I miei viandanti
sabato 13 febbraio 2010
La Nevicata del '72
Ieri mattina sono uscita sotto un cielo chiaro, nonostante fosse ancora notte. Le previsioni annunciavano neve, dopo le sette: le abbiamo lette sghignazzando, visto il clima caldo e piovoso degli ultimi giorni.
Poi, a giorno fatto, i primi fiocchi, grandi, leggeri, il cielo di un candore innaturale, un'aria gelida odorosa di neve, guardavamo increduli i prati diventare candidi, i rami degli alberi piegarsi sotto uno strato pesante, e continuava a fioccare, impietosa, mentre tutta la città impazziva, il raccordo intasato, automobili bloccate in salita, notizie allarmanti da parenti e amici, un rimbalzare di notizie preoccupate, tutti che si domandavano ansiosi come avrebbero fatto a tornare a casa.
Ha continuato fino all'ora di pranzo, e noi continuavamo ad osservare il cielo che non prometteva nulla di buono, i tetti sempre più bianchi, poi i fiocchi si sono trasformati in nevischio, quindi in pioggia sottile, e i pochi centimetri sulla strada hanno cominciato a sciogliersi, fino a ridursi a pochi mucchietti sparsi, e presto si sono liquefatti anche quelli. Quando siamo tornati a casa, a metà pomeriggio, sembrava quasi impossibile che una città intera fosse impazzita a causa di cinque centimetri di neve, ma tant'è...
A Roma le nevicate degli ultimi cinquant'anni si contano sulle dita di una mano, al massimo di tutte e due. La neve è un evento talmente raro, improbabile, che tutti ce le ricordiamo come fosse ieri.
La più eclatante fu quella dell'85, un 6 gennaio...me lo ricordo benissimo perchè ero stata invitata ad una festa a casa di una mia amica, e per l'occasione mi cimentai in una torta al cioccolato, torta che purtroppo non arrivò mai a destinazione.
La città, alla prima spruzzata di neve, si paralizza, figuriamoci con una nevicata abbondante come quella: tutto si fermò per una settimana, scuole, uffici, mezzi pubblici...era bellissimo andarsene in giro per le strade imbiancate, deserte, coi mezzi di fortuna che si riusciva a rimediare (tipo scarpe da ginnastica e tuta, essendo assolutamente non attrezzati per tale emergenza).
L'anno successivo ne fece un'altra clamorosa, mi ricordo di esser salita al Gianicolo a piedi, faticosamente: Villa Sciarra era chiusa, ovviamente, ma dalle cancellate si offriva gli occhi una visione fiabesca, irreale. Il giardino era completamente coperto da una coltre imponente di neve, una neve bianchissima, intatta, un silenzio ovattato che avvolgeva ogni cosa, i maestosi alberi, i viali deserti, le fontane con l'acqua gelata.
Avevo delle bellissime fotografie di quella villa innevata ma al momento non le trovo, che peccato. Mi ricordo, sempre in quei giorni, delle passeggiate con le mie amiche Pina e Teodora, assieme al mio cagnolino Golia, un meticcio di taglia minuscola (un incrocio di Yorkshire) che non riusciva a camminare nelle neve, più alta di lui. L'avevo messo in uno zaino e me lo portavo a spalla, e lui curiosissimo annusava l'aria fredda e odorosa, e osservava tutto, dal calduccio del suo mezzo di trasporto.
In queste foto c'è la nevicata del 1972: siamo sempre sul Gianicolo, ed io indosso un cappottino marrone col colletto di pelliccia cucito da mamma, assieme al colbacco e al manicotto appeso al collo, tipo piccola russa...non ero un amore?
sabato 13 giugno 2009
Ricordi d'estate

E' strano come alcuni sapori, alcuni profumi, rimangano per sempre associati alla propria infanzia, indissolubilmente legati ai ricordi di estati lontane, a luoghi o sensazioni che ci riportano lontano nel tempo.
Il piatto di bavette al sugo di tonno, ad esempio, a me riportano subito alla memoria le calde giornate estive allo stabilimento Picenum, ad Ostia, quando andare al mare era ancora un piccolo avvenimento, si partiva la mattina presto presto per tornare quasi a sera, stanchi e cotti dal sole (ma mai come adesso, ora che esporsi ai raggi solari è quasi uno sport estremo).
I primi anni addirittura si prendeva, da Trastevere, prima il tram per arrivare alla Stazione Ostiense, e da lì il trenino per Ostia Lido, e quando vedevo la fontanella tonda e i giardinetti fioriti della stazioncina di Ostia Antica, sapevo che stavamo per arrivare, mancava solo un altro autobus che ci avrebbe depositato davanti al grande stabilimento.
Ogni volta che vedo una fontanella simile mi sembra di essere lì, sotto il sole caldo dell'estate, col prendisole colorato e il secchiello per giocare.
Ora andare al mare è diventato una decisione dell'ultimo momento, basta buttare due cose dentro una borsa, prendere la macchina e fare due ore sulla spiaggia, per poi tornare a casa per pranzo.
All'epoca invece occorreva far partire una metodica macchina organizzativa: si cominciava a preparare le carabattole dalla sera prima, asciugamani da mare, giocattoli, ciambella o braccioli per me, costumi di ricambio, crema da sole, piatti di plastica colorati (ognuno il suo, non quelli usa e getta che non esistevano ancora),un contenitore con la pasta, bicchieri, posate e tovaglioli, un thermos col caffè, bottiglia d'acqua e frutta.
Arrivati lì, busta di cornetti al bar e giornali dal giornalaio, poi si prendeva possesso della grande cabina di legno, con tavolo e panche all'interno e terrazzino a doghe, ci si cambiava e finalmente in spiaggia, con tutti confort, ombrellone e sdraie.
Il mare di Ostia non era certo quello che si vede oggi, un liquido melmoso dal colore incerto, in cui bagnarsi è un vero atto di coraggio: l'acqua era bella pulita, limpida, e ci si sguazzava tutto il giorno, magari appesi alle lunghe corde che sembravano fatte apposta per giocare a dondolarsi tra le onde.
Per pranzo, tutti in cabina, a mangiare le bavette al tonno ancora tiepide, una busta di prugne, susine e albicocche lavate sotto il getto freddo della fontanella, e poi si consumava la lunga attesa per poter fare di nuovo il bagno, cercando di contrattare qualcosa meno delle tre ore canoniche di digestione, che ad aspettare sotto l'ombrellone sembravano eterne, anche facendo tutti i giochi possibili con formine e sabbia.
Insomma, il mare era un vero divertimento, a parte quando la bambina Laura provvedeva a perdersi nell'enorme stabilimento, e veniva cercata disperatamente per tutta la spiaggia da parenti preoccupatissimi e chiamata a gran voce con gli altoparlanti.
Comunque, mi hanno sempre ritrovata...






