I miei viandanti

domenica 30 novembre 2008

I colori uggiosi dell'inverno in città




Questa notte a Roma (o meglio, mattina, erano circa le 5 passate) si è scatenata una tempesta in piena regola : lampi, tuoni, pioggia a scrosci e grandine, un tappeto bianco di chicchi che si è ghiacciato e si è sciolto, lentamente, solo a metà mattina.
Raro vedere questi fenomeni così violenti, almeno dalle mie parti: pioggia sì, e quanta in questi ultimi anni, ma solitamente un'acquerugiola lenta, fastidiosa, un cielo plumbeo e pesante, che avvolge la città in un manto di colore grigio e fumoso.

Non c'è niente di più triste che vedere le strade addobbate e le vetrine cariche di decorazioni scintillanti sotto questa cappa uggiosa, questa acqua insidiosa e gelida, che tristezza.

Qui a Roma, in dicembre, il centro della città si addobba a festa con luminarie e festoni colorati, Via del Corso, Via Condotti, Piazza Navona con le sue bancarelle, sono un tripudio di luci e di decorazioni, le vetrine eleganti scintillano di colori. Anche nei quartieri più periferici le lunghe strade commerciali ci provano, a vestirsi a festa, anche se con risultati meno eclatanti.

Quest'anno, invece, c'è un'atmosfera un po' dimessa, vero che dicembre deve ancora iniziare, però mi pare ci sia poca animazione, un Natale decisamente sotto tono, nonostante i negozi si siano addobbati già dal 1 novembre, forse per invogliare i passanti frettolosi e svogliati.
Vedremo come va a finire.



Da noi, in città, il Natale rappresenta ormai una festa a carattere molto commerciale, quasi claustrofobica: le fiere e i mercatini sono pochi e magari in luoghi chiusi, andare in centro dall'8 dicembre in poi diventa un viaggio in un girone infernale, strade stracolme di gente vociante e sgomitante che salta di negozio in negozio, carica di pacchi, vagamente isterica. Non so se avete provato a passeggiare per Via del Corso un sabato pomeriggio di dicembre (già tutto l'anno è un'esperienza sconsigliabile): una folla di gente che si riversa ovunque, come un fiume in piena, incontenibile, l'esatto contrario di quello che, nella mia immaginazione, dovrebbe essere il Natale.

Non parliamo poi dei centri commerciali, verso cui nutro un odio profondo. A Roma, in questi ultimi anni, sono spuntati come funghi un po' ovunque, prevalentemente in periferia.
Quest'estate, in agosto, durante qualche giorno di vacanza dai miei genitori, mi è preso il ghiribizzo di andare a vedere il famoso Outlet di Valmontone, che avevo sentito decantare da varie persone. Da quelle parti è diventato un'istituzione, quasi tutti vanno a fare acquisti là, ho pensato che magari potevo trovare qualche buona occasione, qualche vestito in saldo.

I dintorni di Olevano, San Vito, Genazzano, Bellegra, sono formati da verdi vallate, piccoli boschi di faggi e castagni; stradine tranquille che si snodano tra giardini, poderi e lunghe terrazze incise sul fianco delle colline, coltivate a vite ed ulivo; villette sparse nella macchia, di gusto campestre: un entroterra gradevole, molto verde, con un paesaggio ancora, per molti versi, selvatico, intatto, anche se niente a che vedere con i paesaggi incantati della Toscana e dell'Umbria, in cui la cura dell'architettura e dell'ambiente raggiunge ben altri livelli.


L'Outlet sorge praticamente in mezzo al nulla.

E' una specie di miraggio nel deserto: in una piana calda e arida, piuttosto desertica, piena di capannoni industriali, appena fuori dal selvatico paesotto di Valmontone, dopo una periferia squallida di palazzine a cinque piani con cemento grigio a vista e ringhiere arruginite, un enorme sala Bingo infilatata dentro un enorme prefabbricato delle dimensioni di un hangar, che promette divertimento sfrenato, e altri centri commerciali più piccoli.
A parte il caldo infernale di quella mattina di agosto, sotto un cielo di un azzurro terso, impietoso, le vampate di calore che salivano dalla distesa in cemento del percheggio: la mia prima impressione è stata di trovarmi nella parte peggiore di Sharm el Sheikh, quella che copia, malamente, Las Vegas, mescolata ai colori pastello e allo stile dei parchi Disney: un'architettura finta, di plastica, a cominciare dalla monumentale entrata in stile arabo, con ampio viale d'ingresso; piazza enorme, vuota, con portici e fontana centrale, di vago sapore metafisico, un po' alla de Chirico, sensazione accentuata dalla quasi totale assenza di persone e dalla musica a palla, sparata da altoparlanti invisibili.

E dentro, il trionfo del Kitsch, del gusto pacchiano e vistoso: stradine immacolate che si snodano tra casette in stile messicano con balconi in ferro battuto, ornati da cascate di piante finte, lampioni in ghisa, cupole arabeggianti e palazzine in finto stile gotico-ottocentesco, un vero festival della bruttezza e della patacca, complimenti agli architetti che l'hanno progettato: noi arrancavamo attoniti, senza parole, da una stradina all'altra, da un negozio all'altro, sotto quel sole impietoso, avvertendo un'infelicità profonda salirci dalle viscere.

Inutile dire che, fatto un rapido giro per qualche raro negozio che poteva interessarci (neanche l'ombra di un'occasione, prezzi uguali a quelli di Via Del Corso, uno che viene a fare fino a quaggiù, allora?), ce la siamo filata alla svelta, scombussolati dal posto e dall'atmosfera che pervadeva quel luogo metafisico, vera cattedrale nel deserto, simbolo materiale del nulla.

Perchè scrivo questo? Semplicemente perchè, in mezzo ad una folla che gode nel passare il sabato pomeriggio e la domenica in questi enormi, squallidi centri senz'anima, tra architetture finte, piante finte, strade finte e fontane finte, alberi di Natale finti e Babbi Natali ancora più finti, avrei tanta voglia di partire e immergermi nella vera atmosfera natalizia, magari in un paesino del nord immerso in una vallata incantata, tra montagne innevate.

Invidio tantissimo chi vive nel Nord Italia o, ancor meglio, in Nord Europa, dove i colori del Natale mescolano il bianco abbagliante della neve al verde profondo dei pini e della conifere e al rosso caldo delle decorazione natalizie: vedo sui giornali o in molti blog le immagini di quei mercatini in stile country, bancarelle con cataste di scatole di latta, pupazzi di legno intagliato e dipinto, stoffe di lino, di cotone a quadretti, scozzesi, candele profumate, ghirlande di agrifoglio intrecciate e composizioni di bacche rosse; cesti e scatole rigurgitanti di dolcezze, panpepato, biscotti speziati e glassati, pezzi di zucchero colorato, torroni e dolci di frutta secca, noci, nocciole, mandorle, e poi ancora profumi inebrianti e voluttuosi di spezie, cioccolato, uvetta, cannella…credo che il Natale abbia un sapore speciale in questi luoghi, un’atmosfera magica e festosa che in città si perde quasi del tutto.

E allora, per immaginarmi solo un poco i colori e i sapori di quell'inverno, di quel Natale, mi consolo con questi sapori, caldi e stranamente confortevoli.



