I miei viandanti

domenica 8 febbraio 2009

Il carteggio d'amore, 1905-1909


Caro pubblico che si è affezionato alla storia di Matilde, eccoci alla seconda parte della narrazione, quella ricostruita attraverso il carteggio di cartoline, che copre un arco di tempo che va dal 1905 al 1909.


In quegli anni Mario le regalò un grosso album dalla copertina di cartone pesante, blu, con le pagine disegnate in stile floreale, come andava di moda all’epoca. Sulla prima pagina una dedica, la scrittura sottile, elegante: “Alla mia diletta Tilde, Mario”.


Matilde cominciò a riempirlo, giorno dopo giorno, per quattro lunghi anni, aspettando di sposare il suo promesso.



Le cartoline arrivavano regolarmente, alcuni giorni addirittura le scriveva due volte: sono quasi tutte di Mario a Matilde, tutte vergate con la stessa calligrafia accurata, il pennino usato con mano esperta a formare archi eleganti, riccioli e svolazzi con l’inchiostro color seppia, le parole fluide, sinuose, a tratti difficili da interpretare.


La maggior parte delle missive sono spedite presso l’indirizzo di via Clemente Cardinali numero 6, a Velletri, solo alcune invece sono dirette a Mario, prima presso la Legione Allievi Reali Carabinieri, 4° Compagnia, a Roma; quindi presso il Comandante della Stazione dei Reali Carabinieri di Montesicuro, provincia di Ancona: quella di Matilde è una scrittura minuta, delicata, un po' spigolosa, tutta inclinata verso destra.



Non si sa che fine abbiano fatto tutte le altre cartoline di Matilde che, sicuramente, scriveva con la stessa regolarità di Mario. Lei raccolse solo quelle del fidanzato, nel suo album, è possibile che le sue siano disperse tra i discendenti, oppure che lei non le abbia conservate.



Come in ogni fidanzamento dabbene, il giovane Mario era molto rispettoso della sua promessa. Le cartoline venivano presumibilmente passate sotto la censura dei genitori, e quindi si doveva stare ben attenti al tono e alla forma.

Molte delle fotografie sono delicate, a tema floreale, oppure paesaggi acquerellati, fotografie di bambini che giocano, le frasi caste e irreprensibili.


Molte, invece, sono delle vere e scenette a puntate, scenette romantiche ma a volte allusive, addirittura maliziose, giovani fanciulle un po’ discinte, coppiette che si baciano in mezzo all’erba, gagliardi giovanotti che sussurrano infuocate parole d'amore: non sappiamo cosa ne pensassero i genitori, il messaggio doveva essere leggermente ambiguo se non sconveniente: è anche vero che i due fidanzati non erano proprio giovanissimi, probabilmente i genitori facevano finta di nulla.


Ma, cosa ancora più maliziosa, il giovanotto le scriveva frasi segrete, ardenti dichiarazioni d’amore, accuratamente scritte in grafia piccolissima, a matita, con pazienza certosina, e nascoste sotto grandi francobolli.


Nella frase ufficiale il giovanotto si teneva a rispettosa distanza, chiamandola signorina e mandandole cari saluti, almeno nei primi tempi. Ma la giovane Matilde sapeva che, grattando via il francobollo, quasi sempre avrebbe trovato una frase segreta in cui Mario le parlava in maniera più confidenziale , le giurava eterno amore e le prometteva baci ardenti appena si fossero rivisti. In quasi tutti i cartoncini il francobollo è grattato via, anche quando sotto non c’era niente.


Alcune volte ci si stupisce come nessuno abbia capito che, sotto quegli enormi francobolli che occupano mezza cartolina, c’era scritto ben altro, per esempio qui


“Mia adorata,
ricevuta lettera, attendo con ansia la giornata di domenica per poter venire da te. Oggi 1 maggio non sono più smontato di servizio, spero domani. Approvo quanto dici per la licenza e seguirò tuo consiglio. Tanti bacioni e saluti a Giulia.”

In questa cartolina ufficialmente le scrive: “Tanti affettuosi e cari...da chi costantemente ti pensa"


e poi, sotto il francobollo:

“ Mia adorata,
sto facendo di tutto per venire giovedì costà, spero dall’1 alle 7 e mezzo, tu dal canto tuo fa il possibile per poterci trovare insieme, tanti bacioni, Mario tuo” .