Questa semplicissima ricetta è un altro ricordo associato alle mie estati da bambina, una delizia che mamma faceva spesso, quand'era tempo delle ciliegie: allora non c'erano tanti dolci, tanta frutta sciroppata ed esotica, vaschette di gelato o altri intrugli per merenda o per dessert, nelle calde giornate estive.
Non c'è niente altro che ciliegie, che vanno fatte sobollire lentamente in acqua e zucchero, con il profumo che si spande amabile e fruttato per tutta la casa, per circa tre quarti d'ora: le ciliegie diventano tenerelle e dolcissime, e l'acqua di cottura si tinge di un caldo color rubino, come fosse un vino pregiato e aromatico.
Vanno lasciate raffreddare, e poi messe in frigorifero: diventano così un delizioso dessert od una merenda dal sapore incredibile, ma sana e genuina, che piacerà sicuramente ai bambini, ma anche ai grandi.
Io ci ho aggiunto solo un cucchiaio di limone, per il resto la ricetta, più o meno, è quella originale (le dosi sono mie, quando le ho chieste a mia madre mi ha risposto che lei ha sempre fatto ad occhio). Si può usare qualsiasi tipo di ciliegia, anche quelle grosse e scure, ma potrebbe essere un ottimo metodo per riciclare quelle piccole e un po' palliducce, che con la cottura si insaporiscono ben bene.
Mezzo chilo di ciliegie senza picciolo
tre cucchiai di zucchero
850 cl di acqua
un cucchiaio succo di limone
Lavare bene la frutta e staccare il picciolo.
Metterle in una casseruola più larga che alta, coprirle con l'acqua, mettere lo zucchero il limone.
Coprire col coperchio semichiuso e farle sobollire dolcemente, per circa 45-50 minuti, avendo l'accortezza di controllare che il sugo non si asciughi troppo, deve rimanere parecchio liquido.
Spegnere, lasciar raffreddare.
Si possono mangiare a temperatura ambiente oppure fredde.
sabato 22 novembre 2008
Viaggio negli anni Settanta: Zuppa di Cipolle e Ceci e disquisizioni sui Fantasmi dei Natali Passati

