I miei viandanti

martedì 21 ottobre 2008

Voilà le pain au chocolat

Visto che sono in tema di Parigi, eccovi una ricetta presa dal delizioso blog di Mimine, a cui ho rubato anche la ricetta della Brioche de Rinxent (avvertendola, naturalmente: Mimine non parla italiano, e si è un poco meravigliata per aver visto citato il suo blog su un blog italiano, ma le ha fatto piacere).

Mimine fa dei dolci meravigliosi, molto francesi, elaborati, bellissimi da vedere.
Una consistente parte dei suoi dolci è di base lievitata, croissants, brioches, trecce: come questi pains au chocolat, che però, a differenza di altre sue ricette, hanno una composizione più leggera, meno burrosa.
Questa è la pagina originale con le fotografie del procedimento; Mimine ne ricava 4 ma ne consiglia di farne 6: io direi la la verità sta nel mezzo, perchè i suoi sono molto cicciotti e i miei un po' poco, con 5 credo sarebbero perfetti.

Ingredienti:

250 grammi di farina
1 cucchiaino di sale
1 sacchetto di lievito di birra secco
120 ml di latte tiepido
40 grammi di zucchero
100 grammi di burro morbido
1 uovo per dorare
cioccolato a barre


Io usato dei pezzi di uovo di cioccolato che avevo in freezer, così li ho tolti di mezzo. Ho inoltre usato dosi doppie, me ne sono venuti dodici, di cui alcuni li ho farciti con un cucchiaio di marmellata di ciliegie.

Fare la fontana sulla spianatoia, quindi aggiungere il sale, lo zucchero, il latte con sciolto il lievito di birra secco, il burro morbido e impastare per 15 minuti fino ad ottenere una pasta omogenea.

Mettere la pasta in un luogo caldo e riparato e farla lievitare almeno un'ora.

Col mattarello stendere un rettangolo 20 per 50 cn, quindi tagliare 5 strisce di pasta.

Porre una barra di cioccolato all'inizio, fare un giro e mettere un'altra barra di cioccolato, quindi terminare il giro (non deve essere proprio tubolare, diciamo una specie di strudel).

Mettere i cinque pains su un foglio di carta forno, al riparo, e farli lievitare almeno altri 40 minuti.

Battere l'uovo con un cucchiaio di zucchero vanigliato, spennellare abbondantemente le cinque paste ed infornare 15 minuti a 220 gradi (io li ho messi sul ripiano centrale).
Io ho scelto di spolverizzarli di nuovo di zucchero a velo: la versione qui sotto è con marmellata di ciliegie (a mio marito non piace la cioccolata, lui si è mangiato questi ed io quelli al cioccolato )

lunedì 20 ottobre 2008

Il fascino proibito della censura: il cimitero del Père Lachaise

Avete mai provato il brivido delizioso di essere censurati?
Io mai, e questo la dice lunga sul tipo di vita sovversiva fatta fino ad ora.

Stavolta invece è successo: tempo fa mi ero iscritta ad un noto aggregatore di Blog, Blogghissimo, segnalando la mia candidatura. Si erano iscritte molte mie amiche bloggers, e allora ho pensato, ma sì, iscriviamoci! (Prima lezione: mai fare una cosa perché la fanno tutti gli altri).
Blogghissimo ha varie categorie di blog, dalla Cucina a Sapere e Cultura, Viaggiare, Libri e Dintorni, Tempo Libero etc.., accoglie addirittura dei Blog Senza Categoria.
Io ero indecisa su quale categoria scegliere, ne ho messe alcune che mi sembrava andassero bene, senza starci a pensare troppo.

Credo di avere un blog piuttosto variegato, in cui sì, la cucina è forse la parte prevalente ma, avendo la mia vita un orizzonte più ampio di quello dei fornelli, la vita non è fatta a compartimenti stagni, racconto un po’ di tutto, dalle mie visite ai Musei agli appunti di viaggio, i miei adorati gatti, i libri che leggo, i film che vedo, la musica che ascolto, oltre che chiacchiere in libertà e facezie di vario tipo. Non mi sono mai posta una regola, scrivo di quello che mi piace e di quello che vedo, se qualcuno ha voglia di leggermi bene, altrimenti, come si suol dire, ciccia.

Il team di Blogghissimo mi ha spedito una risposta in cui afferma che, pur non essendo solito censurare le candidature dei blog, ha ritenuto dover censurare La Foresta Incantata per i mie excursus per i vari cimiteri (cito testuali parole), anche perché gli argomenti trattati non rientrano in nessuna della categorie dell’aggregatore.

E’ notorio infatti che Il cimitero di Montmartre e quello di Inglese di Roma non abbiano alcun valore storico, culturale, artistico né tantomeno letterario (Keats, Byron, Shelley, chi erano costoro?), essendo solo un ammasso di ossa e marmo che appassionano persone con evidenti gusti necrofori.

