Avete mai provato il brivido delizioso di essere censurati?
Io mai, e questo la dice lunga sul tipo di vita sovversiva fatta fino ad ora.
Stavolta invece è successo: tempo fa mi ero iscritta ad un noto aggregatore di Blog, Blogghissimo, segnalando la mia candidatura. Si erano iscritte molte mie amiche bloggers, e allora ho pensato, ma sì, iscriviamoci! (Prima lezione: mai fare una cosa perché la fanno tutti gli altri).
Blogghissimo ha varie categorie di blog, dalla Cucina a Sapere e Cultura, Viaggiare, Libri e Dintorni, Tempo Libero etc.., accoglie addirittura dei Blog Senza Categoria.
Io ero indecisa su quale categoria scegliere, ne ho messe alcune che mi sembrava andassero bene, senza starci a pensare troppo.
Credo di avere un blog piuttosto variegato, in cui sì, la cucina è forse la parte prevalente ma, avendo la mia vita un orizzonte più ampio di quello dei fornelli, la vita non è fatta a compartimenti stagni, racconto un po’ di tutto, dalle mie visite ai Musei agli appunti di viaggio, i miei adorati gatti, i libri che leggo, i film che vedo, la musica che ascolto, oltre che chiacchiere in libertà e facezie di vario tipo. Non mi sono mai posta una regola, scrivo di quello che mi piace e di quello che vedo, se qualcuno ha voglia di leggermi bene, altrimenti, come si suol dire, ciccia.
Il team di Blogghissimo mi ha spedito una risposta in cui afferma che, pur non essendo solito censurare le candidature dei blog, ha ritenuto dover censurare La Foresta Incantata per i mie excursus per i vari cimiteri (cito testuali parole), anche perché gli argomenti trattati non rientrano in nessuna della categorie dell’aggregatore.
E’ notorio infatti che
Il cimitero di Montmartre e quello di
Inglese di Roma non abbiano alcun valore storico, culturale, artistico né tantomeno letterario (
Keats, Byron, Shelley, chi erano costoro?), essendo solo un ammasso di ossa e marmo che appassionano persone con evidenti gusti necrofori.
D’altra parte, una persona laureata in questa materia (e se volete ve la snocciolo tutta, Ecologia Preistorica e Archeologia del Paleolitico, che fa già una certa impressione) deve avere gusti strani per forza, sennò non avrebbe passato diverse estati a frugare tra le tombe, vi pare? Con questa foto, presa diversi anni fa allo scavo del Villaggio Neolitico di Masseria Candelaro (Puglia), credo di essermi giocata tutte le candidature agli aggregatori per il resto della vita, anche se spero che le mie amiche di Blog di Cucina non mi buttino fuori dallo staff
:-)))
Il team mi invita a provare di nuovo a candidare il mio blog, quando i miei articoli saranno idonei alle categorie del loro Aggregatore.
Non me ne voglia il team di Blogghissimo, ma l’aneddoto era troppo delizioso per non essere raccontato, mi sto ancora schiantando dalle risate.
E allora, siccome voglio essere sicura di essere radiata per tutto il resto della vita, cari pellegrini che vi aggirate tra le mie lande incantate, beccatevi un altro racconto di cimiteri: stavolta torniamo a Parigi, nel Père Lachaise.

Non state provando un brivido felino all’idea di leggere delle righe che potrebbero essere meritevoli di censura?
Il Père Lachaise occupa un’area di ben 44 ettari ed è talmente grande che per girarlo tutto ci vorrebbe un giorno intero. Quello di Montmartre è più piccolo, più raccolto e, secondo me, più suggestivo, ma anche questo enorme cimitero ottocentesco vale una visita.

Si trova al limite dell’elegante quartiere del Fabourg Saint Antoine, leggermente decentrato rispetto al cuore della città. Il punto di partenza ideale è Place de la Bastille: se volete fare una piacevolissima passeggiata a piedi, partite da qui, prendete la lunghissima Rue de la Roquette e arriverete dritti dritti all’entrata principale del cimitero: la Rue de la Roquette è una strada che comincia con molte pretese, per diventare poi una tranquilla stradina dal gusto quasi suburbano, in un quartiere residenziale. Durante la strada (verso l’inizio), fermatevi ad una delle deliziose patisseries che costellano la strada, e gustatevi un croissant aux amandes, mentre camminate.

