cui ho militato: e mai parola m’è sembrata più calzante, visto che i toni sguaiati e arroganti usati per commentare questa triste storia, hanno fatto sì che le due fazioni si siano scontrate sulle barricate, come in guerra, senza rispetto per il dolore di due genitori che soffrono da 17 anni.

Mai come in questi anni mi sono vergognata di vivere in questo paese, che dovrebbe essere un paese democratico, laico, un paese di diritto, in cui quotidianamente le nostre leggi e la nostra costituzione viene fatta a brandelli da un manipolo di cialtroni.

Con tutta la stima del signor Englaro, che ammiro e rispetto per il suo coraggio, non mi pare che questo stato tuteli la libertà di scelta e di pensiero : io, al posto suo, poco coraggiosamente, me la sarei portata ben lontano da qui, da questo luogo dove i politici senza anima hanno speculato sulla pelle di una povera giovane per ottenere consensi elettorali e conservare la benevolenza delle gerarchie di uno stato estero, una cosa inammissibile, intollerabile. Il tono e la sostanza delle frasi che ho sentito pronunciare in questi giorni mi ha fatto veramente vomitare.

Un autorevole giornale di parte ha accusato il padre della ragazza di omicidio: ed è assolutamente curioso che un sacerdote che si permette di negare la Shoah viene riaccolto nel gregge, che un boss della malavita romana rimane seppellito in una chiesa, ed un padre che chiede solo che la figlia sia liberata da una vita di sofferenze venga chiamato assassino.

Per non parlare di tutta l’ondata bigotta e reazionaria dei nostri politicanti, che hanno cavalcato l’onda con cinismo aberrante, solo per interessi materiali e di convenienza: penso a livelli così bassi il nostro paese non era mai arrivato. E non solo a destra, quando ho sentito le parole della Binetti mi si è ghiacciato il sangue nelle vene…

Non so voi lettori che cosa ne pensiate, di tutta questa triste storia.

So solo che uno stato che non garantisce la libertà di scegliere, non è uno stato di diritto.
Un laico non impone ad un cattolico una scelta, che si tratti di aborto, divorzio, eutanasia o fecondazione assistita, né di vita e di morte: nessuno obbliga un cattolico a divorziare o ad abortire.
Uno stato democratico fondato su una costituzione laica dà la possibilità di scegliere, di rispondere solo alle sue leggi e alla coscienza individuale.

Altrimenti non è uno stato laico, ma un paese asservito al fondamentalismo religioso, esattamente come gli stati assolutistici islamici che critichiamo tanto.

martedì 27 gennaio 2009

Per non dimenticare l'orrore

Per onorare questo giorno, senza inutili retoriche, voglio solo trascrivervi il testo di Pietro Calamandrei, inciso su di una lastra di marmo, nel municipio di Cuneo.
Ho letto questo "testamento" nel bellissimo libro di Corrado Augias, I Segreti di Roma, e le parole mi hanno colpito per il dolore, la dignità e la fierezza che esprimono.
Non so se c'entrano molto con la commemorazione di oggi, però sono talmente belle e pure che voglio riportarvele:

(sono dedicate al Fedelmaresciallo Kesselring, comandante in capo delle truppe tedesche in Italia)

LO AVRAI CAMERATA KESSELRING
IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI ITALIANI
MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRA'
A DECIDERLO TOCCA A NOI
NON CON I SASSI AFFUMICATI DEI BORGHI INERMI
STRAZIATI DAL TUO STERMINIO
NON CON LA TERRA DEI CIMITERI
DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI
RIPOSANO IN SERENITA'
NON CON LA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE
CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO
NON CON LA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI
CHE TI VIDE FUGGIRE
MA SOLTANTO CON IL SILENZIO DEI TORTURATI
PIU' DURO DI UN MACIGNO
SOLTANTO CON LA ROCCIA DI QUESTO PATTO
GIURATO FRA UOMINI LIBERI CHE VOLONTARI SI ADUNARONO
PER DIGNITA' NON PER ODIO
DECISI A RISCATTARE LA VERGOGNA E IL TERRORE DEL MONDO
SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE
AI NOSTRI POSTI CI RITROVERAI
MORTI E VIVI CON LO STESSO IMPEGNO
POPOLO SERRATO ATTORNO AL MONUMENTO
CHE SI CHIAMA ORA E SEMPRE
RESISTENZA.