Probabilmente si incontravano in segreto, visto che l'appuntamento viene dato in questo modo. Questa ipotesi è suffragata da altri messaggi, come questo:


“Mia adorata,

come dicevoti in altra mia inviatati ieri, tutto procede bene e nulla s’è venuto a sapere circa mia scappatina ed augoromi nulla si sappia mai. Stamane ricevuta tua sempre più affettuosa. Grazie, mille volte grazie. Appena potrò risponderoti essendo occupato con la paga. Voglimi sempre bene come lo voglio io.”


Mario, giovanotto colto, amante della poesia, le scrive in francese :

“Mon Pensés, tout mon coeur, toujours Mario” ottobre 1906, oppure

"Mon amour pour toi est trés grand…immense…beaucoup de baisirs”

“Toujours affectuoses pensés e baises”, datata 14 gennaio 1908, e sotto il francobollo

“ Pensoti costantemente, amoti ogni giorno più fino all’adorazione invio…. "


Oppure poesie di sua creazione, come questa, datata 28 luglio 1906:


A l’enfante du mon coeur:

“Vien di lontano una gentil figura
Dal portamento nobile, elegante,
tanto bella alla vita ed al sembiante
quale non vidi mai altra creatura.

Vieppiù s’appressa, ed io resto incantato!
Appaiono distinti, più spiccati
Gli occhi neri e profondi, circondati
Da folte ciglia; il naso profilato.

Le labbra rosse rosse, coralline
Che aperte alquanto lascian travedere
I bianchi denti, quasi perle vedere;
il mento ben tornito; gote divine,

E dal guardo ch’è angelico e severo,
tanta modestia ed onestà traspare,
che non si può restar dall’esclamare:
è costei figlia del celeste Impero?!

Sono poesie un po’ retoriche, dalle frasi barocche, ridondanti, che ai nostri orecchi suonano anche difficili da recitare. Ma era lo stile dell’epoca, d’altra parte anche le cartoline risentivano di questo romanticismo teatrale, un po’ enfatico.

Nell’agosto- settembre del 1907 Matilde si trasferisce qualche mese a Roma, non sappiamo perché, presso la famiglia Foglietti, al numero 3, all’interno 8 di Piazza Cavour per poi tornare, qualche tempo dopo, a casa. Le due famiglie dovevano avere conoscenze in comune oppure frequentarsi, perché Mario più volte manda i saluti alla famiglia Foglietti, ad uno zio, oltre che alla sorella Giulia.


2 settembre 1907
“Adorata, ricevuta lettera, grazie, martedì sera risponderò. Porgi per me infiniti auguri Giulia e saluti famiglia Foglietti. Pensoti sempre. Adoroti. Abbiti tutti i miei baci i più affettuosi ardenti.”


In quegli stessi giorni scrive anche una lettera, sicuramente di nascosto, perché sotto il francobollo, il 19 dello stesso mese:

“Ricevuta lettera, arriverà mia inviatati già a Velletri. Ancora occupato altri arresti, scriverò appena libero.”

Nel dicembre Matilde è di ritorno a casa.

2 dicembre 1907:
“Causa caduta bicicletta impossibilitato risponderti. Spero domani, essendo cosa poco….”

Altre volte approfitta dello spazio segreto anche per inviarle frasi come questa, un po’ meno romantiche:
“Adorata, trovomi qui per passare visita medica, mio pensiero sempre a te, bacioti "


Nel 1907 le scrive, ad esempio, delle sue indagini su un omicidio:
“ Adorata,
stamane finalmente arrestato fratricida, tenente soddisfattissimo, io ancora di più, forse avrò encomio, domani scrivo, bacioni”


Verso fine del 1908 le arrivano una serie di cartoline una più appassionata dell’altra:
Se la tua Bocca attira i baci! Eternamente Uniti! Adorata!
Mio Tutto! I tuoi occhi parlano! Cuor mio! Fedele per la vita! Luce degli occhi miei! Anima Mia!