Nel Seicento quest’area era occupata da un ospizio per Gesuiti su iniziativa di Padre La Chaise (di qui il nome), e fu trasformato solo nel
1804 in cimitero, per obbedire all’editto di Napoleone che vietava (giustamente) le sepolture entro le mura cittadine. All’inizio non voleva venire nessuno a seppellirsi in questo luogo sperduto, ma i politici di allora fecero una spregiudicata operazione di
marketing, si direbbe adesso, edificando una fastosa tomba per il famoso pittore
Gericault, quello della
Zattera della Medusa. Evidentemente faceva molto vip essere sepolti vicino ad un famoso pittore, per cui il cimitero cominciò a trovare clienti (questo delizioso aneddoto l’ho sentito da Alberto Angela, durante una puntata di
Ulisse).
Tra le migliaia di tombe, ce ne sono alcune veramente curiose, come questa stele in puro stile Maya.

Il luogo è estremamente suggestivo, soprattutto in primavera, quando gli alberi si trasformano in nuvole di fiori.

Orientarsi in questo labirinto di tombe non è certo facile, nonostante abbiate in mano la piantina, perché è davvero enorme. Vi indico comunque i punti cruciali: all’entrata non potete perdervi l’ossario con entrata monumentale, opera di
Bartholomé, 1895: nell’ossario riposano le ossa senza pace delle tombe abbandonate.
L’altorilievo rappresenta il punto di non ritorno che separa i morti dai vivi, che accompagnano i loro cari fin sulla soglia della tomba e lì, straziati, devono lasciarli andare.


Di primo impatto il monumento, di stile neoclassico, candido, di una bellezza un po' accademica, lascia un po’ freddini poi, guardando meglio, le figure hanno una certa romantica bellezza, in qualche modo simile a quella del Cimitero di Roma, tipo l'Angelo del Dolore.

Quest'argomento dello strazio della morte e del rimpianto dei vivi era molto di moda nell'Ottocento, ce ne sono svariati esempi anche a Montmartre.


Gli ospiti più famosi e visitati sono Jim Morrison e lo spiritista Allan Kardec, meta di appassionati che onorano le tombe con fiori e bigliettini. Devo confessare che non li ho trovati, anche perché non li ho neanche cercati, visto che non mi interessavano: ma, se devo essere sincera, non ho trovato neanche quelli che mi interessavano, come
Balzac, Proust, i pittori
Delacroix,
Gericault,
Oscar Wilde e così via.
E’ talmente grande che mi sono subito persa, e ho cominciato a vagabondare a vanvera, spinta dalla bellezza più che dalla curiosità. Ho trovato, casualmente, la tomba di
Chopin, piuttosto commovente la fanciulla addolorata in abiti ottocenteschi che lo piange (la fotografia è pessima, lo so, ma non avevo ancora la mia Nikon D80, con la piccola digitale ho fatto quello che potevo).
Ero venuta in questo cimitero anche spinta dal bel libro di Corrado Augias I Segreti di Parigi, che ho citato più volte a proposito di Montmartre, per vedere la famosa tomba di Victor Noir, e alla fine sono riuscita a trovarla, anche se incuneata tra tombe a casa ben più imponenti.

Si tratta di un giovane uomo riverso a terra, con il cilindro rotolato via, i capelli ondulati e delle fattezze molto armoniose, ritratto nel bronzo con un realismo impressionante.

Questo giovanotto venne sparato nel 1870, era giovanissimo, aveva appena 22 anni. Di mestiere faceva il giornalista per una testata di sinistra: fu ucciso in circostanze poco chiare nientemeno che da Pierre Bonaparte, cugino di Napoleone III, che però fu assolto dall’accusa di omicidio. Il giovane fu inumato dapprima al cimitero di Neuilly, poi portato qui nel 1891: la statua, di Dalou, fu pagata grazie ad una sottoscrizione popolare, segno di quanto era rimasta impressa l'ingiustizia dell'omicidio e l'assoluzione del colpevole.

