I miei viandanti

lunedì 15 dicembre 2008

Natale a Piazza Navona

L'appuntamento con Piazza Navona nel periodo natalizio è un rituale amatissimo dai romani. In una domenica insolitamente tersa e soleggiata per questo dicembre tempestoso, sono andata a fare una passeggiata per respirare l'atmosfera di questo posto magico, pieno di bellezza, di colori, di vivacità.



Fino a qualche anno fa, quando i regali più attesi non erano tanto quelli che portava Babbo Natale, quanto quelli che si caricava la Befana nel suo vecchio sacco, era per i bambini una festa venire a curiosare tra i giocattoli esposti in questa piazza, nei giorni intorno al 25 o anche dopo: al contrario di adesso, in cui si trova soprattutto artigianato e oggetti vari, allora le merci prevalente erano oggetti e personaggi per il presepe, e tanti giocattoli.



Anche solo andare a vedere era una festa, oltre che per i meravigliosi giocattoli che si ammiravano, anche per le leccornie che si potevano assaggiare: lo zucchero filato era immancabile, insieme a croccanti di frutta secca e pralines, la famosa mela stregata e delle enormi ciambelle fritte, croccanti di zucchero semolato.


 



Ovviamente, spesso quello che si era ammirato qui, veniva poi magicamente trovato in dono la mattina del 6 gennaio. Mi ricordo un anno, doveva essere il 1977 o giù di lì, in cui avevo visto dei bellissimi vestiti di Barbie, vestito da ballo con pelliccia e chiccherie varie, che puntualmente la vecchiarella mi portò, con mia somma felicità.



Negli anni la valenza simbolica ha perso di importanza, come molte altre cose del Natale del resto, rimanendo però un appuntamento molto amato: l'esposizione inizia dal 1 dicembre, per tutto il giorno (ma le mattine feriali molte bancarelle sono chiuse) fino a sera, con punte di affluenza massime sabato e domenica.

Questa domenica, complice un meraviglioso sole, lo spettacolo della piazza era ancora più suggestivo. Piazza Navona, uno dei trionfi del Barocco Romano, sorge in un luogo antichissimo: ricalca perfettamente la forma ovale dello Stadio di Domiziano, costruito negli anni 80 d.c., in cui si tenevano giochi e che poteva contenere addirittura 30.000 spettatori, ma le origini dello stadio risalirebbero addirittura a Cesare.


Nella seconda metà del '400 vi venne impiantato un mercato, poi fu Innocenzo X Pamphili che la fece completamente restaurare, a metà nel '600, aggiungendo lo splendido palazzo omonimo sulla sinistra della fotografia, ora occupato dall'ambasciata brasiliana. La vocazione ludica della piazza rimase, tanto che nel XVIII e XIX secolo vi si tenevano corse di carri e giochi in occasione del Carnevale.


La pavimentazione in sanpietrini risale solamente al 1870.



Fino a pochi anni fa era invasa dal traffico e dalle macchine parcheggiate: in anni recenti venne completamente restaurata ed ora è isola perdonale.

Prospiciente al bellissimo Palazzo Pamphili si trova la cinquecentesca Fontana del Moro di Giacomo della porta con bacino superiore polibato, cosiddetta a causa della secentesca statua centrale, un Etiope che lotta con un delfino. La fontana acquistò l'aspetto odierno nel 1874, quando vennero aggiunte le altre statue.



La statua del Moro era stata originariamente progettata dal Bernini per la terza fontana, quella cinquecentesca del Nettuno sempre di Della Porta, rimasta disadorna fino al 1878, quando venne ornata dalla colossale statua del dio che lotta con la piovra, contornato da affascinanti nereidi e tritoni.



La Fontana dei Fiumi è il capolavoro di Bernini il quale, pur non essendo molto amato da Innocenzo X, riuscì a far accettare il suo meraviglioso progetto: la base rappresenta i 4 fiumi Nilo, Gange, Rio della Plata e Danubio su un basamento di travertino, e ornata di statue e piante esotici, come la palma, la peonia, il leone, il drago, il serpente.





La leggenda racconta che il personaggio del Rio della Plata venne scolpito in atteggiamento di timore del crollo della chiesa di Sant'Agnese in Agone sita proprio di fronte, opera di Borromini, con cui era nota la forte rivalità: la leggenda però è apocrifa, perchè quando venne inaugurata la fonta, nel 1651, la chiesa ancora non c'era, venne iniziata l'anno successivo. La statua del Nilo è velata, perchè allora non si conosceva ancora la sorgente.