Questa non è una ricetta inedita, è già uscita sul Blog di Cucina il mese scorso in questa pagina ma ci tenevo a riproporla anche nel mio spazio, avendo gustato moltissimo queste pere delicate, mi piacciono troppo i colori invernali di questa frutta.

E' una ricetta semplice, ma il vino, il limone e l'uvetta passita donano a queste semplici pere un sapore aromatico, quasi speziato, che vale la pena provare. Sono anche molto colorate e scenografiche, portate a tavola in un vassoio ovale.




Ricetta:

Sbucciate quattro pere piuttosto dure (io ho usato delle Williams rosse, dolcissime ma sode), lasciando il picciuolo. Adagiatele in una casseruola, copritele con un bicchiere di vino rosso, irroratele con del succo di limone.



Cospargete ognuna di un cucchiaio scarso di zucchero (potete usare anche quello di canna), aggiungete uvetta passita a volontà; la ricetta prevede anche vaniglia e chiodi di garofano, ma vi assicuro che viene benissimo anche senza.

Fate cuocere dolcemente, a coperchio chiuso, per 10 minuti.

Scoperchiate, quindi girate delicatamente le pere, irroratele col sughetto di vino, quindi proseguite la cottura a fuoco dolce per altri dieci minuti, tenendo conto che non devono disfarsi.



Potete servire tiepide o fredde.

giovedì 27 novembre 2008

The Orphanage: il sottile brivido della paura

Sono appena tornata dal cinema, e le impressioni a caldo, soprattutto di un film di paura, sono quelle che rendono meglio l'atmosfera del film.


Siete rimasti incollati alla poltrona del cinema, coi brividi di terrore, guardando i fantasmi di The Others?
Siete saltati sulla sedia, ad ogni apparizione spettrale de Il sesto senso?
Allora, questo è il film che fa per voi: the Orphanage, l’Orfanotrofio.
Diciamolo subito, i film succitati sono irraggiungibili, e soprattutto hanno aperto un filone: questo film non è molto originale, gli echi soprattutto di The Others sono evidenti.
Però è un film ben ambientato, suggestivo, con alcune scene che fanno veramente saltare sulla poltrona. Il produttore è Guillermo del Toro, regista del bel film Il Labirinto del Fauno.





La trama è presto detta:
Laura è un’orfana felicemente adottata che, da grande, decide di tornare nel suo ex orfanotrofio, ormai disabitato, per impiantarvi una casa famiglia per bambini disabili.
Anche Laura ha adottato un orfano, Simòn, che oltre ad essere un trovatello ha pure l’HIV.

La vecchia casa è di gusto piuttosto antiquato, con lunghi corridoi bui e pavimenti in parquet cigolanti: un luogo un po’ sinistro, invero, sia per un orfanotrofio che per una casa famiglia. Anche il luogo è piuttosto tenebroso, su una scogliera, sulla costa atlantica, vicino ad un grande faro e a numerose grotte.
I problemi cominciano subito: cigolii, porte che si chiudono da sole, il bimbo che comincia a parlare con amici immaginari, insomma, il classico repertorio dei film di fantasmi.
Anche una strana vecchia, un’assistente sociale, fa una comparizione abbastanza inquietante.

Durante la festa di inaugurazione, il bimbo scompare, dopo una lite furibonda con la madre (i suoi amichetti invisibili gli avevano rivelato che era orfano e malato).

Le ricerche sono inutili, sia dentro che fuori casa, ma la madre è convinta che gli amici del figlio se lo siano portato via, anche perché lei aveva visto uno di questi bambini prima che il figlio scomparisse, un bambino incappucciato di nome Tomàs, un tipetto veramente maligno, per la verità.

Continuano a manifestarsi, in casa, presenza inquietanti, che ovviamente vede quasi esclusivamente Laura che va ficcando il naso dappertutto, mentre il marito, medico, non si accorge quasi di nulla (ovviamente succede quasi tutto di notte). E passano i mesi, tre, sei, nove, e le speranze di ritrovare Simòn diventano sempre più flebili.

Per caso, Laura rincontra la vecchia, che si scopre aver lavorato all’orfanotrofio, poco prima che lei venisse adottata ma viene investita da un camion prima che possa dar spiegazioni. La vecchia andava in giro, tra l’altro, con una carrozzina con un bambolotto dentro.
Le indagini sul passato rivelano che Tomàs, il figlio deforme della vecchia, era stato ucciso incidentalmente dai bambini dell’orfanotrofio, amichetti di Laura prima che questa fosse adottata.
A questo punto la coppia disperata decide di chiedere aiuto ad una medium, che organizza assieme a due altri personaggi inquietanti una seduta spiritica, in cui scopre che nell’ex dormitorio sono stati uccisi, avvelenati, cinque bambini.
Seguendo una terrificante caccia al tesoro organizzata dai bambini invisibili, alla fine Laura arriva ad un ripostiglio, e qui trova i cadaveri ridotti in polvere dei cinque bambini, non vi dico perché e percome sennò è finita.
Ovviamente la donna continua a percepire presenze dappertutto, ed è decisa ad andare fino in fondo, sicura che ritroverà il figlioletto.

Il marito non crede a quelle che considera fandonie, e chiede alla moglie di lasciare la casa, preoccupato per la sua salute mentale, ma Laura si fa concedere ancora due giorni, nella casa vuota (voi lascereste vostra moglie in preda alle allucinazioni, in una vecchia casa infestata? Io, se il mio lo facesse, invece di trascinarmi in salvo per i capelli, chiederei il divorzio).

Finalmente sola col suo delirio, decide di ricreare la stessa ambientazione di quand’era piccola, con i letti originali e tutto, si veste con la divisa della scuola, ricrea addirittura la stessa tavolata di colazione con dolci e more (che si vede in un filmino d’epoca): mi chiedo come, in mezzo a tanto terrore, una riesca a mettersi ai fornelli sfornando torte di mele e biscotti glassati, ma comunque: alla fine l’enigma si scioglie, si scopre chi erano i cinque bambini, ora fantasmi, che la conducono dal figlio, rivelando alla donna il mistero della sparizione.
La fine non ve la dico, però è un po’ triste, raro uscire da un film di paura coi lucciconi, ma qui mi è successo.

Critica: a parte un po’ di lungaggine, la prima critica è che i richiami a The Others sono veramente evidenti, la vecchia casa, i fantasmi del passato, la seduta spiritica, il legame madre figlio, etc, pure la fine che però non vi dico. Un pizzico di dejà vu è innegabile.

La colonna sonora del film, tra stacchi di violini e cigolii e rumori e sbattimenti di porte è quasi un capolavoro, anche troppo, perché alla fine si rischia di finire nell’ovvio, alla decima porta che si chiude di botto e al ventesimo scricchiolio del soffitto verrebbe voglia di consigliare un buon falegname oppure di buttare giù tutto quel legno e rifare i telai dei pavimenti.
D’altra parte, è ovvio che né il regista né lo sceneggiatore possiedono dei gatti, sennò saprebbero che rumori inquietanti, porte che si aprono e chiudono da sole e oggetti che si spostano sono la normalità, almeno a casa mia, ci vorrebbe ben altro per spaventarmi (anche se il bambino incappucciato mi manca, per il momento).