14 aprile 1908

“Adorata
Ricevuta lettera e gradito immensamente pensiero ben oltremodo accetto, ottimo sotto ogni rapporto. Impossibilitato rispondenti fino ad oggi perché occupatissimo. Domani senza fallo scriverò. Abbiti intanto infiniti ringraziamenti di tutto e ardentissimi da Mario tuo.”


Questa arrivò poco prima del Natale 1908, il 22 dicembre, insolitamente lunga, in cui alterna frasi romantiche e descrizioni più pragmatiche dei suoi acciacchi:



“Adorata Matilde,

Per quanto abbia fatto, non mi è stato possibile nella visita di stamane di farmi mettere in uscita oggi, come ti dicevo nella mia di ieri, ma il capitano mi ha assicurato domani. Quindi, come potrai leggere nell’acclusa per mamma, che pregoti metterla in una busta, al tocco delle 2 sarò costà, senza che ti preavvisi ancora.

Non ne vedo il momento di rientrare alla stazione di Velletri, per stringerti tra queste braccia che tanto ti desiderano. Siccome ieri stetti in piedi tutto il giorno e mi sforzai un po’ , il piede ieri sera era alquanto gonfio, ma stamane alla vista si trovava nuovamente allo stadio normale.

E’ stato anche per questo che non ho insistito col capitano per farmi mettere fuori. Oggi però non mi alzerò affatto, così lo terrò riposato per lo strapazzo di domani e posdomani.

Non dubitare che userò tutte le precauzioni, e sto per fermare l’agonia dei patimenti.

Baciandoti con tutto l’affetto tante tante volte sulla bocca, adorata , ti stringe al cuore il tuo per la vita Mario che t’adora.”


Possiamo solo immaginare l'emozione di questi incontri, lui che rientrava alla Stazione di Velletri e lei, probabilmente, lì ad aspettarlo, trepidante ed emozionata, dopo settimane di impaziente attesa, passate a leggere e rileggere le sue lettere appassionate e le sue frasi d'amore, desiderando solo di sentirle dalla sua voce.

Verso la fine del carteggio le sue frasi cominciano ad essere più sfacciate, anche nella parte leggibile a tutti.


"Sempre costante, infinito ti sia il mio affetto, sempre ardenti appassionati ti giungano i miei baci"


"Adorata

giunto stamani Montesicuro benissimo, domani andrò Ancona e scriverotti quando sarò possibilmente di ritorno. Pensoti sempre, augoromi da te eguale. Saluta zio.
Tuo per la Vita, Mario"


In questa cartolina del 24 aprile 1909, una delle ultime, lui le scrive:
“Adorata,
Vivo angustiatissimo perchè lontano da te. Anelo solamente rivederti, baciarti.
Tuo per la vita, Mario che t’adora.
P.s. Saluta zio”


Le cartoline si interrompono qui, ma non la loro storia, ovviamente.

Il resto del racconto alla prossima...

La storia di Matilde Montelli, dal 1910 ad oggi


Siamo arrivati alla parte più lunga e più dolorosa della nostra narrazione.

Mi avete scritto in tanti, esprimendo apprezzamenti e curiosità per il prosieguo di questa vicenda. E' incredibile come accadimenti verificatisi più di cento anni fa riescano ancora ad interessare: evidentemente ci sono delle persone e delle storie che hanno un fascino immortale, che riescono ad emozionare, anche se i loro protagonisti ci hanno lasciato da tanto tempo.

Ma continuiamo il nostro racconto, che copre l'arco di un secolo, dal 1910 ai giorni nostri, comprendendo ben due guerre sanguinose, i periodi difficili della ricostruzione del nostro paese, morti e caduti il cui ricordo non ci abbandona, ancora oggi.

Quando i giovani studiano la nostra storia, sui libri di scuola, la studiano con distacco, come fosse una cosa lontana, che non li riguarda. Leggendo queste pagine scopriranno, forse, che la cosa li riguarda eccome, perchè sono i loro avi, i loro nonni, a non essere più tornati, e sono le loro donne, madri, figlie, sorelle, ad avere pianto e sofferto, ad essere andate coraggiosamente avanti.

Queste storie ci riguardano tutti, sarebbe bene non dimenticarlo mai.