D’altra parte, una persona laureata in questa materia (e se volete ve la snocciolo tutta, Ecologia Preistorica e Archeologia del Paleolitico, che fa già una certa impressione) deve avere gusti strani per forza, sennò non avrebbe passato diverse estati a frugare tra le tombe, vi pare? Con questa foto, presa diversi anni fa allo scavo del Villaggio Neolitico di Masseria Candelaro (Puglia), credo di essermi giocata tutte le candidature agli aggregatori per il resto della vita, anche se spero che le mie amiche di Blog di Cucina non mi buttino fuori dallo staff
:-)))

Il team mi invita a provare di nuovo a candidare il mio blog, quando i miei articoli saranno idonei alle categorie del loro Aggregatore.
Non me ne voglia il team di Blogghissimo, ma l’aneddoto era troppo delizioso per non essere raccontato, mi sto ancora schiantando dalle risate.

E allora, siccome voglio essere sicura di essere radiata per tutto il resto della vita, cari pellegrini che vi aggirate tra le mie lande incantate, beccatevi un altro racconto di cimiteri: stavolta torniamo a Parigi, nel Père Lachaise.

Non state provando un brivido felino all’idea di leggere delle righe che potrebbero essere meritevoli di censura?

Il Père Lachaise occupa un’area di ben 44 ettari ed è talmente grande che per girarlo tutto ci vorrebbe un giorno intero. Quello di Montmartre è più piccolo, più raccolto e, secondo me, più suggestivo, ma anche questo enorme cimitero ottocentesco vale una visita.


Si trova al limite dell’elegante quartiere del Fabourg Saint Antoine, leggermente decentrato rispetto al cuore della città. Il punto di partenza ideale è Place de la Bastille: se volete fare una piacevolissima passeggiata a piedi, partite da qui, prendete la lunghissima Rue de la Roquette e arriverete dritti dritti all’entrata principale del cimitero: la Rue de la Roquette è una strada che comincia con molte pretese, per diventare poi una tranquilla stradina dal gusto quasi suburbano, in un quartiere residenziale. Durante la strada (verso l’inizio), fermatevi ad una delle deliziose patisseries che costellano la strada, e gustatevi un croissant aux amandes, mentre camminate.

Nel Seicento quest’area era occupata da un ospizio per Gesuiti su iniziativa di Padre La Chaise (di qui il nome), e fu trasformato solo nel 1804 in cimitero, per obbedire all’editto di Napoleone che vietava (giustamente) le sepolture entro le mura cittadine. All’inizio non voleva venire nessuno a seppellirsi in questo luogo sperduto, ma i politici di allora fecero una spregiudicata operazione di marketing, si direbbe adesso, edificando una fastosa tomba per il famoso pittore Gericault, quello della Zattera della Medusa. Evidentemente faceva molto vip essere sepolti vicino ad un famoso pittore, per cui il cimitero cominciò a trovare clienti (questo delizioso aneddoto l’ho sentito da Alberto Angela, durante una puntata di Ulisse).

Tra le migliaia di tombe, ce ne sono alcune veramente curiose, come questa stele in puro stile Maya.

Il luogo è estremamente suggestivo, soprattutto in primavera, quando gli alberi si trasformano in nuvole di fiori.


Orientarsi in questo labirinto di tombe non è certo facile, nonostante abbiate in mano la piantina, perché è davvero enorme. Vi indico comunque i punti cruciali: all’entrata non potete perdervi l’ossario con entrata monumentale, opera di Bartholomé, 1895: nell’ossario riposano le ossa senza pace delle tombe abbandonate.

L’altorilievo rappresenta il punto di non ritorno che separa i morti dai vivi, che accompagnano i loro cari fin sulla soglia della tomba e lì, straziati, devono lasciarli andare.



Di primo impatto il monumento, di stile neoclassico, candido, di una bellezza un po' accademica, lascia un po’ freddini poi, guardando meglio, le figure hanno una certa romantica bellezza, in qualche modo simile a quella del Cimitero di Roma, tipo l'Angelo del Dolore.


Quest'argomento dello strazio della morte e del rimpianto dei vivi era molto di moda nell'Ottocento, ce ne sono svariati esempi anche a Montmartre.


Gli ospiti più famosi e visitati sono Jim Morrison e lo spiritista Allan Kardec, meta di appassionati che onorano le tombe con fiori e bigliettini. Devo confessare che non li ho trovati, anche perché non li ho neanche cercati, visto che non mi interessavano: ma, se devo essere sincera, non ho trovato neanche quelli che mi interessavano, come Balzac, Proust, i pittori Delacroix, Gericault, Oscar Wilde e così via.
E’ talmente grande che mi sono subito persa, e ho cominciato a vagabondare a vanvera, spinta dalla bellezza più che dalla curiosità. Ho trovato, casualmente, la tomba di Chopin, piuttosto commovente la fanciulla addolorata in abiti ottocenteschi che lo piange (la fotografia è pessima, lo so, ma non avevo ancora la mia Nikon D80, con la piccola digitale ho fatto quello che potevo).