Anche i rituali dei giochi infantili, le giostre che si muovono da sole, i disegni delle presenze e i nascondigli con le bambole sono un altro classico del genere (ci mancava solo la filastrocca cantata dalla vocetta infantile ed eravamo al completo).
I bambini, all’inizio del film, giocano a Uno due tre Tocca parete (ma non era Uno due tre Stella?), gioco con cui Laura riuscirà ad evocare i cinque bambini fantasma: voi ci giochereste, con la faccia al muro, sapendo di avere dietro cinque figure inquietanti? Insomma, si deve essere veramente masochisti: chiunque con un pizzico di sale in zucca si guarderebbe bene dall'evocare fantasmi, dall’andare a ficcare il naso in vecchi ripostigli, sgabuzzini e case infestate, soprattutto di notte e senza lampada.

Forse è per questo che non ho mai visto fantasmi, finora…

Alla ricerca del Krapfen perfetto


Io adoro i Krapfen, per me sono sinonimo di vacanza, di montagna, di paesini caratteristici e verdi vallate. In tutte le mie vacanze dolomitiche i Krapfen sono sono un imperativo, assieme allo strudel e al buonissimo pane del nord.

Qui a Roma ci sono le bombe, sempre delle palle di pasta fritte, piene di crema e coperte di zucchero semolato. Sono buonissime, però i Krapfen, non so perchè, mi affascinano di più, forse perchè hanno un qualcosa di esotico, almeno per me che vivo qui.

E' parecchio tempo che sto cercando una ricetta, però al forno, perchè fritti sono un attentato a qualsiasi dieta, se si è in vacanza e si scarpina tutto il giorno va beh, ce li possiamo pure permettere, ma per una colazione normale, insomma...

Finora ho sperimentato due versioni, nessuna delle quali mi ha convinta del tutto: non perchè non fossero buoni, ma perchè sono risultati piuttosto diversi dal morbido e burroso Krapfen.


La prima, ho cercato di adattare la ricetta di Nightfairy: la sua ricetta prevede, però, la frittura. Ho cercato di ovviare alla differenza di cottura facendoli lievitare un'ora di più, ma ovviamente il risultato non può essere lo stesso. La pasta è morbida ma non come dovrebbe essere, perchè non si gonfiano nell'olio bollente. I suoi sembrano proprio perfetti, magari la prossima volta mi faccio coraggio e li provo nella sua versione integrale.

La ricetta originale la trovate qui.



Ho trovato, poi, questa interessante ricetta sul volume Trentino-Alto Adige della serie Cucina Regionale, di Repubblica, e sembrava la ricetta perfetta. Ho solo dimezzato le dosi di burro (andavano praticamente quasi immersi nel burro sciolto e poi messi in forno) e ho dovuto aggiungere un po' di farina perchè ci ho messo tutto il latte che figurava tra gli ingredienti (spesso non collima con quello che poi c'è scritto nella ricetta).


Mi sono venuti anche un po' grossi, non c'eera scritto per quanti krapfen fosse l'impasto, e non credevo lievitassero così tanto. Io ho fatto dieci pagnottelle, ma ne possono venire tranquillamene quattordici o quindici.

Però, assolutamente, in questa versione non sono Krapfen, ma panini dolci lievitati, con ripieno di marmellata. Insomma, non ci siamo neanche lontanamente.

Comunque, sono buoni inzuppati nel latte bollente, proprio come il pane.
E' una ricetta un po' lunghetta, con tre lievitazioni.

Vi riporto la ricetta con le mie modifiche:

450 grammi circa di farina+ quella a raccogliere
30 grammi di lievito di birra
1,5 scarsi di latte
70 grammi di burro
70 grammi di zucchero
0,5 dl di liquore (serve a coprire il sapore del lievito che è un po' forte)
un pizzico di sale
marmellata di arance
latte e zucchero a velo

Primo impasto:

sciogliere il lievito in 1 dl di latte tiepido, quindi incorporare tanta farina per formare un panetto sodo (a me ne sono serviti 150 grammi).

Mettere il panetto a lievitare almeno mezz'ora, coperto da un panno e al calduccio.


Seconda lievitazione:

Mettere la farina con un pizzico di sale in una ciotola, su una spianatoia, quindi aggiungere il burro fuso freddo, il latte tiepido, lo zucchero e il panetto lievitato.

Versare l'impasto sulla spianatoia e lavorarlo fino ad ottenere una pasta liscia.
Mettere la pasta in una ciotola coperta da un panno, al caldo, per due ore

Terza lievitazione:

riprendere la pasta, sgonfiarla un poco, quindi cominciare a formare i panini.
Assolutamente non fare come consiglia il libro, cioè di formare delle palline, farci un buco, infilarci la marmellata e richiudere: è difficilissimo richiuderle bene, si sono aperte tutte mentre lievitavano.

Stendere ogni pallina a dischetto, spesso almeno un centimetro, porre nel mezzo un cucchiaino di marmellata, poi sovrapporre un altro dischetto e chiudere bene i bordi.

Mettere tutti i krapfen su due teglie, foderate di carta forno, a notevole distanza l'uno dall'altro, spennellarli di latte non freddo, e rimetterli a lievitare per un altra ora nel forno.

Una volta lievitati, spennellarli delicatamente di latte, cospargerli di zucchero a velo ed infornare nel forno già caldo a 180 gradi, ripiano centrale, per circa 15 minuti.

Spolverare di zucchero a velo una volta freddi.

Sono molto morbidi caldi, appena sfornati, però tendono ad indurirsi presto. Tenerli coperti, e casomai riscaldarli all'occorrenza.

lunedì 24 novembre 2008

Il piatto dei poveri

Ed è arrivato l'inverno, quello vero, quello del vento gelido che ti sferza la faccia e ti penetra nelle ossa, quello che di notte trasforma la casa in una ghiacciaia, e la mattina preferisti morire piuttosto che alzarti dal letto caldo, tutta avvoltolata nel piumone: l'unico pensiero che ti consola è che hai una tazza di caffellate bollente e una fettina di torta che ti aspettano per colazione.
E' proprio in questi giorni rigidi che si apprezza un piatto di polenta calda!


Nell’Ottocento la polenta era il piatto dei poveri: composto da farina di mais o granoturco ma anche altri tipi di farine di cereali (farro, avena, segale miglio, orzo) , acqua e sale, era il pasto abituale di molte famiglie che, non potendosi permettersi un’alimentazione molto variata, finivano per ammalarsi di pellagra.

Ora la polenta è diventata una leccornia, un piatto prelibato, e può essere condita in vario modo: sugo e salsiccia, cimette di rapa ripassate in padella, con i funghi, con lo spezzatino. E’ un piatto tipicamente nordico, adattissimo ad essere mangiato caldo nelle fredde giornate dell’inverno anche se, in montagna, si mangia anche d’estate: d’altra parte il clima è sempre più fresco, in alta quota.

Mi è capitato infatti di mangiarla in pieno agosto, sulle Dolomiti: che c’è di meglio di scarpinare per faticose salite, sui sentieri del Trentino-Alto Adige, e poi arrivare ad un rustico rifugio e festeggiare con un bel piatto di polenta calda e una fetta di profumato strudel?


Direi che è uno dei piaceri irrinunciabili della vita.


La polenta può essere fatta con farina a grana fine oppure a grana più rustica, e può essere lasciata a crema, tipo minestra di semolino, oppure fatta stringere, al punto da essere quasi solida. Nelle ultime vacanze a Braies l’ho mangiata tipo minestra, con i funghi sopra: non era male, però mi sembrava proprio un semolino, tipo pappetta.
A me, personalmente, piace la polenta molto densa e a grana grossa: il perché è semplice, mamma l’ha sempre fatta così!