L’altro giorno stavo leggendo un articolo su La Repubblica riguardo il Natale magro che si preannuncia, e mi è venuto da ridere: perché gli argomenti di cui discuteva l’autore (forse era un’autrice, non ricordo) erano i medesimi su cui avevo disquisito appena il giorno prima con mia madre, mia zia, mia suocera e una mia amica (nel corso di quattro telefonate fiume, ovviamente): disquisizione che si era conclusa con l’affermazione unanime, senza via di scampo: quest’anno niente regali di Natale, per nessuno.
Bando alle inutili (e costose) cianfrusaglie di cui abbiamo le case piene, niente maratone disperate alla ricerca del regalo originale e a prezzo accessibile, basta ciarpame con cui riempiamo i nostri armadi e le nostre credenze: quest’anno sarà un Natale all’insegna dell’austerità, un Natale di magro in cui l’unica cosa importante è vedersi con i propri cari e i propri amici, magari con un bel panettone fatto in casa, che pure lì ho visto prezzi allucinanti, ma siamo impazziti?
I negozi sono già addobbati dal 1 novembre, almeno qui a Roma: si guarda nelle vetrine illuminate, si dà una sbirciatina agli scaffali stracolmi di oggetti eleganti e assolutamente inutili, si leggono i prezzi sul cartellino e si fa immediatamente dietro front.
Tutto quello che non è necessario, si taglia.
Oggetti sicuramente belli, niente da dire, ma del tutto inutili e costosissimi, come giostrine mobili in legno stile Ottocento, casette di ceramica, babbi natali e renne di peluche, piatti da torrone (ma quanti ne mangiate, in tutto l’anno, per dovervi comprare un piatto apposito?), lavette da bagno a forma di fetta di torta e candele a forma di pasticcino.
Per non parlare di quell’oggetto assolutamente Kitch che sono i Babbi Natali scalatori, l’anno scorso avevo proposto un Fronte Nazionale di Liberazione dei Babbi Natali Scalatori, quest’anno propongo invece una Campagna di Tiro al Bersaglio per l’Eliminazione Totale dei Babbi Natali Scalatori, che ne dite?
Va beh, quest’anno va così, credo, per tutti: i giornali strillano del crollo dei consumi, del calo delle vendite, della disperazione dei commercianti, e in qualche misura hanno anche ragione. Ma io, non so voi, ho ancora il maledetto vizio di leggere il prezzo in euro e trasformarlo mentalmente in lire, so che ormai è inutile ma mi viene lo stesso, ed ogni volta inorridisco.
Ogni volta che entro in una pasticceria (ormai raramente), guardo i prezzi di paste e torte e mi chiedo se, puta caso, per sbaglio non abbia infilato la porta di una gioielleria. L’ultima volta che ho comprato la torta per il mio compleanno mi è preso un coccolone, fatto un rapido calcolo degli ingredienti, ho concluso che facendola io ce ne sarebbero uscite fuori cinque, mi sembra veramente allucinante. Credo che l’abitudine piccolo-borghese del vassoio di pastarelle la domenica sia ormai riservata ai ceti decisamente benestanti, visto che è una specie di investimento.
So che sono discorsi pieni di luoghi comuni, me ne rendo perfettamente conto, tipo non esistono più le mezze stagioni e piacevolezze del genere ma, signora mia, mi sembra veramente che il mondo attorno a noi stia impazzendo.
Questo periodo così buio mi ricorda molto alcuni anni della mia infanzia: chi era piccolo negli anni Settanta forse si ricorderà una vita decisamente più spartana, che culminò con il cosiddetto periodo di Austerity: furono anni bui, in tutti i sensi, con la crisi del petrolio, l’inflazione, per non parlare dei disordini sociali e politici di cui ho vaghi ricordi.
Uno di quelli più netti è una manifestazione di scatenate femministe, che protestavano con girotondi e cori violenti in Piazza San Cosimato, e mia madre, di ritorno dal doposcuola (un convento di suore, un posto per signorine perbene, ovvio) che mi tirava per farmi andare più veloce, lontano da quelle pazze furibonde: adesso sicuramente starei in piazza a manifestare con loro, e probabilmente anche lei.
Ci fu un periodo in cui addirittura si spensero le insegne al neon dei negozi e le vetrine, per risparmiare elettricità, tra il 1973 e il 74 mi pare, ma la percezione della crisi economica durò molto più a lungo.
Eravamo forse alla metà di quel decennio oscuro e tormentato, quando si inventarono dei mini-assegni da cento lire e altri piccoli tagli che sembravano le banconote finte del Monòpoli e che sostituivano le monete, di cui si ebbe improvvisa carenza;quei piccoli assegni rimasero un paio di anni in circolazione, si scolorivano subito e in breve tempo si usuravano.
D'altra parte le monete erano il taglio che si utilizzava più spesso.
Un grosso cono gelato, che si trovava solo l’estate, mica li vendevano anche in inverno, costava circa 150 lire, con la stessa cifra ci prendevi un bel pezzo di pizza bianca di fornaio per la merenda, pure la cioccolata si comprava a fette dal fornaio, degli enormi e pastosi panetti rettangolari al cacao e nocciola avvolti nella stagnola dorata, da cui tagliava una spessa fetta da mettere nel panino all’olio; le merendine non esistevano ancora, se non il Bondì: quando uscì il Bondì al cioccolato (si vendevano sfusi, mica a confezione) lo volevamo tutti perché era una novità inaudita, con quella copertura di cioccolata fondente e granella di zucchero e un morbido ripieno di pastosa cioccolata.
Eh no, non li fanno più i Bondì di una volta…
Anche noi che siamo stati bambini all’epoca, del resto, vivevamo in un mondo piuttosto austero ma, non essendo abituati agli agi moderni, non ce ne lamentavamo.
La Trastevere degli anni Settanta era un quartiere popolare, fatiscente, con case vecchie, senza ascensore, dalle stanze enormi, fredde, piene di spifferi. I giovani di oggi non sanno, ad esempio, che ascensori e riscaldamenti sono comodità relativamente recenti, anche se può sembrare strano, al giorno d’oggi.

Nella mia grande casa di Trastevere, uno di quegli appartamenti coi corridoi lunghissimi e i soffitti alti fino a 5 metri, mura di mattoni pieni spesse 50 centimetri, il riscaldamento fu messo solo nel 1982 e l’ascensore poco dopo. L'albero di Natale si faceva il 23 Dicembre, anche questo può sembrare strano, ma nessuno lo faceva con così tanto anticipo,come adesso.