Ero venuta in questo cimitero anche spinta dal bel libro di Corrado Augias I Segreti di Parigi, che ho citato più volte a proposito di Montmartre, per vedere la famosa tomba di Victor Noir, e alla fine sono riuscita a trovarla, anche se incuneata tra tombe a casa ben più imponenti.


Si tratta di un giovane uomo riverso a terra, con il cilindro rotolato via, i capelli ondulati e delle fattezze molto armoniose, ritratto nel bronzo con un realismo impressionante.

Questo giovanotto venne sparato nel 1870, era giovanissimo, aveva appena 22 anni. Di mestiere faceva il giornalista per una testata di sinistra: fu ucciso in circostanze poco chiare nientemeno che da Pierre Bonaparte, cugino di Napoleone III, che però fu assolto dall’accusa di omicidio. Il giovane fu inumato dapprima al cimitero di Neuilly, poi portato qui nel 1891: la statua, di Dalou, fu pagata grazie ad una sottoscrizione popolare, segno di quanto era rimasta impressa l'ingiustizia dell'omicidio e l'assoluzione del colpevole.


Un altro monumento molto visitato è il cenotafio di Eloisa ed Abelardo, difficile da trovare se non sapete dov'è.
Il baldacchino gotico di marmo bianco risalente al 1817, che contiene quel che resta delle ossa dei due sfortunati amanti, si trova quasi vicino all’entrata principale, sulla destra, sulle terrazze in alto, e non è assolutamente facile da vedere. Essendo metà al sole e metà in ombra, purtroppo la fotografia è venuta con dei chiaroscuri terribili che non sono riuscita a correggere, per cui la fotografia non ce l'ho.

Di primo impatto fa un po’ di tristezza, il finto gotico fiammeggiante, le due statue sdraiate vicine, non so perché ma sa tanto di pastiche finto romantico, qualcosa a metà tra il castello della Bella Addormentata di EuroDisney e le architetture finto messicano-finto arabo degli Outlet che vanno di moda adesso.

Eppure la vicenda di Eloisa ed Abelardo è rimasta nella storia, nella letteratura, come una delle passioni più romantiche e maledette, proprio per la fine ingloriosa che fecero tutte e due, alone romantico supportato anche dal carteggio di lettere che è arrivato sotto il nome di Lettere di Eloisa ed Abelardo: ma, a detta di molti critici e filologi, purtroppo apocrifo, risalente forse al secolo successivo.
Riassumo, per i pochi che non sappiano chi fossero i due sfortunati amanti, la storia: Abelardo fu un insigne studioso, teologo e filosofo, considerato uno dei fondatori dell’Università di Parigi.

Eloisa era una giovinetta di ottima famiglia, nata intorno al 1100, quando conobbe Abelardo aveva appena sedici o diciassette anni, coltissima per il suo tempo e per il suo sesso (raramente le ragazze venivano fatte studiare a quel livello): suo zio, canonico a Notre Dame, le prese come precettore proprio l’eccellente studioso (a quell’epoca aveva già 39 anni) che le impartiva lezioni di greco, filosofia, e non solo, ovviamente.

L’amore proibito scoppiò come un incendio, e i due amanti non riuscirono a mantenerlo segreto a lungo. Ovviamente ci fu un grande scandalo, i due fuggirono in Bretagna ed Eloisa ebbe un figlio di nome Astrolabio.

Si sposarono segretamente per calmare la famiglia di lei, ma il chierico convinse la ragazza a ritirarsi nel monastero di Argentuil.

Lo zio e i parenti della ragazza, furiosi per quello che ritenevano un abbandono, inflissero una esemplare punizione al professore, immaginate quale: lo evirarono, risolvendo in un sol colpo la questione in maniera piuttosto drastica.

Tant’è, Abelardo si ritirò a vita monastica (tanto, ormai…) continuando a scrivere i suoi libri. I due non si incontreranno più per il resto della vita.
Eloisa, ancora innamorata di lui, gli scrisse delle lettere appassionate in cui mai rinnegò l’amore sconfinato di cui lo aveva amato, a cui l’anziano (ormai) professore rispose in maniera pedante, maschilista e supponente.
La differenza tra le lettere dei due amanti è veramente abissale, Eloisa ne esce come un'eroina romantica che non rinnega nulla del suo amore e della sua passione, anzi, non riesce a liberarsene fino alla morte. Abelardo invece dimostra di averla amata solo in maniera superficiale, rimproverandole la loro passione lussuriosa e cercando di convincerla ad una vita di penitenza (mentre lui continuava a condurre una vita spericolata e piena di successo, nonostante un tentativo di avvelenamento e un processo).