L'obelisco, proveniente dal Circo di Massenzio, è una copia romana del tempo di Domiziano.



Il Bernini si fece aiutare nella traduzione dei geroglifici dal grande erudito Athanius Kircher: probabilmente l'obelisco era situato originariamente nel Tempio di Iside.

La chiesa prospiciente è dedicata alla giovane martire Agnese, qui uccisa nel 304: edificata nell'VIII secolo, venne totalmente rifatta dai Rainaldi e dal giovane Borromini. All'interno si trova sia la tomba di Innocenzo X che la testa della martire.




La piazza, splendida tutto l'anno, in questo periodo si riempie di una folla variopinta e variegata, attratta anche dall'animazione e dalle curiosità, come la Giostra in legno che fa la felicità dei bambini, statue viventi, clown e spettacoli di musica e canti, come questo gruppo indiano che si esibisce in canti e danze tradizionali.



Per approfondire:
Roma Segreta

domenica 14 dicembre 2008

Il fiume in piena

Una domenica mattina, a spasso per il Lungotevere.


In questi giorni i nostri telegiornali ce l’hanno fatto vedere in tutte le salse, vista la piena eccezionale che ha attraversato la città. Le piogge incessanti e implacabili dei giorni scorsi hanno ingrossato il fiume, ad un livello che non si registrava dal 1937.

Dopo giorni e giorni di tempesta, oggi, finalmente, una tregua.
Stamattina, camminando verso Piazza Navona, sotto un cielo terso e un bel sole caldo, ecco lo spettacolo che si apriva alla vista.



Gli imponenti muraglioni, fatti costruire dopo la disastrosa piena del 1870, proprio per arginare il corso del fiume che, spesso e volentieri, allagava la città, paiono a stento contenere una massa d’acqua gonfia, limacciosa, prepotente, che trascina detriti e tronchi d’albero e sembra, quasi, gettarsi con furia contro i piloni degli antichi ponti, con una furia insolita, per questo fiume così tranquillo.


Le sponde tranquille, all’ombra dei fronzosi platani, sono completamente immerse nell’acqua, le scale sembrano scendere verso il nulla


i caldi colori autunnali e il cielo terso si riflettono nelle acque limacciose del fiume, regalandogli riflessi cangianti





Scomparse le banchine, gli alberi galleggiano nell'acqua, intrappolando detriti e rottami.


La mole imponente dell'Ospedale Santo Spirito, la cui prima edificazione risale al 1200. Quando furono costruiti i muraglioni, vennero asportate tonnellate di ossa provenienti dall'ossario sottostante.




I Vigili del Fuoco in azione, sotto Ponte Vittorio.



Questa è la visione idilliaca dello splendido Castel Sant'Angelo, un colosso che sta qui dal 123 d.C., mica da ieri. Le tre arcate centrali dello splendido ponte risalgono sempre ad Adriano, ma fu Bernini che lo restaurò completamente, allungandolo di due arcate.

Il barcone incagliato sotto l'arcata di Ponte Sant'Angelo, chiuso al passaggio: l'elevatore meccanico stava lavorando dal ponte per disincagliare il battello.


Tornando verso Trastevere:


Da Ponte Sisto, una panoramica del cuore della città.

L'Isola Tiberina, dietro Ponte Garibaldi. L'Ospedale Fatebenefratelli è completamente assediato dall'acqua.


Il cielo comincia ad oscurarsi di nuovo, questa assolata e tersa mattina di dicembre sembra quasi incupirsi , e le pioggie previste nei prossimi giorni gonfieranno di nuovo il fiume...

giovedì 11 dicembre 2008

Mi persi

Oggi, sarà la tempesta che flagella questa città, una vera notte da tregenda (ma quano piacevole starsene al calduccio, sotto il piumone, sapendo che non ti devi alzare col buio e uscire sotto quella pioggia battente), nessuna voglia di uscire, nessuna voglia di cucinare, nè di postare ricette...solo una giornata meditativa, riflettendo sullo spirito natalizio che proprio non riesco a sentire, e facendomi venire le paturnie per il periodo massacrante che mi aspetta, da domani in poi.