La Grande Guerra

Matilde e Mario si sposarono attorno al 1909-1910, sicuramente dopo le ultime cartoline, quando lui venne finalmente trasferito a Roma. Non erano più giovanissimi, almeno, Matilde non lo era, avendo già 31 anni che, per una donna di quel tempo, era una bell'età.

La coppia, che abitava a San Giovanni, ebbe tre figlie femmine, nate a pochi anni di distanza l’una dall’altra: Carolina, chiamata in famiglia da tutti Carla, nacque nel 1911, nel 1913 nacque Renata, nel 1917 nacque la piccola Maria, in anni difficili, come possiamo immaginare.

In questa vecchia fotografia di quegli anni, si vede Carla e la piccola Renata, dall'aria un po' smunta e spaurita , reduce da una malattia: indossa una famosa collana che ritorna anche in altre fotografie, per esempio della cuginetta Marcella, l'unica figlia di Giulia, ma di cui si sono perse le tracce.


Dovremmo essere intorno al 1916-17, più o meno, a giudicare dall'età delle due bimbe. Anche questa immagine è stata scattata da un fotografo professionista: le due bambine sono vestite per l'occasione, grandi colletti di pizzo a rischiarare gli abitini scuri, calzette bianche e scarpe di vernice nera, la graziosa Carolina appoggiata sulla staccionata, in posa disinvolta, gli occhi azzurri come il padre che fissano, quasi sfrontati, l'obiettivo.

La vita doveva scorrere normalmente per la famiglia De Lazzaro quando, nel 1915, scoppiò la Grande Guerra: siamo abituati a vedere immagini e filmati della Seconda, ma gli storici concordano sul fatto che la Prima fu forse ancora più dura, cruenta e sfiancante, combattuta corpo a corpo nelle gelide trincee del nord, fra le montagne del Carso. Fu, inoltre, il primo conflitto che vide l'uso di armi devastanti come la mitragliatrice, i carri armati, gli aereoplani da combattimento.

Mario, ovviamente, partì subito per il fronte come tenente, non sappiamo verso quale destinazione, ma sicuramente verso il nord.
Stava per cominciare un massacro spietato, sul fronte austro-ungarico e su quello tedesco.
I caduti italiani, alla fine, furono quasi 700.000, con un milione di feriti e migliaia di madri e vedove a piangere i morti.

Gli anni di guerra furono lunghi e crudeli anche per Matilde, con due figlie piccole e poi in attesa della terza, senza il suo uomo accanto, sempre con l’incertezza della sorte dell’amato marito, aspettando giorno dopo giorno con ansia notizie dal fronte, e alle prese con il periodo di difficoltà economiche che attraversa un paese in guerra, i soldi che scarseggiavano, i razionamenti.

Verso la fine del 1918, dopo la battaglia del Piave, l'Impero Austro Ungarico capitolò, poi fu la volta della Germania.

Raccontano le cronache familiari che erano i primi giorni del novembre del 1918, l’armistizio era già stato firmato, la guerra era ormai finita. L'Italia aveva vinto, anche se al costo di centinaia di migliaia di morti e un paese ridotto allo stremo.
Mario, finalmente, sarebbe tornato a casa entro breve tempo, come tutti gli altri eroici combattenti sopravvissuti al massacro.

Fu un cecchino, a sparargli a tradimento, mentre era ad una finestra. Morte vigliacca, crudele, insensata.

Mario non tornò più.

Aveva appena 35 anni.

Fu sepolto nel Sacrario Militare del Verano, assieme agli altri militari caduti assieme a lui, dove riposa tuttora, da novant'anni.


Le Figlie di Matilde

Matilde, rimasta vedova ad appena 39 anni, si ritrovò sola con tre figlie piccole e una famiglia da mantenere. Può sembrare strano per noi, ma le signore di buona società non andavano a lavorare, anche se vedove, era la famiglia a prendersi carico di loro.

Tutti i parenti si strinsero attorno a lei, aiutandola a superare i difficili anni del dopo guerra, sostenendola economicamente e moralmente, in attesa della maggiore età delle figlie. L’amata sorella Giulia, sposata ad un medico, curò e sostenne tutta la famiglia, la sorella e le tre nipoti orfane.