Neanche dopo la morte i due amanti ebbero vita fortunata.

Alla morte Abelardo venne seppellito nel convento di Eloisa, ormai badessa, ed ella volle essere sepolta assieme al suo antico amante. Le ossa vennero più volte traslate, divise e quindi riunite, poi i due riposarono insieme fino al 1792, anno in cui il monastero venne distrutto: quel poco che ne restava delle spoglie mortali fu spostato al Père Lachaise nel 1800. Traslati ancora nel 1814 e finalmente collocati in questo cenotafio nel 1817.

Per approfondimenti sulla intricata e romantica liason, vi consiglio:

Corrado Augias, I Segreti di Parigi, Capitolo VI, Meglio amante che moglie, Oscar Mondadori 2004.

Filosofico, La vicenda di Abelardo ed Eloisa

Summa Gallicana, Pietro Abelardo ed Eloisa

Per ora il nostro tour finisce qui.

Vi lascio con un’immagine deliziosa che mi ha inviato tempo fa Luciano, sempre presa da questo luogo.

sabato 18 ottobre 2008

Inizia la mia Rubrica su Blog di Cucina


Questa sera uscirà ufficialmente il mio primo articolo su Blog di Cucina, la presentazione di una rubrica che si chiama Viaggio nel tempo e nella memoria: racconti, ricette ed altri aneddoti.

La rubrica dovrebbe avere una cadenza settimanale fissa in questo giorno, impegni permettendo! Spero che le mie chiacchiere vi interesseranno (d'altra parte, se mi sopportato nella Foresta Incantata, non vedo perchè non dobbiate farlo anche su Blog di Cucina).

Se qualcuno avesse qualche suggerimento sul Cibo e Arte, Letteratura e Cinema, o qualche ricetta legata ad un Autore, un Luogo o un Film, può scrivermi!
Approfitto di questo post per ringraziare lo staff (simpaticissimo) di Blog di Cucina che mi ha accolto in maniera meravigliosa, grazie ragazze, siete fantastiche!

Grazie a tutti in anticipo, e ditemi cosa ne pensate

:-))

martedì 14 ottobre 2008

Orecchiette alle Cime di Rapa

E voi direte: qual è la novità? E' una ricetta notissima, la sanno fare tutti!

Credo che in effetti sia proprio così ma, per quanto mi riguarda, è una scoperta degli ultimi anni.

A casa mia non si sono mai cucinate, nè le orecchiette nè le cime di rapa: è da quando mi sono sposata che ho cominciato ad apprezzare questa verdura (un anno mi era presa la fissa, mio marito ne aveva fin sopra i capelli delle cime di rapa), e poi mi sono lanciata in questo piatto.

Non so se la mia ricetta sia quella classica, presumo che un pugliese mi massacrerebbe: però ormai è collaudata, a noi piacciono moltissimo. Senza fare il soffritto, tra l'altro, riescono saporite ma non pesanti, e poi con una bella porzione di pasta e verdure si fa piatto unico.



Ingredienti per 2 persone
  • Cime di rapa (quantità a piacere)
  • circa 8o grammi di orecchiette secche ( quelle fresche credo pesino di più)
  • olio evo, aglio, peperoncino
  • parmigiano

Lessare le cimette di broccolo e tenere da parte l'acqua di cottura

Buttare in padelle il broccolo a piccoli pezzi con olio, aglio e un pizzico di peperoncino: far saltare bene la verdura, in maniera da farla insaporire e anche sciogliere.

Salare l'acqua delle cime e buttare la pasta : cuocerla fino al punto desiderato, quindi scolarla e buttarla nella padella.

Farla saltare in modo da amalgamarla bene alle cime di rapa, condire con parmigiano e far mantecare.

Servire immediatamente, con un filo di olio a crudo ed un'altra spolverata di parmigiano: ma senza esagerare perchè, come dice Nanni Moretti nel film Caos Calmo, si deve sentire il sapore del broccolo

:-)

Blog di Cucina


Un'iniziativa simpatica ed interessante, messa in opera da Laura, Martina e Mirtilla (che mi hanno gentilissimamente invitata ad unirmi allo staff, che bello): il blog, come recita il titolo, è "Una Guida per gli amanti della buona tavola e una tavola rotonda per i food bloggers", è partito appena qualche giorno fa, e le adesioni sono già parecchie.

L'idea sarebbe quella di un mini-portale dedicato alla cucina, e agli argomenti ad essa correlati, una bacheca con articoli, idee, consigli, nonchè una vetrina per chi ha un blog che si occupi di quest'argomento.