Non sto parlando di famiglie sulla soglia della povertà, ma di un normale ceto impiegatizio con casa di proprietà, una piccola borghesia che viveva, per l’epoca, anche con piccoli lussi come il televisore a colori, comprato nel 1977: eravamo gli unici nel palazzo a possederlo, un mastodontico Nordmende che il pomeriggio attirava a casa nostra una nutrita schiera di ragazzini del condominio, che ancora vedevano Jeeg Robot e Quinta Rete, con la mitica Marta Flavi e la sua scimmietta Gocoberto, in bianco e nero.
Televisore cui mi impegnai, immediatamente, a rompere quella meraviglia tecnologica che corrispondeva al nome di telecomando. Ovviamente successe una tragedia in famiglia, non fui mai perdonata, ancora adesso me lo rinfacciano come gravissima colpa, e il telecomando non venne mai più riparato.
Mi ricordo i lunghi e freddi inverni della mia infanzia riscaldati solo da una grande stufa a bombola, che viaggiava da una stanza all’altra ma solo dal pomeriggio in poi (abitudine spartana che mi è rimasta, con grande disperazione di mio marito), e rimedi antichi come la vestaglia da casa in puro acrilico nei colori rosa e celeste pastello ( ne avevo ben due, mica storie) e la borsa dell’acqua calda. Ecco, la borsa dell’acqua calda (io sono piuttosto freddolosa) è stato uno degli oggetti transizionali della mia infanzia, la mia salvezza, la mia coperta di Linus. Non me ne separavo mai, me la sono portata dietro pure, tra gli sghignazzi dei miei amici, nel primo viaggio da soli in quel di Avezzano, e avevamo già diciassette anni: però sopportai le risate e mi tenni stretta la borsa, visto che nella casa di Teodora faceva un gelo polare, c’erano praticamente i pinguini, sicuramente lei se lo ricorderà.
Non capisco perché quegli anni bui e faticosi ora io li rievochi come affascinanti, pieni di ricordi preziosi, di racconti e aneddoti curiosi: forse perché le cose sembravano avere un altro valore, perché si era in un’epoca di transizione, di invenzioni, di cambiamenti, e ovviamente perché i ricordi dell’infanzia assumono sempre un alone magico, quasi irreale.
Ora sembra tutto così ovvio, oggi che siamo pieni di gadget tecnologici, di computer, palmari, navigatori satellitari, gli armadi stracolmi di roba, cappotti e piumoni in quantità, mica come in quegli anni, in cui il cappotto era uno (un loden verde, ovviamente, non c’era altro), costosissimo, che veniva comprato in crescenza perché ti doveva andar bene almeno un paio di inverni.
Va beh, vi ho trascinato in questo rapido viaggio nei freddi anni Settanta, sospinta dal vento dei ricordi e dal venticello gelido che comincia a soffiare in questi giorni, d’altronde era ora, l’inverno doveva pur arrivare.
Questo ritorno alle origini è anche un ritorno ad una cucina invernale, rustica, a base di ingredienti poveri ma sostanziosi, insomma, con questo freddo novembre una bella zuppa calda, magari cotta in un tegame di coccio, non ci sta niente male, e non venitemi a ciarlare di stelle Michelin, di cucina creativa e Food Design, per favore, che una zuppa come questa è in grado di soddisfare palato, olfatto e vista, altro che storie.
Tra le le cose che adoro dell'inverno (posto che odio il freddo e la pioggia), ci sono il the delle cinque, magari accompagnato da un dolcetto, e appunto una calda e saporita minestra, anche senza pasta, condita semplicemente con un filo d'olio di oliva e una bella spolverata di parmigiano.
Oltre la normale Zuppa di fagioli, faccio spesso quella con ceci, cipolle e patate (questa volta avevo anche mezza scatola di borlotti avanzati e ci ho infilato anche quelli).

Quando ho tempo metto a mollo i preparati di legumi secchi, quando vado di fretta stappo al volo un bel barattolo di legumi lessi, come in questo caso.
Se poi la volete ancora più sostanziosa, aggiungeteci un paio di salsicce oppure un pezzo di luganiga, così si fa piatto unico: il che, di questi tempi, è anche un notevole risparmio ( sempre per il discorso di Austerity di cui sopra).
Per tre persone:
- una scatola di ceci lessi da 400 grammi
- 200 grammi di borlotti lessi
- una cipolla (grossa)
- quattro patate di medie dimensioni
- 1 carota
- 8 cucchiai di passata di pomodoro
- olio evo
- parmigiano

Tagliare la cipolla a fettine sottili, quindi metterla in un tegame (meglio se di coccio) con l'olio.
Farla dorare a fuoco dolce, quindi aggiungere le patate a tocchetti e le carote a dadolini piccoli, mescolare e far insaporire un minuto.
A questo punto, aggiungere tutti i legumi scolati, mescolare e continuare la cottura per altri 20 minuti circa.
Rompere qualche patata per addensare il sugo, assaggiare di sale, quindi continuare a cuocere per altri dieci minuti (in tutto 50 minuti), oppure secondo la consistenza desiderata.
Far riposare la zuppa qualche minuto.
Servire calda con un filo di olio a crudo ed una bella spolverata di parmigiano.
sabato 15 novembre 2008
Ricette antiche: Babà dell'Artusi

Precisazione: il babà in questione non assomiglia per nulla al babà come lo pensiamo noi, cioè quello imbevuto di liquore e morbidissimo ( che a me comunque non piace granchè).
Probabilmente all’epoca dell’Artusi quel tipo di Babà non esisteva…in ogni caso, questo dolce io lo chiamerei, invece, Pandolce all’uvetta, perché si tratta di un pane semi dolce molto rustico, una pasta lievitata piuttosto consistente, meno morbida di una brioche, a metà tra un pane e un panettone.
Insomma, il nome indurrebbe a pensare tutto un altro tipo di dolce. Devo ammettere che me l'aspettavo del tutto diverso, non lo consiglierei per un the pomeridiano, ma per una robusta colazione, ben inzuppato nel caffellatte bollente.
La lavorazione è piuttosto lunga e laboriosa, bisogna perderci parecchio tempo, se avete un pomeriggio libero iniziate dopo pranzo, perché le ore di lievitazione sono almeno tre e mezza se non quattro. Non so se tutto questo lavoro ne valga la pena, però…di dolci lievitati ne ho fatti altri, tipo la Brioche de Rinxent e La treccia lievitata allo yogurt, che sono riusciti più morbidi.
Se però siete curiosi di attuare le vecchie ricette del maestro Artusi (come me), provatelo…devo dire che il suo modo di scrivere le ricette e di raccontare aneddoti mi fa impazzire!
Sto parlando degli anni Trenta, quando le famiglie numerose erano elogiate ed incoraggiate dal regime dell’epoca, e cucinare per tutti non doveva essere mica una passeggiata.Mi immagino solo come dovevano venire buoni quei dolci enormi, cotti lentamente al calore della legna, fatti con ingredienti semplici, genuini, solo farina di mulino, uova delle galline della mia bisnonna Clementina, burro di zangola e latte che veniva dalle stalle del paese: ancora negli anni Settanta tutti i giorni passava il carretto con i bidoni del latte appena munto, bisognava scendere a comprarlo con il pentolino e poi bollirlo prima di consumarlo, perchè era latte fresco, non sterilizzato, e quando si bolliva veniva a galla uno strato di grasso, che io scostavo con grande disappunto. Questo ricordo di me bambina che scendo col pentolino è una di quelle immagini che sembrano in bianco e nero, come un film d'epoca...