(Tratto da: Corrado Augias, I segreti di Roma, pag.259-260, Mondadori 2005)



Per non dimenticare mai l'orrore...

giovedì 22 gennaio 2009

I have a dream...o no?

In questi giorni la grande novità commentata più o meno da tutti è stata, ovviamente , l’elezione di Barack Obama.

La visione di quella folla oceanica che si emoziona per le parole di quell’ uomo giovane, uno che ha il coraggio di parlare a due milioni di persone e al mondo intero di “duro lavoro e onestà, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo” credo che sia una cosa impensabile da noi. La maggior parte degli italiani solo alla prima frase duro lavoro e onestà già inorridisce, oppure ridacchia pensando che siano cose da fessi.

Non so che tipo di gente voi frequentiate normalmente, ma è ovvio che di solito si è costretti ad uscire dalla cerchia delle persone che si è scelti, con cui più o meno si condividono opinioni e ideali, e confrontarsi con persone che la pensano in maniera diversa oppure, nella maggior parte dei casi, non pensano affatto, accogliendo in maniera passiva e acritica quello che gli viene propinato nei tiggì e in generale dalla televisione, uno dei mezzi di circonvenzione più subdoli che abbiano mai inventato.

Anche su quest’elezione purtroppo, come in altre occasioni, ho sentito in giro una serie di commenti superficiali tipo: “Ce l’hanno messo apposta perché tanto lo fanno fuori,” “Non durerà molto” oppure: "Ammazza quant’è brutta la moglie, assomiglia a Mike Tyson" (il fatto che abbia due lauree e sia un avvocato di successo è assolutamente ininfluente, ovvio), e così via.

Non so che tipo di giornali leggano questi individui (se li leggono, ovviamente), ma mi pare che la profondità delle conversazioni e delle argomentazioni sia del livello di quei giornaletti che regalano all’uscita delle metropolitane, quelli con la pubblicità che invade l’80 per cento della pagina e relega le notizie a poche righe scarne, direttamente prese dalle agenzie, senza uno straccio di commento, di partecipazione, di analisi critica.

Avrete notato sicuramente che la mattina la maggior parte di persone sull’autobus o sulla Metro ha in mano, quando va bene, questi micro giornali e nel peggiore dei casi quei fogli rosa assolutamente inutili e noiosissimi che parlano solo di calcio. Così come il primo argomento che viene trattato, appena si arriva sul posto di lavoro, è l’ultima partita della Roma, come fosse l’unico argomento importante, irrinunciabile, e quando fai presente che non te ne potrebbe importare di meno perché tu il calcio lo detesti in maniera viscerale e manderesti tutti i tifosi dritti filati in un campo di rieducazione in Siberia, ti guardano come fossi una marziana, un tipo un po’ eccentrico che vive in un mondo tutto suo, il che probabilmente è pure vero.

La differenza tra noi e l’America credo che sia proprio questa: loro hanno comunque l’entusiasmo di una nazione giovane, che riesce a voltare pagina col passato, rimboccarsi le maniche e sognare un futuro migliore, e a sentirsi migliore. Emozionarsi per delle parole, per un’idea, avere anche l’ingenuità di crederci, è qualcosa che abbiamo dimenticato da un bel pezzo, purtroppo. Credo che l’ultima generazione che l’abbia fatto sia quella del '68, e anche lì non è che sia andata benissimo.

A sentire le nostre conversazioni pare proprio che il nostro sia un paese stanco, cinico, che non riesce più a sognare, ad entusiasmarsi di nulla, e neanche a vedersi migliore. La percezione di una società violenta, gretta, chiusa in sé stessa e profondamente egoista non l’ho mai sentita forte come adesso, forse perché in Italia è proprio nei momenti peggiori che escono fuori i nostri lati peggiori. Così, invece di rimboccarci le maniche e lavorare per un obiettivo comune, ci arrocchiamo ognuno nel proprio fortino, buttando la spazzatura nel giardino del vicino (e non solo metaforicamente) e divagando in conversazioni oziose magari sulla misura di reggiseno di quella del Grande Fratello ( e qui potrei aprire un’altra grande parentesi ma ve la risparmio, perché già avete capito cosa ne penso).