Per chi fosse interessato ad essere inserito nell'aggregatore, l'indirizzo è:



Vi aspettiamo numerosi!

domenica 12 ottobre 2008

Strudel sfogliato di Uva e Pere

Questo periodo sono andata in fissa con i dolci con l'uva, e quando ho visto l'accoppiata strudel-uva e pere proposto da Francesca non ho saputo resistere.


Con lo strudel tra l'altro ho un conto in sospeso, che prima o poi risolverò: l'unica volta che ho provato a fare la pasta da strudel mi è venuta un po' una schifezza, il ripieno era buono ma la pasta assolutamente no, un po' secca, bah.

Allora ho cominciato ad usare la pasta sfoglia pronta, ne ho fatti un paio andati alla grande. Ero molto fiera della mia nuova capacità strudelesca (si tratta di qualche anno fa), per cui ho pensato di farlo per un pranzo tra parenti, sapete, quei pranzi con persone con cui ci si vede una volta o due all'anno, dove ti fanno trovare di tutto e di più e devi per forza portare qualcosa di meraviglioso e per dieci persone. Le altre volte non avevo sfigurato, con crostate alla frutta e cose del genere.

Ho pensato allora di confezionarne uno enorme, solo che non mi ricordavo più dove avevo preso la ricetta per l'impasto. Ne ho pescata una su un libro di ricette che uso spesso e ho utilizzato quella, tanto più o meno mi parevano uguali.

Già mentre lo facevo, la quantità di pangrattato saltato in padella col burro mi pareva eccessiva, per cui ne ho eliminata una buona metà.

Alla fine di un pranzo strepitoso, a base di specialità toscane, si è portato in tavola il mio dolce.

All'assaggio dello strudel, che esteticamente si presentava perfetto, l'amara verità: il pangrattato era veramente troppo, il dolce praticamente immangiabile.

Il mio ego è rimasto piuttosto mortificato da questa ardua prova, anche perchè avevo seguito le dosi indicate dalla ricetta, non me le ero inventate: evidentemente c'era un errore di stampa, perchè l'unica cosa che si sentiva sotto i denti era il pangrattato, altro che delizioso impasto di mele e pinoli.

:-(((

Da allora, non ho avuto più il coraggio di riprovare, anche se lo strudel è un dolce che io praticamente adoro.

E' un dolce legato, tra l'altro, a una serie di bellissime vacanze nel Trentino Alto Adige, sia l'ultima del 2004 (in un posticino delizioso che si chiama Braies, vicino Dobbiaco), ma soprattutto ad alcune che risalgono a molti anni più addietro, con un mio amatissimo cugino che ora non c'è più.

Quando sento il profumo dello strudel mi vengono in mente le nostre splendide passeggiate nella Valgardena, e quei pranzetti succulenti (e meritati) al rifugio,a base di polenta e strudel finale, ancora caldo di forno, prima di scendere a valle.

Per tornare alla ricetta di Francesca, queste sono le dosi che ho utilizzato io (le mandorle non le avevo, ho usato dell'uvetta, e avevo già nel freezer due rotoli rettangolari, non uno tondo, per cui sicuramente è venuto più grande e con parecchi giri.).

La pagina è originale, con le fotografie della preparazione, è questa.

2 rotoli rettangolari di pasta sfoglia
4 pere (peso netto 400 grammi)
300 grammi di chicchi uva nera
50 grammi di uvetta
3 cucchiai di zucchero di canna
mezzo cucchiaio di pangrattato
due cucchiai di vinsanto


Mettere a mollo l'uvetta per almeno mezz'ora, quindi strizzarla bene. Tagliare a metà gli acini di uva e togliere tutti i semi.

Mettere in padella le pere a pezzetti, l'uva, il vino e lo zucchero, quindi cuocere a fuoco moderato per dieci minuti col coperchio, toglierlo e cuocere altri dieci minuti, fino a far addensare il composto. Lasciarlo freddare (io l'ho messo bollente e mi si è sciolta la pasta, per recuperarla è stata una fatica).

Scongelare la pasta sfoglia e unirla per il lato lungo, fino a formare un grosso rettangolo, quindi stenderla con il mattarello (se dovesse rimanere troppo molliccia e bagnata, rimettetela in frigorifero qualche minuto). Distribuire il composto di frutta (freddo) sulla pasta, quindi chiudere i lati lunghi per non far uscire il ripieno, poi cominciare a voltare lo strudel.


Chiudere bene il bordo superiore ed assicurarsi che non ci siano buchi (nel mio c'erano, perchè la pasta si è praticamente stracciata, però in cottura ha resistito bene)

Mettere in forno caldo a 180 gradi per circa 40 minuti, poi lasciarlo riposare nel forno spento altri dieci, con lo sportello a fessura.