A Roma non fa un freddo terribile (almeno così dicono), tranne un paio di settimane a gennaio (almeno a confronto col resto del centro e nord Italia, non parliamo poi del Nord Europa): la polenta non è un nostro piatto abituale, a casa nostra era un piccolo evento, quasi un rituale, che accadeva solo due o tre domeniche ad inverno.

L’addetto al giramento della polenta era papà (lo è ancora), mentre mamma per l’occasione metteva in tavola sempre lo stesso servizio di piatti, con una decorazione floreale nei colori verde, senape e blu, che veniva esclusivamente usato per questo scopo, perché i piatti erano molto piani e molto grandi, perfetti per stendere uno strato sottile, che veniva poi ricoperto di sugo denso e bollente, spolverato con parmigiano e pecorino, e quindi ci aggiungeva, come tocco finale, una bella salsiccia saporita.

Ecco, di quelle polentate ho dei ricordi bellissimi. L’ho mangiata in tanti altri modi, ma buona così, mai.



Il servizio di piatti me lo sono preso io, anche se la polenta sopra non ce l’ho mai messa.
Poi, siccome sono una figlia degenere e non ho la pazienza di girarla un’ora, uso la Polenta Valsugana, che viene esattamente come piace a me: densa e rustica. Lo so che la polenta vera è un'altra cosa, però questa grande differenza di sapore io non sono in grado di avvertirla, quindi per ora va bene così.

Per due persone:

Per il sugo (in abbondanza, il resto usatelo per la pasta del giorno dopo oppure cuocete più salsicce)
750 cl di passata di pomodoro
Mezzo litro di acqua
Cipolla, carota sedano
Olio evo
Un paio di salsicce oppure due pezzi di luganiga

Per la polenta
100 grammi di farina di polenta (la mia era quella cotta al vapore) a persona
Mezzo litro di acqua
Mezzo litro di latte
Un pezzetto di burro
Un cucchiaino di sale grosso
Parmigiano e pecorino grattugiati

Preparazione del sugo:
mettete nella pentola di acciaio un fondo di olio, tagliate a pezzetti gli odori e fateli colorire nell’olio caldo. Buttate le salsicce (magari qualche incisione per farle cuocere anche dentro) e fatele rosolare.
Versate la passata e stemperatela con l’acqua, condite con un filo d’olio e salate.

Mettete il coperchio semichiuso e fate stringere per circa 30-40 minuti, fino alla consistenza desiderata.

Per la Polenta:
Mettete a bollire l’acqua e il latte in una pentola di acciaio (io ho usato il tegame di coccio ed è venuta benissimo), tenendo da parte un pentolino di acqua calda se la polenta dovesse stringersi troppo, e salate.

Appena bolle, buttate la farina a pioggia e cominciate a girare con la frusta oppure con un cucchiaio di legno: deve cuocere per circa otto minuti, se dovesse addensarsi troppo allungatela con un po’ di acqua bollente.
Poco prima di finire buttateci dentro un pezzetto di burro e fatelo amalgamare.

Versare la polenta bollente sui piatti, cercando di fare uno strato sottile, spolverate con abbondante parmigiano e pecorino, adagiatevi sopra una bella salsiccia e mangiate la polenta calda.

E’ buonissima anche il giorno dopo, magari riscaldata in forno.

sabato 22 novembre 2008

Viaggio negli anni Settanta: Zuppa di Cipolle e Ceci e disquisizioni sui Fantasmi dei Natali Passati


L’altro giorno stavo leggendo un articolo su La Repubblica riguardo il Natale magro che si preannuncia, e mi è venuto da ridere: perché gli argomenti di cui discuteva l’autore (forse era un’autrice, non ricordo) erano i medesimi su cui avevo disquisito appena il giorno prima con mia madre, mia zia, mia suocera e una mia amica (nel corso di quattro telefonate fiume, ovviamente): disquisizione che si era conclusa con l’affermazione unanime, senza via di scampo: quest’anno niente regali di Natale, per nessuno.
Bando alle inutili (e costose) cianfrusaglie di cui abbiamo le case piene, niente maratone disperate alla ricerca del regalo originale e a prezzo accessibile, basta ciarpame con cui riempiamo i nostri armadi e le nostre credenze: quest’anno sarà un Natale all’insegna dell’austerità, un Natale di magro in cui l’unica cosa importante è vedersi con i propri cari e i propri amici, magari con un bel panettone fatto in casa, che pure lì ho visto prezzi allucinanti, ma siamo impazziti?

I negozi sono già addobbati dal 1 novembre, almeno qui a Roma: si guarda nelle vetrine illuminate, si dà una sbirciatina agli scaffali stracolmi di oggetti eleganti e assolutamente inutili, si leggono i prezzi sul cartellino e si fa immediatamente dietro front.
Tutto quello che non è necessario, si taglia.

Stavo guardando proprio stamattina un elegante negozio qui a Boccea, uno di quei casalinghi di lusso stile Coin che mi piacciono tanto, tutto pieno di quegli oggetti tipo Natale nordico che vanno di moda da un paio d’anni a questa parte.
Oggetti sicuramente belli, niente da dire, ma del tutto inutili e costosissimi, come giostrine mobili in legno stile Ottocento, casette di ceramica, babbi natali e renne di peluche, piatti da torrone (ma quanti ne mangiate, in tutto l’anno, per dovervi comprare un piatto apposito?), lavette da bagno a forma di fetta di torta e candele a forma di pasticcino.
Per non parlare di quell’oggetto assolutamente Kitch che sono i Babbi Natali scalatori, l’anno scorso avevo proposto un Fronte Nazionale di Liberazione dei Babbi Natali Scalatori, quest’anno propongo invece una Campagna di Tiro al Bersaglio per l’Eliminazione Totale dei Babbi Natali Scalatori, che ne dite?

Va beh, quest’anno va così, credo, per tutti: i giornali strillano del crollo dei consumi, del calo delle vendite, della disperazione dei commercianti, e in qualche misura hanno anche ragione. Ma io, non so voi, ho ancora il maledetto vizio di leggere il prezzo in euro e trasformarlo mentalmente in lire, so che ormai è inutile ma mi viene lo stesso, ed ogni volta inorridisco.
Ogni volta che entro in una pasticceria (ormai raramente), guardo i prezzi di paste e torte e mi chiedo se, puta caso, per sbaglio non abbia infilato la porta di una gioielleria. L’ultima volta che ho comprato la torta per il mio compleanno mi è preso un coccolone, fatto un rapido calcolo degli ingredienti, ho concluso che facendola io ce ne sarebbero uscite fuori cinque, mi sembra veramente allucinante. Credo che l’abitudine piccolo-borghese del vassoio di pastarelle la domenica sia ormai riservata ai ceti decisamente benestanti, visto che è una specie di investimento.

So che sono discorsi pieni di luoghi comuni, me ne rendo perfettamente conto, tipo non esistono più le mezze stagioni e piacevolezze del genere ma, signora mia, mi sembra veramente che il mondo attorno a noi stia impazzendo.