Nel paese dei miei nonni (di cui vi mostro alcune suggestive fotografie che ho scattato qualche anno fa, magari un giorno ve lo illustrerò meglio) ci sono ancora delle vecchie signore che vanno in giro con le ceste sulla testa, ed esiste un vapoforno non lontano dal Castello Theodoli nella foto sotto, in cui, in ricorrenze particolari, queste signore portano sulla testa enormi teglie di biscotti da cuocere.
Qui si usa per Natale, per Pasqua ma anche in occasioni di matrimoni, cresime, battesimi e comunioni, sfornare quantità incredibili di dolci, soprattutto vassoi enormi di biscotti e ciambelle, che rimangono per giorni e giorni a disposizione dei visitatori che passano a casa a fare gli auguri o a portare regali. Sono quelle vecchie usanze di paese che noi in città abbiamo completamente dimenticato, peccato. 
Sicuramente è più elegante (anche se…ammazza che prezzi! Per un sacchetto di ciambelline e qualche dolcetto questa estate ho speso un patrimonio, era meglio che me le facevo a casa da me), però mi manca l’atmosfera da vecchio laboratorio artigianale, con quel profumo di farina, vanillina e lievito che ti avvolgeva appena entravi, uno di quei ricordi indimenticabili che abbinano profumi, atmosfera e sapori, che nostalgia…
Chiudo questa digressione familiare, e riporto integralmente la ricetta, con le mie variazioni. Io l’ho cotto in uno stampo scanalato, ma secondo me un altro metodo potrebbe essere quello di farlo lievitare in un grosso stampo rettangolare, oppure con la forma di pane allungato. La prossima volta lo proverò così, forse si asciuga di meno.
Farina d’Ungheria grammi 250 (io 00)Burro grammi 70
Zucchero a velo grammi 50 (io ne ho messi 80)
Uvetta 80 grammi
Lievito di birra fresco grammi 30
1 dl latte fresco
2 uova ed un rosso
2 cucchiai di liquore
100 grammi di canditi (io non li ho messi)
Vanillina
Un pizzico di sale
Primo Impasto:
Nel frattempo mettere a bagno l’uvetta in acqua tiepida.
Lavorate l’impasto finchè non si staccherà bene dalla ciotola, riprendendo eventualmente il mestolo di legno, quindi aggiungervi l’uvetta ben strizzata e i canditi. Come vedete non è una pastafrolla, ma una cosa molliccia e umida.

Mettete la ciotola nel forno tiepido a lievitare per almeno un’ ora, anche di più, coperto da un telo. Dovrebbe raddoppiarsi di volume, in questo modo.

Riprendete l’impasto, imburrate ed infarinate uno stampo col buco centrale, a costole, abbastanza capiente, oppure sperimentate un altro stampo, non so dirvi: mettetevi dentro l’impasto (che non sarà molto, quindi tiratelo bene) e rimettete nel forno tiepido a lievitare per altre due ore, coperto dal solito telo.

Dopo due ore, l’impasto dovrebbe essere raddoppiato, ed aver raggiunto i bordi dello stampo (scusate la foto orribile, ma nel frattempo si era fatto buio).