Spolverizzare con abbondante zucchero a velo.

venerdì 10 ottobre 2008

Ratatouille di Verdure

Io adoro le verdure (anche perchè sono vegetariana), e cerco sempre nuovi modi per cucinarle, soprattutto ricette poco grasse, con pochi soffritti. La ratouille di verdure classica (melanzane, peperoni e patate) io la adoro, ma non la faccio spesso perchè ci vuole parecchio olio, visto che le verdure vanno messe in padella crude.

Questa ratatouille di mia invenzione prevede invece la lessatura delle singole verdure (patate, zucchine e carote), e poi il ripasso in padella con olio e cipolla. Il risultato è gustosissimo, e abbastanza dietetico, sopratutto se si adopera una buona padella antiaderente, meglio ancora il saltapasta o il wok.
E' anche un modo per riciclare verdure lesse, l'importante è che non sia troppo sfatte: ovviamente la composizione delle verdure può variare, secondo la fantasia di ognuno, però questo terzetto è veramente ben accoppiato.


Ingredienti :

Patate 400 grammi
Zucchine 300 grammi
Carote 300 grammi
Cipolla
Olio evo

Lessare separatamente le zucchine (col picciolo) e le carote. Lessare le patate con la buccia e farle freddare ( possono essere lessate anche il giorno prima, l'importante è che non siano troppo cotte e che si possano tagliare a pezzi, che non si traformino in purè, insomma).


Tagliare zucchine e carote a rondelle. Sbucciare delicatamente le patate fredde e tagliarle a pezzi non troppo grandi, quindi mettere tutte le verdure in una padella antiaderente (a pareti alte) con un fondo di olio e della cipolla tagliata a fette sottili, e salare.


Far saltare le verdure a fuoco vivace per dieci minuti col coperchio, quindi toglierlo e farle dorare fino a far venire una bella crosticina dorata alle patate, mescolando spesso per farle insaporire.


Si possono servire sia calde che tiepide, sono ottime anche riscaldate il giorno dopo.

martedì 7 ottobre 2008

Schiacciata all'Uva Rossa


Visto l'ottimo risultato della Schiacciata all'Uva Bianca, ho provato un'altra ricetta, ma stavolta con l'Uva Rossa, presa dal Volume Pane,Pizze e Torte salate, dell'Encliclopedia della Cucina di Repubblica.La torta è rettangolare, molto decorativa con gli acini in rilievo e la crosticina di zucchero.Ingredienti (teglia rettangolare da 22 per 28 centimetri)

1 uovo medio-grande

300 grammi di farina

100 grammi di zucchero

6 cucchiai di olio evo

2 dl di latte

1 bustina di lievito per dolci

700 grammi di acini d'uva rossa a chicco grosso

50 grammi di zucchero per la copertura


Lavare bene gli acini di uva, che devono essere a chicco grosso (i miei avevano cinque semini ciascuno, quindi armatevi di santa pazienza).

Tagliateli a metà, quindi privateli dei semini.
Battete con la frusta elettrica l'uovo con lo zucchero, quindi aggiungete l'olio.

Sciogliete bene il lievito nel latte tiepido, aggiungetelo assieme alla farina.

Imburrate ed infarinate la tortiera rettangolare, quindi mescolate la metà degli acini all'impasto, schiacciandoli un po' con le dita.
Versate l'impasto nella tortiera, quindi decorate con i mezzi acini rimasti, in questo modo:

Date una bella spolverata di zucchero semolato,

quindi infornate a 180 gradi (forno caldo, secondo ripiano dal basso) per 40 minuti, quindi spegnete il forno e lasciatela altri dieci minuti al caldo (la pasta tende ad essere molto umida).
Sfornate e lasciate freddare. Il dolce non è facilissimo da sformare, io ho preferito tagliarlo a fette direttamente nella teglia, per paura di romperlo (è anche piuttosto grande)

Vi assicuro che merita, morbido e umido, con tutta la crosta di zucchero sopra e la dolcezza dell'uva!

lunedì 6 ottobre 2008

Tortiglioni al sugo di peperone

Non so dalle vostre parti, ma qui a Roma sembra di stare a novembre: delle famose ottobrate romane non rimane più niente, signora mia!
Un freddo così all'inizio dell'autunno non lo ricordo da anni, poi dicono che c'è il riscaldamento globale, ma mi pare più che stiamo andando incontro ad una nuova era glaciale, visto che l'estate si accorcia ogni anno di più, le mezzestagioni non esistono più e l'inverno è sempre più lungo. Fino a qualche anno fa si pensava: va beh, tre mesi di freddo, passano presto, a marzo già siamo in primavera, ahivoglia fino a novembre prossimo...