Questo periodo così buio mi ricorda molto alcuni anni della mia infanzia: chi era piccolo negli anni Settanta forse si ricorderà una vita decisamente più spartana, che culminò con il cosiddetto periodo di Austerity: furono anni bui, in tutti i sensi, con la crisi del petrolio, l’inflazione, per non parlare dei disordini sociali e politici di cui ho vaghi ricordi.

Uno di quelli più netti è una manifestazione di scatenate femministe, che protestavano con girotondi e cori violenti in Piazza San Cosimato, e mia madre, di ritorno dal doposcuola (un convento di suore, un posto per signorine perbene, ovvio) che mi tirava per farmi andare più veloce, lontano da quelle pazze furibonde: adesso sicuramente starei in piazza a manifestare con loro, e probabilmente anche lei.

Ci fu un periodo in cui addirittura si spensero le insegne al neon dei negozi e le vetrine, per risparmiare elettricità, tra il 1973 e il 74 mi pare, ma la percezione della crisi economica durò molto più a lungo.
Eravamo forse alla metà di quel decennio oscuro e tormentato, quando si inventarono dei mini-assegni da cento lire e altri piccoli tagli che sembravano le banconote finte del Monòpoli e che sostituivano le monete, di cui si ebbe improvvisa carenza;quei piccoli assegni rimasero un paio di anni in circolazione, si scolorivano subito e in breve tempo si usuravano.

D'altra parte le monete erano il taglio che si utilizzava più spesso.
Un grosso cono gelato, che si trovava solo l’estate, mica li vendevano anche in inverno, costava circa 150 lire, con la stessa cifra ci prendevi un bel pezzo di pizza bianca di fornaio per la merenda, pure la cioccolata si comprava a fette dal fornaio, degli enormi e pastosi panetti rettangolari al cacao e nocciola avvolti nella stagnola dorata, da cui tagliava una spessa fetta da mettere nel panino all’olio; le merendine non esistevano ancora, se non il Bondì: quando uscì il Bondì al cioccolato (si vendevano sfusi, mica a confezione) lo volevamo tutti perché era una novità inaudita, con quella copertura di cioccolata fondente e granella di zucchero e un morbido ripieno di pastosa cioccolata.
Eh no, non li fanno più i Bondì di una volta…

Anche noi che siamo stati bambini all’epoca, del resto, vivevamo in un mondo piuttosto austero ma, non essendo abituati agli agi moderni, non ce ne lamentavamo.
La Trastevere degli anni Settanta era un quartiere popolare, fatiscente, con case vecchie, senza ascensore, dalle stanze enormi, fredde, piene di spifferi. I giovani di oggi non sanno, ad esempio, che ascensori e riscaldamenti sono comodità relativamente recenti, anche se può sembrare strano, al giorno d’oggi.



Nella mia grande casa di Trastevere, uno di quegli appartamenti coi corridoi lunghissimi e i soffitti alti fino a 5 metri, mura di mattoni pieni spesse 50 centimetri, il riscaldamento fu messo solo nel 1982 e l’ascensore poco dopo. L'albero di Natale si faceva il 23 Dicembre, anche questo può sembrare strano, ma nessuno lo faceva con così tanto anticipo,come adesso.

Non sto parlando di famiglie sulla soglia della povertà, ma di un normale ceto impiegatizio con casa di proprietà, una piccola borghesia che viveva, per l’epoca, anche con piccoli lussi come il televisore a colori, comprato nel 1977: eravamo gli unici nel palazzo a possederlo, un mastodontico Nordmende che il pomeriggio attirava a casa nostra una nutrita schiera di ragazzini del condominio, che ancora vedevano Jeeg Robot e Quinta Rete, con la mitica Marta Flavi e la sua scimmietta Gocoberto, in bianco e nero.
Televisore cui mi impegnai, immediatamente, a rompere quella meraviglia tecnologica che corrispondeva al nome di telecomando. Ovviamente successe una tragedia in famiglia, non fui mai perdonata, ancora adesso me lo rinfacciano come gravissima colpa, e il telecomando non venne mai più riparato.

Mi ricordo i lunghi e freddi inverni della mia infanzia riscaldati solo da una grande stufa a bombola, che viaggiava da una stanza all’altra ma solo dal pomeriggio in poi (abitudine spartana che mi è rimasta, con grande disperazione di mio marito), e rimedi antichi come la vestaglia da casa in puro acrilico nei colori rosa e celeste pastello ( ne avevo ben due, mica storie) e la borsa dell’acqua calda. Ecco, la borsa dell’acqua calda (io sono piuttosto freddolosa) è stato uno degli oggetti transizionali della mia infanzia, la mia salvezza, la mia coperta di Linus. Non me ne separavo mai, me la sono portata dietro pure, tra gli sghignazzi dei miei amici, nel primo viaggio da soli in quel di Avezzano, e avevamo già diciassette anni: però sopportai le risate e mi tenni stretta la borsa, visto che nella casa di Teodora faceva un gelo polare, c’erano praticamente i pinguini, sicuramente lei se lo ricorderà.

Non capisco perché quegli anni bui e faticosi ora io li rievochi come affascinanti, pieni di ricordi preziosi, di racconti e aneddoti curiosi: forse perché le cose sembravano avere un altro valore, perché si era in un’epoca di transizione, di invenzioni, di cambiamenti, e ovviamente perché i ricordi dell’infanzia assumono sempre un alone magico, quasi irreale.

Ora sembra tutto così ovvio, oggi che siamo pieni di gadget tecnologici, di computer, palmari, navigatori satellitari, gli armadi stracolmi di roba, cappotti e piumoni in quantità, mica come in quegli anni, in cui il cappotto era uno (un loden verde, ovviamente, non c’era altro), costosissimo, che veniva comprato in crescenza perché ti doveva andar bene almeno un paio di inverni.

Va beh, vi ho trascinato in questo rapido viaggio nei freddi anni Settanta, sospinta dal vento dei ricordi e dal venticello gelido che comincia a soffiare in questi giorni, d’altronde era ora, l’inverno doveva pur arrivare.
Questo ritorno alle origini è anche un ritorno ad una cucina invernale, rustica, a base di ingredienti poveri ma sostanziosi, insomma, con questo freddo novembre una bella zuppa calda, magari cotta in un tegame di coccio, non ci sta niente male, e non venitemi a ciarlare di stelle Michelin, di cucina creativa e Food Design, per favore, che una zuppa come questa è in grado di soddisfare palato, olfatto e vista, altro che storie. Tra le le cose che adoro dell'inverno (posto che odio il freddo e la pioggia), ci sono il the delle cinque, magari accompagnato da un dolcetto, e appunto una calda e saporita minestra, anche senza pasta, condita semplicemente con un filo d'olio di oliva e una bella spolverata di parmigiano.
Oltre la normale Zuppa di fagioli, faccio spesso quella con ceci, cipolle e patate (questa volta avevo anche mezza scatola di borlotti avanzati e ci ho infilato anche quelli).


Quando ho tempo metto a mollo i preparati di legumi secchi, quando vado di fretta stappo al volo un bel barattolo di legumi lessi, come in questo caso.

Se poi la volete ancora più sostanziosa, aggiungeteci un paio di salsicce oppure un pezzo di luganiga, così si fa piatto unico: il che, di questi tempi, è anche un notevole risparmio ( sempre per il discorso di Austerity di cui sopra).