Infornate nel forno già caldo a circa 200 gradi, sul ripiano centrale, per circa 50 minuti.
Lasciatelo un’altra decina di minuti nel forno spento.
Quando è cotto avrà un colorito piuttosto bruno, come il pane casereccio.
Sformatelo quando è freddo, quindi cospargetelo di abbondante zucchero a velo. lunedì 23 giugno 2008
Gli sceneggiati dei ricordi
Non sto parlando solo di informazione e cultura, ormai questi programmi sono ridotti al lumicino, e relegati quasi tutti su Rai Tre, come se arte, archeologia e scienza fossero un optional, un tappabuchi.
Mi riferisco anche a sana e ben fatta televisione, che sia fiction, telefilm o varietà. Ho anch'io le mie serie preferite, ovviamente (adoro le Sorelle McLeod, ad esempio), ma in generale trovare qualcosa di veramente indimenticabile non è affatto semplice.
Non vorrei sembrare nostalgica, ma quando ero piccola, o anche giovane (più giovane, non sono ancora una mummia) anche il varietà del sabato sera e la domenica era ben fatto, con seri professionisti, mai scemo.
Ultimamente c’è stata un’invasione di fiction di grande presunzione e poca sostanza, mi viene in mente subito il colossal Guerra e Pace, che se Tolstoi l’avesse visto si sarebbe rivoltato nella tomba: possibile che con l’abbondanza di mezzi e location a disposizione siano riusciti a confezionare un prodotto patinato, freddo e melenso da morire, con dei banali dialoghi stile Beautiful?
Eppure gli ingredienti per fare un ottimo lavoro c’erano tutti, dall’ottima sceneggiatura di base (insomma, stiamo parlando di Tolstoi, mica di Liala), costumi spettacolari, un cast di attori di tutto rispetto…
E che dire del pessimo remake La Baronessa di Carini? L’ho visto proprio perché l’originale è uno dei miei sceneggiati preferiti in assoluto, e volevo vedere lo scempio che ne avrebbero fatto.
E infatti, della magia dello sceneggiato di D’Anza non c’è rimasto proprio nulla: è vero che il cast spettacolare dell’originale era difficilmente emulabile: insomma, stiamo parlando di Adolfo Celi, Paolo Stoppa, Vittorio Mezzogiorno e Ugo Pagliai, vogliamo paragonarli a Luca Argentero e Vittoria Puccini? Non dico che fosse del tutto orrendo, era sono nella media delle fiction moderne, cioè medio-bassa, nonostante le presenza dei pur bravi Lando Buzzanca e Enrico Lo Verso.
E poi quel lieto fine ridicolo, ma andiamo… la bellezza della storia era proprio nel destino tragico dei due amanti che si ripete a distanza di trecento anni, che mi rappresenta il lieto fine? Gli sceneggiatori forse erano convinti di avere spettatori più deficienti di quelli di trent'anni prima...
E allora, tuffiamoci nei magici anni Settanta, che hanno sfornato dei capolavori difficilmente superabili, pur con la pochezza dei mezzi dell’epoca.
Lo sceneggiato principe sicuramente (almeno per me) fu Sandokan, anno 1977 (ero ai primi anni delle elementari, per chi se lo chiedesse).
Lo sceneggiato di Sollima non ha bisogno di riassunti, ovviamente, è storia della televisione, ormai. Voglio solo ricordare che fece scoppiare la Sandokan mania, noi bambini impazzimmo (mia madre era velatamente contraria a farmelo vedere, la costrinsi solo quando tutta la mia classe lo seguiva, ma ormai mi ero persa le prime puntate: allora la ricattai e mi portò a vedere il film, che uscì poco dopo al cinema).
Io lessi subito tutti i libri di Salgari e l’album di figurine della Panini diventò un must per tutti.
A Carnevale dei due anni successivi le maschere di Sandokan e di Marianna furono gettonatissime, ancora mi ricordo l’invidia che provai per una ragazzina che era vestita da Perla di Labuan, col famoso vestito indiano della festa, quello con la pancia scoperta (veramente non era proprio uguale e non aveva neanche la pancia scoperta, vista l’età e il freddo, ma io la invidiai lo stesso. Probabilmente, oggi anche una bambina di quell'età non avrebbe problemi ad andare in giro con la pancia scoperta, ma erano altri tempi).
Indimenticabile anche la canzone dello sceneggiato, credo che qualunque bambino dell'epoca abbia consumato il 45 giri a forza di ascoltarlo, sognando isole lontane e meravigliose avventure piratesche, e sospirando sul tragico amore dei due eroi.
Glisso elegantemente sui vari seguiti prodotti recentemente, credo abbiate capito cosa ne penso. Credo che alcune cose debbano rimanere intatte nella memoria, con la loro magia e il loro fascino, senza doverci sorbire penosi sequel con attori bolsi ed invecchiati che recitano sceneggiature ridicole.
L’anno dopo, l’exploit dell’attore indiano si ripetè col bellissimo Il Corsaro nero, al cinema però. Anche qui c'era la splendida coppia che era rimasta nel cuore a tutti, con Carole Andrè ancora più bionda in vestiti secenteschi e l'esotico attore che vestiva i panni del tenebroso Emilio di Roccabruna.
Se non l’avete ancora capito, pur così piccola rimasi folgorata da Kabir Bedi, che per me rimane, tuttora, l’uomo più bello mai nato sulla terra (parlo del Kabir Bedi trentenne, non di quello di adesso, ovviamente).