Va beh, tanto non è che lamentandosi si possa fare molto a riguardo.

Comunque, con questo freddolino, si apprezzano di più i piatti caldi: noi non mangiamo spesso la pasta, mio marito è uno fissato con le diete iperproteiche e infatti è sempre in forma, io adoro i carboidrati (potrei vivere di pane e acqua) e infatti sono in dieta perenne, senza grandi risultati, peraltro.

Però il sabato o la domenica un bel piatto di pasta ce lo concediamo, una vera festa per gli occhi e per lo stomaco.

Stavolta avevo comprato un mucchio di peperoni, che ancora si trovano a prezzi ragionevoli, e allora ho improvvisato un sughetto saporito, senza molti grassi e senza soffritto. Tra l'altro, visti i tempi grami, è anche una ricetta economica, il che non guasta.


Per due persone


  • 2 etti abbondanti di tortiglioni (dipende da quanto siete mangioni)
  • una bottiglia di passata di pomodoro (la mia era già iniziata, ci ho aggiunto qualche cucchiaio di passata rustica a tocchetti)
  • aglio
  • olio evo
  • un peperone
  • Parmigiano grattugiato


Lavare il peperone, sfilettarlo e togliere i semini, quindi tagliarlo a striscioline sottili e ogni strisciolina a metà.

Mettere il peperone con uno spicchio di aglio e qualche cucchiaio di olio in una grossa padella antiaderente (io uso il salta pasta, così poi ci butto direttamente la pasta per farla mantecare).


Fare cuocere il peperone per circa 20 minuti a fuoco medio col coperchio semichiuso, aggiungendo se è il caso qualche cucchiaio di acqua calda. Quando comincia ad essere appassito, aggiungere la passata con mezza bottiglia scarsa di acqua (io uso direttamente la bottiglia della passata di pomodoro), salare e aggiungere un pizzico di zucchero.

Coprire col coperchio semichiuso e far stringere il sugo per altri trenta minuti, fino alla consistenza desiderata ( a noi non piace nè troppo denso nè troppo lento). Aggiustare di sale e versare a crudo un filo di olio.

Nel frattempo mettere a bollire l'acqua, quindi salare e versare la pasta: cuocere per il tempo indicato, quindi scolarla bene e buttarla nella padella col sugo (tenuto in caldo).

Far saltare la pasta a fuoco vivace, spolverandola di formaggio grattugiato, quindi servire calda.

domenica 5 ottobre 2008

Il gatto che viveva nel cimitero




Ed eccoci arrivati veramente alla fine del nostro giro. Non perchè non ci siano altri scorci bellissimi in questo luogo, ma perchè le tombe sono quasi 4000 e coprono l'arco di tre secoli, e il racconto di tutte potrebbe occupare un blog intero.




In questo post (scusate la licenza letteraria, ho parafrasato la mia amatissima serie di Gialli Mondadori Il Gatto che..., di Lilian Jackson Braun) unisco le ultime immagini del cimitero a quelle della Colonia Felina della Piramide, un'associazione di volontari si occupa di questi meravigliosi gatti che vivono dentro al Cimitero.





Una volta all'anno, proprio qui dentro, si tiene una Manifestazione che di chiama Gatti all'ombra della Piramide, volta a raccogliere fondi e a incentivare le adozioni dei mici abbandonati in questo luogo (quest'anno si è tenuta a giugno e la stessa associazione è presente alla Mostra Felina che si tiene ieri e oggi alla Fiera di Roma).





Ma continuiamo il nostro giro, e andiamo ad incontrare i nostri felini che si aggirano tra le tombe.
Abbiamo passeggiato sotto "le ciocche invermigliate degli oleandri" assieme ad Andrea Sperelli, giungendo alla Tomba di John Keats, nella Zona Antica.
Abbiamo rievocato le suggestioni esoteriche del Segno del Comando, passeggiando tra le lapidi alla ricerca di fantasmi.

Abbiamo commemorato Shelley e il suo tragico destino, ora proseguiamo sul muro perimetrale ( facente parte delle Mura Aureliane), e continuiamo il nostro cammino. Attaccate alle pareti ci sono molte targhe commemorative, addirittura con date che riportano al Cinquecento.




Questa bella giovinetta discinta è Psiche che si spoglia delle sue vesti mortali, statua citata anche da D'Annunzio, anche se la data di morte del suo proprietario, Greenough, è il 1904 (piccolo giallo: se D'Annunzio non descrive l'Angelo del Dolore, che sarebbe stato posto in loco solo sei anni dopo la scrittura del romanzo, datato 1889, perchè questa c'è?)




Lasciamo Psiche al suo strip-tease, e scendiamo verso una tomba particolare.



La vedete nel muro, la nicchia ad arco sulla destra.