Possiamo solo immaginare quante volte la giovane vedova abbia sfogliato il prezioso album, sempre più ingiallito e consunto, scorrendo assieme alle tre bambine quelle vecchie cartoline: la piccola Maria si divertiva a guardarle, affascinata da quelle figure, e a disegnarle con il pennino, i suoi scarabocchi infantili sono ancora visibili su molte delle fotografie.
La madre invece ripensava, guardandole, alle frasi d'amore e le poesie che Mario non le avrebbe più scritto, ai baci ardenti che non le avrebbe più dato.

Matilde non si risposò più.

Ma, come in tutte le storie sfortunate, la vita va avanti, lasciandosi dietro i morti e i rimpianti per quello che avrebbe potuto essere, e non è stato.

Le tre figlie crebbero, negli anni difficili del dopoguerra, diventando prima giovinette, poi adulte.

I tempi stavano cambiando, le nuove generazioni di donne cominciavano a studiare, ad uscire di casa, a lavorare. Matilde, pur con notevoli sacrifici, riuscì a far studiare tutte e tre le figlie, a farle diplomare il che, per l'epoca, non era poco, un periodo in cui l'alfabetizzazione media era piuttosto bassa, molte ragazze arrivavano appena alla quinta elementare, soprattutto nelle campagne.

Probabilmente Carla fu la prima donna della famiglia a diplomarsi: studiò da maestra, ma raccontava sempre, sorridendo, che si era diplomata troppo presto, era troppo giovane per avere una cattedra sua, dovette cominciare con le supplenze per poi passare di ruolo.

Carla fu forse la più particolare delle sorelle, donna colta e gentile, di aspetto elegante, la figura alta e sottile dal bel portamento, i liquidi occhi cerulei che contrastavano con i capelli bruni: da giovane portava lunghissime trecce, come si vede in queste fotografia di lei appena ventiduenne con la sorella Renata, di cui raccontava orgogliosa da anziana, quando ormai aveva i capelli bianchi, portati con garbo con le punte all’insù (Roma, 25 giugno 1933).

Curiosamente la giovane sposò, seguendo la tradizione di famiglia, un militare di carriera, con lo stesso nome del nonno, Vito (commentava come fosse una curiosa coincidenza, aver riformato la coppia Carolina-Vito ad una generazione di distanza da Carolina Galli-Vito Montelli), ed ebbe due figli maschi.
Anche Renata e Maria si diplomarono, ambedue trovarono un buon lavoro come segretarie, Renata in uno spolettificio e Maria un posto parastatale. Poco prima della guerra Renata sposò Fausto, perse il lavoro nello spolettificio che nel frattempo aveva chiuso, ed ebbe tre figlie femmine.
Maria si sposò più tardi delle sorelle, con Armando, ed ebbe due gemelli maschi.

Da queste suggestive immagini delle ragazze, si può ammirare la moda degli anni Trenta, gli anni della loro giovinezza: vestiti sinuosi, di linea scivolata, scollature elaborate; acconciature dai riccioli morbidi, le calze di seta a fasciare le gambe, cappello e borsa intonati (Renata, ottobre 1933)


Carla con la sorella Maria, quasi in posa da modella, con cappotti da collo di pelliccia e baschino sulle ventitre, inverno del 1934.


Sempre Renata, appena ventunenne, ricordo di una gita al lago di Nemi, era il 12 agosto 1934. E' evidente che gli insegnamenti della madre Matilde in fatto di eleganza ed inappuntabilità non erano andati perduti, anche se le gonne s'erano fatte più corte e le scollature più ardite...

Quanto fascino hanno queste fotografie, piccole e dai contorni sfrangiati, ricordi di gite al mare, di viaggi, di domeniche in visita ai parenti, volti sconosciuti di cui non sapremo mai il nome: peccato davvero che non possano raccontarci di più...

In questa immagine scattata al mare, probabilmente Ostia, Renata sfoggia un ardito, almeno per l'epoca, costume da bagno all'ultima moda, con cintura bianca e sandali in tinta, un'eleganza marina che oggi ci fa sorridere, con una punta di malinconia. Chissà Matilde cosa ne pensava di questa moda così sfacciata, lei che aveva portato le gonne lunghe e, probabilmente, non avrebbe mai messo un costume da bagno, almeno non così sconveniente.