Altro sceneggiato storico, imperdibile, Il Segno del Comando: nel 1971 ero troppo piccola per vederlo, ma una replica di qualche anno più tardi mi è rimasta impressa in maniera indelebile e, quando ho comprato le videocassette, mi sono stupita di quanto l’atmosfera magica e misteriosa della storia mi fosse familiare.
Anche qui, cast stellare, scene indimenticabili, come il Cimitero degli Inglesi o la corsa della bella strega Lucia per i vicoli di Trastevere (nel video della sigla iniziale).
Come non ricordare la famosa canzone Cento campane, e la poesia di Byron, che si scopre poi essere il Salmo XVII , o della Doppia Morte, del negromante Baldassarre Vitali:
Voltai le spalle al Signore e camminai sui sentieri del peccato
Voltai le spalle al Signore
Ma quando il tempo finì
Seppi che ero giunto dove non dovevo
Dritta è la strada del male
Ma quando lo compresi
La strada era finita
E anche l’anima mia
Perché avevo voltato le spalle al Signore.
Il mix tra poesia, giallo, mistero ed occultismo, complice una Roma dal fascino oscuro e tenebroso, lo rendono sicuramente uno dei migliori prodotti televisivi di tutti i tempi, nonostante il bianco e nero un po' datato e la recitazione molto teatrale degli attori, oggi forse un po' pesante.
Per chi lo trovasse, anche il libro tratto dallo sceneggiato è molto suggestivo (autore Giuseppe d'Agata, editore Newton Compton), ed il finale è anche più plausibile (nello sceneggiato ne scelsero un altro, più soprannaturale e molto meno verosimile).
Del 1975 l’altro sceneggiato capolavoro del regista Daniele D’Anza, L’Amaro caso della Baronessa di Carini di cui sopra.
Quello ebbi il permesso di vederlo (anche se avevo solo sette anni, non avrebbe dovuto avere il bollino rosso?), e la scena dell’uccisione della baronessa, l’impronta insanguinata e i cadaveri portati dai soldati e buttati sul letto a baldacchino è un’altra delle scene che mi hanno segnato per sempre (sono sempre stata attratta dal macabro).
La bellissima sigla iniziale rimase impressa a molti, complice anche la splendida canzone: la voce è di Gigi Proietti.
Ed un classico per chi è stato piccolo in quegli anni (ragazzi giovani, che vi siete persi): Il tesoro del Castello senza nome, sceneggiato belga del 1969 che da noi arrivò qualche anno più tardi, in otto puntate (l’edizione DVD credo sia ridoppiata più tardi, perché i doppiatori sono quelli di Candy Candy).
Visto adesso, aveva dei tempi lunghissimi (ora lo liquidebbero in tre puntate), però era per noi bambini degli Settanta è stato un mito.
La scena del bacio (sulla guancia) tra Jean Loup e Marion des Neiges (Delle Nevi) ci parve il massimo del romanticismo…ho scoperto in rete che i nostalgici di quello sceneggiato sono moltissimi, hanno anche organizzato una rentrèe con gli attori (oggi ultracinquatenni). Recentemente è uscita l'edizione in DVD, un vero tuffo nel passato...
Telefilm inglese di culto di quegli anni, Un uomo in casa: sicuramente avete visto il remake americano degli anni Ottanta con John Ritter, si chiamava Appartamento in affito , ma era tutta un’altra cosa.
La serie originale è stata di recente trasmessa da un canale satellitare, e conta tuttora un folto pubblico di affezionati, evidente che quarantenni nostalgici come me ce ne stanno parecchi in circolazione.
A parte i costumi e gli ambienti in puro stile anni Settanta, lo humour inglese della serie originale si perde completamente nel rifacimento, e anche gli attori erano proprio altro, per non parlare dei vestiti e delle pettinature.
Il protagonista era veramente esilarante come il suo abbigliamento a volte un po' stravagante, ed aveva delle lunghe basette intonate ai capelli lunghi.
La coppia di affittuari del piano di sotto era fantastica, lui burbero, noioso e cinico, la moglie spiritosa e sempre con la battuta pronta sulle mancanze del marito, che a letto doveva essere un vero disastro: con questa coppia fu tratto uno spin-off anche molto divertente, George e Mildred.
E i vostri sceneggiati dei ricordi?
martedì 25 marzo 2008
Passeggiate romane: a spasso per Trastevere
Per cui, riprendo con qualche piacevole passeggiata, stavolta non per Parigi (di cui ancora ho tanto da dire, peraltro) ma per Roma, continuando sulla scia del Post su Porta Portese: voglio far conoscere un po’ meglio, a chi non è di queste parti, quel meraviglioso quartiere che è Trastevere. Ovviamente non voglio fare la guida tustistica, per quello potete comprarvi quella del Touring che sicuramente è più completa e dettagliata. E’ ovvio che, avendoci abitato per quasi trent’anni, ogni angolo, piazza, negozio è legato a dei ricordi, degli aneddoti, e non potrò evitare di raccontarveli, mi spiace.
Chi è di Roma conosce principalmente Trastevere perché è pieno di pizzerie e locali, ed è un peccato, perché Trastevere è molto di più.
Innanzi tutto, è il mio quartiere, e questo già basterebbe. Inoltre, è un luogo pieno di storia, misconosciuta ai più, soprattutto a quelli che lo animano di notte, e sono completamente all’oscuro della sua lontana origine e delle trasformazioni che ha subito nell’arco di quasi duemila anni di storia.