Per tre persone:

  • una scatola di ceci lessi da 400 grammi

  • 200 grammi di borlotti lessi

  • una cipolla (grossa)

  • quattro patate di medie dimensioni

  • 1 carota
  • 8 cucchiai di passata di pomodoro

  • olio evo

  • parmigiano

Tagliare la cipolla a fettine sottili, quindi metterla in un tegame (meglio se di coccio) con l'olio.

Farla dorare a fuoco dolce, quindi aggiungere le patate a tocchetti e le carote a dadolini piccoli, mescolare e far insaporire un minuto.

Aggiungere un litro di acqua, stemperare i cucchiai di pomodoro, salare e mettere a sobbollire dolcemente per 20 minuti circa.

A questo punto, aggiungere tutti i legumi scolati, mescolare e continuare la cottura per altri 20 minuti circa.

Rompere qualche patata per addensare il sugo, assaggiare di sale, quindi continuare a cuocere per altri dieci minuti (in tutto 50 minuti), oppure secondo la consistenza desiderata.
Far riposare la zuppa qualche minuto.
Servire calda con un filo di olio a crudo ed una bella spolverata di parmigiano.


venerdì 21 novembre 2008

Dalle fredde terre del nord, la crema di verdure per l'inverno


Questa è una ricetta di una signora polacca: nel loro paese si fa a fine estate, o in autunno, quando ancora le verdure si trovano abbondanti, melanzane, peperoni, cipolle e carote: viene fatta a chili, per tutto l'inverno, e imbarattolata per far sì che si conservi, per i mesi in cui le verdure saranno poche, per dare un tocco di colore e di sapore ai grigi e lunghi mesi invernali.

Noi non abbiamo problemi di questo genere, non avendo il clima rigido della Polonia, ormai le verdure si trovano tutto l'anno, tranne alcune proprio stagionali come i carciofi.
Però vi assicuro che è una crema buonissima, con una nota dominante di peperone, e averla nella dispensa può risultare davvero utile.

Si può fare più o meno densa, e si può utilizzare in vari modi.

Quello più ovvio per noi è per condirci la pasta, diluita con un po' di acqua di cottura e un filo di olio a crudo, oppure si può aggiungere ad un sugo di pomodoro per dare un po' di sapore in più.


L'altra alternativa, gustosissima, è quella di farci dei crostini, su croccante baguette o su pane tostato, sempre con un filo di olio a crudo e qualche fogliolina di basilico come decorazione.

Le dosi originali della signora polacca erano

4 chili di peperoni
4 chili di melanzane
4 chili di cipolle
4 chili di carote
acqua, passata di pomodoro, olio evo

La prima volta che ho fatto la crema ho dimezzato le dosi, ottenendo due pentoloni enormi che hanno sobbollitto per otto ore. E' venuta piuttosto densa e anche corposa, stavolta ho preferito farla più leggera, con meno olio e meno cottura, si può sempre condire a parte, ed ho aggiunto anche il basilico.

La volta seguente ho fatto delle dosi più adatte ad una famiglia media italiana, per cui

Ingredienti per circa 2 chili di crema (le verdure sono al netto)

600 grammi di peperoni
500 grammi di melanzane
500 grammi di carote
500 grammi di cipolle (rosse e bionde)
750 cl di acqua
250 cl di passata di pomodoro
olio evo, circa 2 dl (sono andata ad occhio)
sale
basilico fresco o secco

Tagliare a striscioline i peperoni puliti e poi ancora a metà, e metterli in una capace pentola alta (tipo quella della pasta).

Tagliare a tocchetti le melanzane con la buccia.
Tagliare a rondelle le carote.

Affettare sottilmente le cipolle cercando di non piangere tutte le vostre lacrime.

Tagliare il basilico fresco (o anche secco) a pezzeti ed unirlo al resto.

Mescolare le verdure, aggiungere l'acqua e il pomodoro, salare e aggiungere l'olio.
Incoperchiare col coperchio semichiuso e cuocere per circa un'oretta a fuoco dolce.

Scoperchiare, togliere dal fuoco e frullare le verdure cotte col frullatore ad immersione (sembra una specie di denso minestrone).

Rimettere sul fuoco e far stringere per almeno un'altra ora e mezza: dipende da quanto volete densa la crema, in questo caso sembra una specie di sugo denso, se la volete tipo pesto fatela andare ancora per trenta minuti circa. Per controllare il sapore, mentre sta bollendo mettete un cucchiaio di crema su un pezzo di pane o su un piattino, fatela freddare, e poi regolate di sale ed eventualmente aggiungete dell'olio, se la volete più robusta.

Si può proseguire in due modi:

il metodo della signora polacca era quello di far freddare la crema, quindi invasarla e poi sterilizzare i vasetti coi soliti venti minuti di bollitura.

Io questa volta ho provato a trattarla come una marmellata, cioè invasandola bollente nei vasi sterili, rovesciarla su un piano di legno per una mezz'ora, quindi rimetterli nella posizione normale fino a completo raffreddamento, controllando il sottovuoto dei coperchi.

martedì 18 novembre 2008

Ricetta siciliana: spaghetti alla mollica

Purtroppo non ho nulla da spartire con quella meravigliosa isola che è la Sicilia, tranne una vacanza sotto L'Etna e un marito di ascendenza messinese.
All'università, però, ho avuto molti amici di Palermo, di cui mi affascinava molto la cadenza.

Questa semplicissima ricetta, molto mediterranea, mi fu cucinata da un mio amico palermitano, un aspirante egittologo che cucinava benissimo, palermitano per cui avevo una bella cotta, e con cui finì un po' a schifìo, ma questa è un'altra storia...
:-)

Ogni volta che lo andavamo a trovare, lui e il suo coinquilino anch'egli palermitano, che abitavano in un piccolo, delizioso attico sul Gianicolo, vicino Villa Pamphili, il provetto cuoco ci faceva assaggiare un piatto diverso: una sera ci cucinò un gulash veramente speciale, con un sughetto piccante che avvolgeva carne e patate come una crema: non credo sia un piatto tipico di Palermo, ma lui lo cucinava in modo divino. Insolito che così giovane, dovevamo avere poco più di vent'anni, sapesse cucinare così.

Comunque, un giorno a pranzo improvvisò questi spaghetti, che per vent'anni non ho più mangiato, ma mi era rimasto impresso il modo con cui li aveva cucinati. E' incredibile come certi ricordi rimangano impressi, i nostri libri di egittologia accatastati sul tavolo del soggiorno, la cucina un po' buia, molto vissuta, l'odore delle acciughe, lo scricchiolio dei granelli di pangrattato sotto i denti...
Quando mi è preso il ghiribizzo di provare a cucinarli, sono venuti veramente uguali a come li ricordassi, anche se in questo caso ho fatto uno strappo alla mia regola del vegetarianesimo, perchè ci sono delle acciughe, va beh, spero che sarò perdonata dai puristi.
Potrebbe essere interessante farla col patè di olive, la prossima volta la sperimenterò in questa versione.

E' anche una ricetta velocissima, soprattutto se uno ha solo venti minuti per farsi un piatto di pasta e non vuole ricorrere a quei tristissimi sughi pronti.


Ingredienti per 2 persone

200 grammi di spaghetti (comunque ricrescono)
4-5 acciughe a persona (sotto'olio)
olio evo
uno spicchio di aglio
3 cucchiai di pangrattato a persona


Mettere sul fuoco l'acqua per la pasta.