Tante volte ascolto le persone attorno a me, e rifletto sul fatto che la maggior parte di quello che dicono è un festival di luoghi comuni, di idee raggranellate qua e là, che vanno dal “ tanto è tutto inutile” ,“tanto destra e sinistra sono tutti uguali “(ogni tanto verrebbe voglia di pensarlo anche a me, poi mi dico che no, non è vero che sono tutti uguali, e per fortuna) a commenti superficiali su argomenti invece importanti, che meriterebbero ben altri approfondimenti, altre riflessioni; come quando si parla dei temi di questi giorni (vedi Eluana Englaro) o anche più generali, di dio, del razzismo, dell’eutanasia, dei gay e così via, e senti delle cose che ti fanno aggricciare la pelle, e ogni tanto ci provi a portare la conversazione su un tono un po’ meno superficiale, a rischio di sembrare saputa e barbosa, a far capire che non si possono liquidare delle questioni così difficili e complesse con un giudizio sbrigativo buttato lì così, in poche parole.

Poi alla fine decidi che è inutile, che stanno bene come stanno, che chi ha voglia di approfondire certi argomenti lo fa già perché ne sente l’esigenza, e chi non lo fa è perché non gliene può fregare di meno, e tanto peggio per lui.

E allora, alla fine, chi è più stanco e cinico dei due?

venerdì 5 settembre 2008

Solo un commento

Oggi niente post bucolico, gattesco o mangiereccio: semplicemente un commento rapido e desolato ad una notizia apparsa sul quotidiano La Repubblica, che leggo volentieri tutti i giorni (però lo compra sempre mio marito) e sui cui articoli spesso mi indigno non poco (dovrei aprire una lunga parentesi sull'altro bell'articolo di oggi, L'ultimo minuto, ma il tema mi pare complesso e delicato, ed un blog come il mio non mi sembra la sede adatta per disquisire di vita e di morte).

Avendo invece un blog che, pur in maniera dilettantesca, tratta anche di cucina, e tutto quello che è connesso, cioè il mangiare sano, i prodotti biologici, l'autoproduzione etc..., non posso fare a meno di riportare la notizia dell'inchiesta sul formaggio avariato, titolo: "La Truffa del formaggio avariato, nel grattugiato finivano gli scarti", di Paolo Berizzi.

Chi di noi, per fare prima, non acchiappa al volo, al supermercato, quelle bustine di parmigiano grattugiato che basta aprirle et voilà, è già bello pronto da spolverare sul un piatto fumante di pasta?
Sono una delle colpevoli, me ne dolgo: lo so che in quelle bustine ci può essere di tutto, e alcune volte capita anche di utilizzare il mix di formaggi, ancora più inquietante perchè almeno il nome Parmigiano e Grana dovrebbe essere una garanzia.

Da tale inchiesta risulterebbe che alcune notissime aziende vendono i loro prodotti scaduti a disonestissime aziende, che a loro volta lavorano tali formaggi avariati, con i vermi e altre piacevolezze, con formaggi freschi e tali prodotti riciclati vengono rivenduti ad altre grosse e notissime aziende sotto forma di panetti di formaggio, vengono trasformati in grattugiato e fette di formaggio che finiscono poi sulle nostre tavole, il tutto con la complicità delle istituzioni addette al controllo.

I nomi in questioni sono proprio grossi, da reclame televisiva: una cosa che ha dell'incredibile, alla faccia della bontà e genuinità che strillano tanto in queste pubblicità: se l'inchiesta risultasse confermata, giuro di non comprare mai più un prodotto di queste famose aziende.

Addirittura, sono state trovate delle fettine di formaggio la cui data di scadenza era addirittura il 1980 (voi che facevate in quel lontano anno? Io ero in prima media, mi pare di ricordare)...ma vi pare possibile?!

LinkWithin

Related Posts with Thumbnails