Le espressioni spensierate di queste fotografie non preannunciano la catastrofe che si profilava all'orizzonte: gli anni più duri della dittatura, le leggi razziali, e di nuovo una guerra spietata, di nuovo i mariti al fronte e la disperazione di chi resta a casa, ad aspettare una lettera, una notizia, un telegramma.

Fortunatamente, stavolta, tornarono tutti.


Gli ultimi anni

I tempi stavano cambiando davvero, una generazione completamente diversa si stava affacciando alla ribalta, sbarazzina, spensierata, lontana anni luce dalle difficoltà di quella precedente, e anche lontana da quella che sarebbe venuta dopo, quella ben più oscura e rivoluzionaria degli anni '70: un'ondata di gioventù fresca e moderna, ragazzi con la chitarra che cantavano Battisti e De Andrè e ragazze che indossavano pantaloni e guidavano la macchina.

I nipoti più grandi di Matilde, i figli di Carla e Renata, facevano parte di questa generazione, quella degli anni Sessanta.

Nelle lunghe estati passate nella villa a Velletri, con tutti i nipoti accanto, Matilde li vide crescere partecipando, anche se molto anziana, alla loro vita di adolescenti, e sopportando pazientemente il giradischi a tutto volume con quelle musiche così lontane da lei, pur di averli vicino.

Non è dato sapere cosa ne pensasse, lei che amava la musica classica e conosceva tutti libretti d'opera a memoria, ma era una donna curiosa, per certi versi anche moderna, pur se proveniente da un'altra epoca.


Matilde raggiunse il suo sposo nell’agosto del 1971, a 92 anni, dopo una vita lunga e ricca di affetti. E’ sepolta al Verano, nella stessa tomba del fratello Don Ignazio e non lontano dal suo amato marito, che l’aveva preceduta più di cinquant’anni prima.

Mi piace pensare che non l’abbia mai dimenticato, il suo Mario…lo testimonia la cura con cui tenne il suo bell’album di cartoline, per oltre mezzo secolo.

Erano altri tempi, altre passioni, amori che duravano una vita intera e anche oltre, travalicando i confini dello spazio e del tempo.

Il loro li ha travalicati, giungendo, prezioso e intatto, fino a noi.


Epilogo:

Come conosco tutte queste notizie è presto detto: i due giovani che ci guardano da questa fotografia, ancora all'inizio del loro viaggio, ignari dei loro destini, della sorte avversa che li avrebbe separati di lì a pochi anni, sono i miei bisnonni.


Questo vecchio cartoncino un po' scolorito ha, all'incirca, un secolo.
Cento anni ci separano da quell'attimo fuggente, eppure la loro storia è ancora dentro di noi, ci appartiene, perchè è grazie a loro che ora siamo qui a raccontarla.

Nel 1968, quando nacqui, la prima telefonata dalla clinica fu per Matilde, che aspettava trepidante la notizia della nascita della sua prima bisnipote, l’unica che conobbe.

La figlia Renata era mia nonna che ebbe anche lei, assieme al marito, un destino crudele. Nel 1973 morì di una malattia cardiaca, Fausto la seguì appena pochi mesi dopo, con un male incurabile al polmone, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di tutti quelli che ancora li ricordano.

Carla, la flessuosa ragazza dalle lunghe trecce brune, visse fino a 85 anni, avendoci lasciati nel 1996. Fino all’ultimo è stata la signora di sempre, dotata di grande eleganza e grande cuore.

E' a lei che debbo la maggior parte di notizie, date e fotografie, l'album di cartoline e i numerosi oggetti che appartennero a Matilde, come il portacalze, la floreale teiera Art Nouveau e il prezioso lino della trisnonna Carolina, risalente alla seconda metà dell'Ottocento, così come l'attestato e la medaglia del trisnonno Vito rinvenuto, casualmente, avvoltolato in una pezza di velluto grigio, tra i cimeli di famiglia: li donò a me tantissimi anni fa, sicura che li avrei conservati con cura e amore, e così è stato.