In una ampia padella antiaderente (deve contenere la pasta) mettere l'aglio con un fondo di olio e far colorire due o tre minuti, quindi toglierlo e mettere le acciughe (se l'olio è quello della conservazione è anche meglio). Far sciogliere le acciughe spezzettandole, per una decina di minuti a fuoco dolce, poi tenere in caldo.

Nel frattempo, in una altra padella antiaderente, più piccola, far rosolare a fuoco dolcissimo il pangrattato con un goccio d'olio, sempre per una decina di minuti, mescolando con un cucchiaio di legno per evitare che si abbrustolisca troppo.

Quando bolle l'acqua, salarla e buttare gli spaghetti (vanno bene anche spaghettini).

Scolarli al dente, quindi riaccendere il fuoco sotto la padella con l'olio e buttarci gli spaghetti.

Rimescolarli facendoli insaporire bene magari con un goccio d'acqua di cottura, quindi versarvi sopra il pangrattato e saltare velocemente la pasta.

Servire caldi.

sabato 15 novembre 2008

Ricette antiche: Babà dell'Artusi


Alla fine sono riuscita a fare il babà dell’Artusi! Dopo una prima prova deludente (la ricetta l’avevo presa sull’Enciclopedia della Cucina di Repubblica, e ci ho capito poco), ho seguito le indicazione del maestro in persona, ed infatti il babà è risultato come doveva essere, almeno credo, non avendolo mai assaggiato.

Precisazione: il babà in questione non assomiglia per nulla al babà come lo pensiamo noi, cioè quello imbevuto di liquore e morbidissimo ( che a me comunque non piace granchè).

Probabilmente all’epoca dell’Artusi quel tipo di Babà non esisteva…in ogni caso, questo dolce io lo chiamerei, invece, Pandolce all’uvetta, perché si tratta di un pane semi dolce molto rustico, una pasta lievitata piuttosto consistente, meno morbida di una brioche, a metà tra un pane e un panettone.
Insomma, il nome indurrebbe a pensare tutto un altro tipo di dolce. Devo ammettere che me l'aspettavo del tutto diverso, non lo consiglierei per un the pomeridiano, ma per una robusta colazione, ben inzuppato nel caffellatte bollente.
Non dico che non sia buono, però non è un babà come lo intendiamo noi, questo è certo: a meno che non abbia toppato di brutto sulla lavorazione, in questo caso attendo illuminazioni da chi l’ha sperimentato. Il panettone Marietta, che feci l’anno scorso a Natale e che quest’anno rifarò perché era buonissimo, ad esempio, è venuto perfetto.

La lavorazione è piuttosto lunga e laboriosa, bisogna perderci parecchio tempo, se avete un pomeriggio libero iniziate dopo pranzo, perché le ore di lievitazione sono almeno tre e mezza se non quattro. Non so se tutto questo lavoro ne valga la pena, però…di dolci lievitati ne ho fatti altri, tipo la Brioche de Rinxent e La treccia lievitata allo yogurt, che sono riusciti più morbidi.

Se però siete curiosi di attuare le vecchie ricette del maestro Artusi (come me), provatelo…devo dire che il suo modo di scrivere le ricette e di raccontare aneddoti mi fa impazzire!

Quando leggo i suoi racconti e il suo fraseggiare arcaico, mi vengono in mente le grandi cucine di una volta, coi camini enormi, o le cucine economiche a legna, in cui si mettevano quei grossi stampi di rame stagnato che ora sono appesi al muro della mia cucina ma in cui, ricorda mio padre, mia nonna cuoceva dolci e torte per tutta la sua numerosa famiglia (erano otto figli, mica uno scherzo).
Sto parlando degli anni Trenta, quando le famiglie numerose erano elogiate ed incoraggiate dal regime dell’epoca, e cucinare per tutti non doveva essere mica una passeggiata.
Mi immagino solo come dovevano venire buoni quei dolci enormi, cotti lentamente al calore della legna, fatti con ingredienti semplici, genuini, solo farina di mulino, uova delle galline della mia bisnonna Clementina, burro di zangola e latte che veniva dalle stalle del paese: ancora negli anni Settanta tutti i giorni passava il carretto con i bidoni del latte appena munto, bisognava scendere a comprarlo con il pentolino e poi bollirlo prima di consumarlo, perchè era latte fresco, non sterilizzato, e quando si bolliva veniva a galla uno strato di grasso, che io scostavo con grande disappunto. Questo ricordo di me bambina che scendo col pentolino è una di quelle immagini che sembrano in bianco e nero, come un film d'epoca...


Nel paese dei miei nonni (di cui vi mostro alcune suggestive fotografie che ho scattato qualche anno fa, magari un giorno ve lo illustrerò meglio) ci sono ancora delle vecchie signore che vanno in giro con le ceste sulla testa, ed esiste un vapoforno non lontano dal Castello Theodoli nella foto sotto, in cui, in ricorrenze particolari, queste signore portano sulla testa enormi teglie di biscotti da cuocere.
Qui si usa per Natale, per Pasqua ma anche in occasioni di matrimoni, cresime, battesimi e comunioni, sfornare quantità incredibili di dolci, soprattutto vassoi enormi di biscotti e ciambelle, che rimangono per giorni e giorni a disposizione dei visitatori che passano a casa a fare gli auguri o a portare regali. Sono quelle vecchie usanze di paese che noi in città abbiamo completamente dimenticato, peccato.


Questo vecchio forno infatti faceva, fino a poco tempo fa, adesso non so, anche questo servizio: era un posto molto rustico, proprio un laboratorio di panetteria, in una specie di grossa spelonca affumicata con forno a vista, pareti alte imbiancate a calce, un vecchio bancone, scaffali di legno e mensole pieni di forme enormi di pane casereccio dalla crosta brunita, e dolci semplici come alti ciambelloni e crostate alla marmellata di pesche o di ciliegie delle dimensioni di una ruota di carretto, e biscotti tipici del paese come mostaccioli, ciambelline all’anice e ciambelline al vino coperte di zucchero semolato.
Vendeva addirittura una misteriosa alchimia di lievito in polvere di sua invenzione, che le donne del paese usano per fare un dolce tipico, la Pizza Fatta e Messa, una specie di ciambellone altissimo al profumo di anice e sambuca (si può fare anche con due bustine di lievito industriale, ma dicono che non è la stessa cosa).

Recentemente, purtroppo, è stato completamente ristrutturato: ora è divenuto un posto più piccolo, carino, senza forno a vista, tutto in legno, con enormi ceste traboccanti biscotti, ciambelle, panini, pizza di tutti i tipi, come le panetterie alla moda della città.