Il micio bianco e nero veglia la Signora Addormentata, come una sfinge.




Questa dama si chiamava Elsbeth Wegener Passarge, defunta nel 1902. La figura dal corpetto ricamato e un velo sui capelli riposa su un vero e proprio letto, coperta dalle pieghe sinuose di un lenzuolo, con una mano sul petto, in cui qualcuno ha infilato dei fiori.



Proprio di fronte al cancello d'entrata, sul viale principale, accoglie i visitatori del cimitero un bel gatto col naso all'aria, che avverte odori e suoni sconosciuti a noi semplici mortali.





Stiamo scendendo verso la Parte nuova (si fa per dire, perchè risale comunque all'Ottocento): il muro perimetrale color ruggine confina con famoso quartiere di Testaccio, una zona tardo ottocentesca che fino a pochi anni fa aveva un carattere molto popolare, ancor più dell'adiacente Trastevere (c'è solo il Tevere a dividere i due quartieri).




Ultimamente è diventato un quartiere molto alla moda, con un proliferare di pub e locali che si riempie di vita soprattutto nelle sere d'estate, e il centro Sociale Villaggio Globale, dove spesso si tengono concerti.



E dirigiamoci di nuovo, per un ultimo colpo d'occhio, verso la parte antica, alla ricerca della nostra Colonia Felina.




Questo micetto bianco e nero passeggia tranquillamente sulle tombe, non temendo l'ira del defunto: le sue zampette leggere come il velluto non disturbano il riposo dei morti.




Le lapidi di marmo, sotto il sole caldo, sono un ottimo letto per stiracchiarsi, il proprietario sicuramente non se ne avrà a male.





Ed eccoci di nuovo nella parte antica, propriamente all'Ombra della Piramide.




Alla base della piramide romana, un gatto nero si riposa su un pezzo di architrave, inconsapevole del fatto che il prezioso marmo ha un paio di millenni sulle spalle.




Un tigrato segue, molto interessato, il via vai della strada accanto.




Questi due se la dormono beatamente, tra pezzi di colonne antiche e ciotole per la pappa.





Questo piccolo tigrotto riposa nella fresca erbetta, incurante delle lapidi centenarie che ha intorno e delle ossa che riposano da tre secoli, sotto la terra: i morti non turbano la sua quiete.





Ed ora avviciniamoci al grande poeta Keats:




Oltre al suo amico Joseph Severn, ha anche un altro compagno: una bella gattina bianca e tartarugata, che dorme beatamente sulla panchina, proprio di fronte a lui.


 

Keats

d'altra parte, come moltissimi artisti e poeti, amava molto i gatti (anche Shelley aveva dei gatti), che cita sia nelle sue lettere che in alcune sue poesie.

Al Gatto di Donna Reynolds

Gatto, che la tua età matura hai superato,
quanti sorcetti e ratti hai sterminato nei tuoi bei giorni?
E quanti, con guardo fiso di accesi e verdi anelli
pungenti e morbidi, ed unghie che germoglian dal velluto,
celati artigli che ti pregano me di non ferire,
n'hai carpiti, bocconcini d'uccello?
Ora, rinforza il miagolar grazioso, e narra
le tue zuffe con pesci, sorci e teneri pulcini, di cui,
dalle tue fusa, dal guardar basso e leccarti le zampe,
oggi non vedo traccia; e per quanto la serva
a pugna e mazza assai ti percotè, lucida è la pelliccia
come quando, in giovinezza, nella lizza tu entrasti,
sopra un muro di vetri di bottiglia.

(Questo poemetto del 1821 l'ho preso dal sito Poesia anche se poi la stessa traduzione si trova su molti altri siti, quindi spero di aver attribuito la giusta paternità)

Se avete amato questo tour poetico, sospeso tra felinità e poesia, provate a visitare (sempre se siete a Roma) il suggestivo Keats-Shelley Memorial House: un piccolo Museo nell' abitazione a fianco della scalinata di Piazza di Spagna, dove Keats trascorse gli ultimi mesi della sua breve vita.

Nel piccolo palazzetto ottocentesco, chiamato Casina Rossa dal caratteristico colore dell'esterno, sono raccolte testimonianze, lettere, manoscritti, disegni di Keats, Shelley e Byron, e anche una bella Biblioteca di Letteratura Romantica Inglese.
E ora vi lascio tutti gli indirizzi a cui potete far riferimento sia per il cimitero che per approfondimenti su Keats e Shelley, e sul legame tra Artisti e Gatti:

Cimitero Protestante

Roma Segreta

Gatti all'Ombra della Piramide

John Keats
< Keats-Shelley Memorial House

Silenzio tra due pensieri

Gatti e Arte

Spero proprio di avervi incuriosito ed invogliato a visitare questo posto bellissimo e suggestivo!

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