Della zia Carla conservo gelosamente anche delle ricette di dolci e crostate che appuntai nel mio ricettario più di due decenni fa, e la ricetta di una sua specialità, che io ancora chiamo il Gelato al caffè della zia Carla.

La piccola Maria, la bimba che scarabocchiava le cartoline del padre, l'ultima testimone di quel periodo leggendario, è un'arzilla signora di 92 anni: ha ancora un carattere solare, una mente lucida, dotata di umorismo e spirito arguto, come è sempre stata. Anche di Maria conservo una ricetta, un dolce che in famiglia viene chiamato, appunto, lo Zuccotto di zia Maria, un semifreddo con biscotti imbevuti di liquore, ricotta, canditi e gocce di cioccolato.

Le tradizioni familiari passano anche attraverso questi piccoli frammenti di quotidianità, tramandati di generazione in generazione e sembra che, per questa generazione, tocchi a me il compito di conservarli per quelle che verranno.

E questa è la storia.


Post Scriptum

Una vicenda romanzesca così appassionante avrebbe meritato, forse, ben altro luogo e ben altro narratore, ma tant'è...

Grazie ai discendenti di Matilde, che hanno letto e apprezzato questa ricostruzione, a metà tra storia e romanzo. Credo di aver aggiunto un tocco poetico qua e là, spero non me ne vogliano.

Queste pagine sono dedicate a loro, alle figlie di Matilde, nonna Renata, zia Maria, e soprattutto alla zia Carla, a cui devo non solo oggetti, fotografie, genealogie e notizie, che lei aveva conservato con cura amorevole per le generazioni successive, ma anche la passione per le storie familiari: sono sicura che le sarebbe piaciuto, che questa storia non cadesse nell'oblio. Mi premeva anche pubblicare l'inedito carteggio di cartoline, misconosciuto ai più, visto che è in mio possesso da oltre vent'anni, un peccato davvero che rimanesse lì, muto e inerte.

Questa rievocazione nasce principalmente da un’esigenza mia, di narrare in forma compiuta una storia che mi ha affascinato da sempre, quando ascoltavo incantata i racconti di mia madre e della zia Carla, racconti ed aneddoti che ho conservato nella memoria per tanto tempo, in attesa di farne qualcosa di bello. Ho scritto questa epopea familiare sotto la fascinazione potente dei miei ricordi, come il misterioso armadio con gli oggetti appartenuti a Don Ignazio, il sacerdote astronomo ed inventore: mi sono sempre chiesta cosa ci fosse dentro, e probabilmente non lo saprò mai.
Mia madre, fin da piccola, mi portava in visita ai parenti sepolti al Verano, bisnonni, zii, cugini anche lontani, tutti morti da moltissimo tempo, ma per ognuno c'era un fiore, e di tutti mi raccontava aneddoti e particolari: c'era la grande nonna Matilde, e il fratello Ignazio, il nonno Ermenegildo nel suo Sacrario di marmo bianco (non l'ha mai chiamato Mario, non so perchè), l'altro bisnonno Ferdinando e la zia Iole, il piccolo Bruno dai riccioli scuri e il viso paffuto, che era caduto da una finestra da bambino.
E per me non erano solo nomi, solo vecchie tombe dal marmo consunto, presenze di un'altra epoca che ti guardavano da piccole fotografie scolorite: erano persone che avevano vissuto, che erano parte della mia storia, erano persone di famiglia (questa inquietante passione per le tombe e per i cimiteri mi è rimasta, tra l'altro).

Compito dello storico è analizzare le fonti ed i documenti, ricostruire i fatti, fare delle ipotesi ragionevoli. Compito del narratore immedesimarsi nei suoi personaggi ed affascinare i lettori con il suo racconto: spero di essere riuscita in entrambe le cose, almeno in parte.

Si dice che una persona rimane viva, fintanto che qualcuno ne serbi il ricordo, ne serbi un pezzetto di memoria nel cuore.

Ecco, questo lungo racconto è stato scritto per non dimenticare, per far sì che due secoli di memorie, preziose e insostituibili, non vadano perse, irrimediabilmente, nelle nebbie del tempo.


Roma, addì 7 febbraio 2009

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