Sicuramente è più elegante (anche se…ammazza che prezzi! Per un sacchetto di ciambelline e qualche dolcetto questa estate ho speso un patrimonio, era meglio che me le facevo a casa da me), però mi manca l’atmosfera da vecchio laboratorio artigianale, con quel profumo di farina, vanillina e lievito che ti avvolgeva appena entravi, uno di quei ricordi indimenticabili che abbinano profumi, atmosfera e sapori, che nostalgia…

Chiudo questa digressione familiare, e riporto integralmente la ricetta, con le mie variazioni. Io l’ho cotto in uno stampo scanalato, ma secondo me un altro metodo potrebbe essere quello di farlo lievitare in un grosso stampo rettangolare, oppure con la forma di pane allungato. La prossima volta lo proverò così, forse si asciuga di meno.
Precisazione per quanto riguarda la Farina: come giustamente mi ha chiesto Claud, l'Artusi cita la Farina d'Ungheria, e io come tale l'ho riportata. Dopo una ricerca in rete per sapere cosa fosse, ho capito che doveva essere un tipo di farina forte, forse assimilabile alla odierna Manitoba, però c'è anche chi la sostituisce con la fecola di patate. La Manitoba di solito si usa per la panificazione, ma questo è un dolce lievitato, come il panettone Marietta e come la brioche lievitata, per assimilazione ho usato la normale farina 00. Se poi l'errore è stato nella scelta della Farina, qualcuno me lo segnali...anche se con la Manitoba sarebbe venuto ancora più consistente, o no?
Accetto illuminazioni al riguardo
:-)

Farina d’Ungheria grammi 250 (io 00)
Burro grammi 70
Zucchero a velo grammi 50 (io ne ho messi 80)
Uvetta 80 grammi
Lievito di birra fresco grammi 30
1 dl latte fresco
2 uova ed un rosso
2 cucchiai di liquore
100 grammi di canditi (io non li ho messi)
Vanillina
Un pizzico di sale

Primo Impasto:

Impastare 60 grammi di farina con due, tre cucchiai di latte tiepido in cui si sia fatto sciogliere il lievito. Formare un panetto di giusta sodezza (dice lui), fare un’incisione a croce e mettere al caldo dentro ad un ciotola, con un gocciolo di latte sopra e sotto, per circa un’ora.
Nel frattempo mettere a bagno l’uvetta in acqua tiepida.

Secondo Impasto:

Lavorare le 2 uova intere dentro una ciotola col mestolo con lo zucchero, aggiungere il burro sciolto, la farina, il liquore, la vanillina, quindi incorporare il panetto lievitato, cosa per niente facile: ad un certo punto vi toccherà abbandonare il mestolo di legno e usare la forchetta, aggiungendo un gocciolo di latte per ammorbidire l’impasto.


Dopo tale operazione vi verranno due braccia da scaricatore di porto, ma almeno avrete bruciato la vostra porzione di calorie per potervi mangiare una bella fetta di Babà senza rimorsi.
Lavorate l’impasto finchè non si staccherà bene dalla ciotola, riprendendo eventualmente il mestolo di legno, quindi aggiungervi l’uvetta ben strizzata e i canditi. Come vedete non è una pastafrolla, ma una cosa molliccia e umida.


Mettete la ciotola nel forno tiepido a lievitare per almeno un’ ora, anche di più, coperto da un telo. Dovrebbe raddoppiarsi di volume, in questo modo.


Riprendete l’impasto, imburrate ed infarinate uno stampo col buco centrale, a costole, abbastanza capiente, oppure sperimentate un altro stampo, non so dirvi: mettetevi dentro l’impasto (che non sarà molto, quindi tiratelo bene) e rimettete nel forno tiepido a lievitare per altre due ore, coperto dal solito telo.


Dopo due ore, l’impasto dovrebbe essere raddoppiato, ed aver raggiunto i bordi dello stampo (scusate la foto orribile, ma nel frattempo si era fatto buio).


Infornate nel forno già caldo a circa 200 gradi, sul ripiano centrale, per circa 50 minuti.

Lasciatelo un’altra decina di minuti nel forno spento.

Quando è cotto avrà un colorito piuttosto bruno, come il pane casereccio. Sformatelo quando è freddo, quindi cospargetelo di abbondante zucchero a velo.

martedì 11 novembre 2008

Padellata di Spaghetti ai Peperoni

Innanzi tutto vorrei ringraziare tutti quelli che hanno letto e commentato il post sull'inizio del sentiero nella Foresta, era un post un po' personale, forse al di là delle intenzioni con cui avevo cominciato a scriverlo. Più ci penso, e più mi pare che sia stato più illuminante per me che per Lorenza, direi addirittura che abbia avuto, in qualche modo, una funzione liberatoria, catartica.

Ed ora che abbiamo chiuso i conti col passato, torniamo al presente. Questo periodo sono un po' in affanno, il lavoro (sempre più invadente), le cose di casa che non finiscono mai, una routine quotidiana piatti-cucina-lavatrici-pulizie-spesa etc... che si ripete, identico, tutti i giorni, ma non si finisce mai? E poi questo blog e ora il Blog di Cucina, che è divertimento ma anche impegno, scrivere qualcosa di intelligente ed interessante, insomma, certe volte mi sembra di non riuscire a parare tutto, di arrancare e mettere toppe ovunque. Va beh, è un periodo un po' così...

Per quanto riguarda la mia Foresta, per fortuna ho tante cose arretrate da postare, cerco di andare in smaltimento materiale vecchio, ma poi mi vengono fuori, quasi per caso, piatti appetitosi e colorati come questi, ed allora non resisto!
Una di quelle ricette nate per caso, soprattutto dall’esigenza di consumare una quantità enorme di pomodori del nostro orto, rossi e maturi, (la produzione di mio padre è ormai agli sgoccioli, sono tornata a casa con una bustona di pomodori di vario tipo da consumare in pochi giorni), e il giorno seguente di riciclare una padellata di peperoni avanzati dalla cena: in generale io adoro l’abbinamento pasta-verdura, in questo caso le verdure erano saporite e abbondanti.

Il procedimento che ho adottato è leggermente differente da quello dei Tortiglioni al sugo di peperone, l’intingolo è venuto ancora più saporito e meno pomodoroso, visto che non ho usato la passata ma i pomodori a pezzi, e ovviamento pieno di peperoni. Può tranquillamente risultare piatto unico, con notevole risparmio di tempo, e anche denaro.

Ingredienti per contorno e pasta, per due persone:

3 o 4 grossi peperoni

6 grossi pomodori maturi

aglio

olio evo

Spaghetti, circa 90 grammi a persona

parmigiano grattato

Tagliare a listarelle tre o quattro grossi peperoni (erano proprio grossi) di vario colore, pulirli dei semini e dei filamenti bianchi: metterli in una grossa padella antiaderente a pareti alte.

Lavare e tagliare a pezzi sei grossi pomodori maturi, di vario tipo basta che non siano da insalata: io ci ho infilato due grossi cuori di bue, dei perini, ed alcuni tondi, ma tutti rossi e maturi.
Condire con olio, salare e bagnare con un bicchiere abbondante d’acqua.
Coprire il cumulo di verdure col coperchio, e far cuocere venti minuti mescolando ogni tanto, quindi aggiungere ancora un bicchiere d’acqua, aggiungere un grosso spicchio di aglio e continuare la cottura dolcemente per altri venti minuti.

Fate attenzione che non si attacchino, e ovviamente che il sughetto non si asciughi, ovvio, devono venire immersi in un abbondante intingolo brodoso.

Scoperchiare a far appassire dolcemente i peperoni per altri dieci minuti. Aggiustare di sale e condire con un filo di olio a crudo.

Mangiare i peperoni come contorno.

Il giorno dopo basta riscaldare la padellata avanzata e tagliare a pezzetti i peperoni.
Cuocere come al solito gli spaghetti, saltarli nell’intingolo caldo e spolverarli con parmigiano.

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