Un altro monumento molto visitato è il cenotafio di Eloisa ed Abelardo, difficile da trovare se non sapete dov'è.
Il baldacchino gotico di marmo bianco risalente al 1817, che contiene quel che resta delle ossa dei due sfortunati amanti, si trova quasi vicino all’entrata principale, sulla destra, sulle terrazze in alto, e non è assolutamente facile da vedere. Essendo metà al sole e metà in ombra, purtroppo la fotografia è venuta con dei chiaroscuri terribili che non sono riuscita a correggere, per cui la fotografia non ce l'ho.
Di primo impatto fa un po’ di tristezza, il finto gotico fiammeggiante, le due statue sdraiate vicine, non so perché ma sa tanto di pastiche finto romantico, qualcosa a metà tra il castello della Bella Addormentata di EuroDisney e le architetture finto messicano-finto arabo degli Outlet che vanno di moda adesso.
Eppure la vicenda di Eloisa ed Abelardo è rimasta nella storia, nella letteratura, come una delle passioni più romantiche e maledette, proprio per la fine ingloriosa che fecero tutte e due, alone romantico supportato anche dal carteggio di lettere che è arrivato sotto il nome di Lettere di Eloisa ed Abelardo: ma, a detta di molti critici e filologi, purtroppo apocrifo, risalente forse al secolo successivo.
Riassumo, per i pochi che non sappiano chi fossero i due sfortunati amanti, la storia: Abelardo fu un insigne studioso, teologo e filosofo, considerato uno dei fondatori dell’Università di Parigi.
Eloisa era una giovinetta di ottima famiglia, nata intorno al 1100, quando conobbe Abelardo aveva appena sedici o diciassette anni, coltissima per il suo tempo e per il suo sesso (raramente le ragazze venivano fatte studiare a quel livello): suo zio, canonico a Notre Dame, le prese come precettore proprio l’eccellente studioso (a quell’epoca aveva già 39 anni) che le impartiva lezioni di greco, filosofia, e non solo, ovviamente.
L’amore proibito scoppiò come un incendio, e i due amanti non riuscirono a mantenerlo segreto a lungo. Ovviamente ci fu un grande scandalo, i due fuggirono in Bretagna ed Eloisa ebbe un figlio di nome Astrolabio.
Si sposarono segretamente per calmare la famiglia di lei, ma il chierico convinse la ragazza a ritirarsi nel monastero di Argentuil.
Lo zio e i parenti della ragazza, furiosi per quello che ritenevano un abbandono, inflissero una esemplare punizione al professore, immaginate quale: lo evirarono, risolvendo in un sol colpo la questione in maniera piuttosto drastica.
Tant’è, Abelardo si ritirò a vita monastica (tanto, ormai…) continuando a scrivere i suoi libri. I due non si incontreranno più per il resto della vita.
Eloisa, ancora innamorata di lui, gli scrisse delle lettere appassionate in cui mai rinnegò l’amore sconfinato di cui lo aveva amato, a cui l’anziano (ormai) professore rispose in maniera pedante, maschilista e supponente.
La differenza tra le lettere dei due amanti è veramente abissale, Eloisa ne esce come un'eroina romantica che non rinnega nulla del suo amore e della sua passione, anzi, non riesce a liberarsene fino alla morte. Abelardo invece dimostra di averla amata solo in maniera superficiale, rimproverandole la loro passione lussuriosa e cercando di convincerla ad una vita di penitenza (mentre lui continuava a condurre una vita spericolata e piena di successo, nonostante un tentativo di avvelenamento e un processo).
Neanche dopo la morte i due amanti ebbero vita fortunata.
Alla morte Abelardo venne seppellito nel convento di Eloisa, ormai badessa, ed ella volle essere sepolta assieme al suo antico amante. Le ossa vennero più volte traslate, divise e quindi riunite, poi i due riposarono insieme fino al 1792, anno in cui il monastero venne distrutto: quel poco che ne restava delle spoglie mortali fu spostato al Père Lachaise nel 1800. Traslati ancora nel 1814 e finalmente collocati in questo cenotafio nel 1817.
Per approfondimenti sulla intricata e romantica liason, vi consiglio:
Corrado Augias, I Segreti di Parigi, Capitolo VI, Meglio amante che moglie, Oscar Mondadori 2004.
Filosofico, La vicenda di Abelardo ed Eloisa
Per ora il nostro tour finisce qui.
Vi lascio con un’immagine deliziosa che mi ha inviato tempo fa Luciano, sempre presa da questo luogo.