Solo un paio di accenni alla storia del rione, che nasce in epoca romana come quartiere periferico e commerciale (Trans Tiberim), abitato prevalentemente da immigrati di origini orientali: di questo passato rimane ben poco, tranne i resti della VII coorte dei Vigiles, su Viale Trastevere e una latrina romana sul Gianicolo (l’ho letto su un libro, ma non so dov’è, sorry, ma se vi interessa mi informo).
Nei primi secoli dopo Cristo vi sorsero alcune importanti chiese, come Santa Maria in Trastevere (che è l’argomento del post), San Crisogono e S. Cecilia, splendidi esempi di architettura romanica. Per tutto il Medioevo vi fu una fiorente comunità ebraica, che poco più tardi si trasferì dall’altra parte del Tevere, a poca distanza, in quello che ancora adesso viene chiamato il Ghetto, e in cui gli ebrei furono segregati fino alla presa di Porta Pia.

Di epoca medievale non rimane quasi nulla, tranne qualche sporadico resto, difficile da individuare, incastonato perfettamente nell’ impianto secentesco del rione, caratterizzato da vicoli stretti, palazzi di pochi piani, strade selciate piuttosto sconnesse, cantine, vecchie stalle, abitazioni con finestre piccole e soffitti molto alti. Tutta la zona, però, fu pesantemente rimaneggiata alla fine dell’Ottocento, interventi devastanti che stravolsero tutto l’assetto urbanistico del quartiere, a partire dallo sventramento per la costruzione del Viale del re, oggi Viale Trastevere, una lunga strada stile boulevard che dal fiume arrivava fino alla nuova Stazione ferroviaria di Trastevere.
Questo taglio ha diviso in due il quartiere, dando il via ad una serie di trasformazioni che ne hanno alterato profondamente sia la topografia che l’ampiezza, ed infatti molte delle parti che noi consideriamo tipiche, come la salita al Gianicolo (Via Goffredo Mameli, via Enrico Dandolo ), Piazza San Cosimato, il quartiere Mastai, risalgono solo alla fine dell’Ottocento: anche lo stile dei palazzi è piuttosto diverso, uniformandosi allo stile che i piemontesi portarono a Roma per la costruzione dei grandi assi di scorrimento della città (Corso Vittorio, Corso Rinascimento, Via Nazionale etc…)
Tutta la parte verso il Gianicolo, invece, ebbe sempre un carattere campestre, suburbano, con grandi ville e giardini fin dall’età Romana. Questa tradizione continuerà anche in epoche più recenti con la costruzione , in epoca rinascimentale, della Farnesina e di Villa Corsini. Tutt’ora vi è collocato l’Orto Botanico e l’ottocentesca Passeggiata del Gianicolo, da cui si gode un bel panorama della città (sorvoliamo sul fatto che in questa zona la sera ci sono macchine parcheggiate un po’ ovunque, e non per ammirare il panorama).
Diciamo, comunque che, della Trastevere che poteva vedere Ettore Roesler Franz, e che ha ritratto nei suoi celebri acquerelli della Roma Sparita, noi possiamo ammirare una minima parte, purtroppo. Ma le trasformazioni di Trastevere non si limitano alla topografia e la toponomastica.
Fin dall’antichità, questa zona non ebbe mai un carattere residenziale, di lusso, anzi: il suo carattere schiettamente popolare rimase una caratteristica del quartiere fino a tempi recenti, diciamo fino alla fine degli anni Settanta: la tipologia del trasteverino è andata radicalmente trasformandosi solo da trent’anni a questa parte.
Ancora negli anni Settanta, l’aggettivo trasteverino non era proprio un complimento, i veri trasteverini essendo popolani dal dialetto spinto e modi piuttosto rozzi (e lo dico con cognizione di causa, visto che ero bambina, in quegli anni, e me lo ricordo bene). Bande di ragazzini imperversavano per i vicoli, giocando a palla, a campana e ad elastico per strada (mia madre non voleva che rimanessi tutto il giorno per strada con loro, che mi mescolassi alla plebe, ma era l’unico modo di giocare, essendo da noi i giardini e i parchi non proprio vicinissimi).

A partire dagli anni Novanta, i veri trasteverini cominciarono a lasciare il rione per trasferirsi altrove, lasciando posto ad un nuovo genere di abitanti, quasi sempre alta e media borghesia, professionisti, commercianti, e i prezzi delle case cominciarono a salire, le vecchie botteghe a chiudere, e proliferarono pizzerie e locali.
Oggigiorno, il quartiere popolare e verace di allora si è trasformato in un’immensa sala gioco, in cui nuovi locali di tendenza spuntano come funghi (una mia amica sostiene che c’è addirittura un locale di scambisti vicino al convento dove ho fatto le scuole, vorrei sapere come l’ha saputo). Aggirarsi per i vicoli di Trastevere la sera è come immergersi in un girone infernale, l’intero quartiere è invaso da una folla sporca, rumorosa e invadente, fino a tarda notte.
In tutto questo, nonostante l’invasione di turisti e nottambuli, le bellezze architettoniche della zona, a parte qualche recente intervento di restauro (Piazza San Cosimato, ad esempio), sono state trascurate in maniera vergognosa: invece di pulirlo e lustrarlo come un gioiello, l’intero rione è praticamente abbandonato a sé stesso, con palazzi fatiscenti dalle facciate scrostate, muri cosparsi di scritte e macchine parcheggiate creativamente ovunque, per non parlare dell’invasione serale di venditori ambulanti, stile suk del Cairo.
Non voglio sembrare una vecchia brontolona ma, per me che ricordo quegli anni, la volgarizzazione progressiva del quartiere è veramente una profanazione! Insomma, lasciatemi brontolare un po’, sguazzando nella visione idilliaca della mia Trastevere…
Tutto questo lungo e nostalgico preambolo, per cominciare il nostro giro turistico (che durerà un bel po’, purtroppo per voi) alla scoperta degli angolini più nascosti di questa bellissimo e fatiscente rione.
E allora cominciamo dalla perla del quartiere, Piazza Santa Maria in Trastevere e l’omonima Chiesa, la prima basilica sorta a Roma, nel IV secolo dopo Cristo.














A casa mia, invece, mia madre sfornava fior di crostate delle dimensioni di una ruota di carretto, e io mi portavo per merenda fette enormi grondanti marmellata e pezzi di ciambelloni morbidi e profumati avvolti nella stagnola (infatti i risultati si notano a tutt’oggi). Avendo io raccontato a casa delle tristi merende della mia amica, mia madre provvedeva a mandare anche per lei una fetta di dolce.
http://www.santamariaintrastevere.org/)
La basilica conobbe numerosi a sostanziali cambiamenti nell’VII, XI, XII e XIII secolo, nonché nel Seicento, Settecento, Ottocento e poi nel Novecento, uno allora ci si chiede cosa ci sia rimasto di originale, soprattutto dopo i pesanti interventi del Vespignani nell'Ottocento. Ma forse la sua bellezza sta proprio nella mescolanza di periodi e materiali...
Diciamo subito che della facciata sono del XIII secolo i mosaici della madonna e le Vergini, il campanile è romanico, mentre il portico è del 1702, ad opera dello stesso architetto della fontana.