E domattina sì, che mi toccherà uscire nel buio della notte, con l'aria ghiacciata che ti taglia la faccia come un coltello, e rientrare ancora col buio, senza aver goduto neanche di un'ora di luce, e con l'impressione di aver perso un pezzetto di sè...

E allora vi lascio con questa canzone bellissima, oscura e malinconica, del grande Daniele Silvestri, perchè quella sensazione strana di solitudine e buio è quella che spesso sentiamo tutti, anche in mezzo a tanta gente : "io devo aver perso il contatto, e adesso perdonami se è rimasta soltanto la parte peggiore di me..."



per guardare il video, clicca sotto

Mi persi

Invece di andarmene da qui
piuttosto che lasciarti ancora
la soddisfazione
decisi di cambiare totalmente
la mia posizione
è solo che mi persi

E ancora ieri consideravo che
se tu non c'eri io..
però è un pensiero inutile
ma sì ma sì lo so
qual era il modo esatto
per riavere tutto
è solo che mi persi

E poi chissà ognuno ha il suo piccolo razzo
lanciato nel blu dello spazio
con dentro
frammenti di sé
eh già

Ma sì ma sì
lo so che avrei dovuto prenderti
e sfidare il mondo
è solo che
mi persi

Ma sai che c'è che se ognuno
ha il suo piccolo razzo
io devo aver perso il contatto
e adesso
perdonami se
mi è rimasta
soltanto
la parte peggiore di me

martedì 9 dicembre 2008

La pigrizia sognante del riposo


Dopo un periodo massacrante di lavoro, ho goduto di qualche giorno di ferie (meritatissime): avevo una marea di progetti in testa, la casa da pulire da cima a fondo, un sacco di ricette annotate da sperimentare, posti da visitare, fotografie da fare...
Risultato: non ho combinato nulla.

Ho cucinato pochissimo, al limite della sopravvivenza (tipo stelline col dado e simili), non sono andata da nessuna parte e la macchina fotografica è rimasta lì a vegetare, inerte.

Sarà il freddo, saranno stati i molti giorni di pioggia che non invogliavano ad uscire...ho trascorso molte giornate in una specie di limbo, in uno stato catatonico ai limiti del sonnambulismo, tra il pc, i divano, i libri, con una tazza di the caldo in mano e i gatti vicini vicini, anche loro nello stesso stato sonnambolico, al calduccio accanto a me. La differenza è che loro si godevano la pace, beati, senza un pensiero al mondo, io mi rigiravo inquieta pensando alle cose che avrei potuto fare, invece di perdere tempo così, nel dolce far niente...quando si stacca dalla vita stressante e frenetica di tutti i giorni, sembra che non si riesca comunque a rilassarsi, è come un demonietto interno che ti rimprovera per il tempo che stai sprecando, vi capita mai? Il risultato è che non ci si rilassa mai completamente, almeno di testa.

Adesso che comincio a sentirmi un po' più riposata, pronta magari per fare qualcosa di creativo, è ora di tornare al lavoro e, siccome mi aspetta un mese di intenso impegno, vediamo cosa riuscirò a combinare...

Fate mai la lista dei progetti per il prossimo futuro? Io sempre, e il bello è che non la rispetto mai. A fronte di persone che lavorano a tempo pieno, io dovrei ritenermi fortunata, visto che il mio è un part-time da 3-4 giorni a settimana eppure, sarà l'orario lungo (almeno dieci ore, ovviamente pagate per 8) saranno i turni creativi che mi toccano da quando sono in training per la promozione (il che tradotto in parole povere, sarebbe a dire che non ho più nè giorni fissi nè orari), mi sento come una che mette le pezze dove può, sul filo della sopravvivenza.

Come ho già detto, ho cucinato poco o nulla, anche per il fronte dolci ho latitato, vergogna.
Visto il clima pigro di questi giorni, ecco un piatto veloce e pratico che faccio spesso, utile soprattutto a riciclare le patate lesse, magari del giorno prima.
E' un abbinamento semplice, ma azzeccatissimo, che invero io non avevo mai assaggiato prima che la mia amica Valeria mi invitasse a pranzo: un pranzo semplice, Uovo al Tegamino e questo contorno di verdure, semplice, dietetico eppure gustosissimo. Sono ottime servite calde calde, ancora fumanti, come si può vedere dalle fotografie, oppure tiepide.


Ingredienti

Patate lesse (non farinose)
Fagiolini lessi (anche congelati)
olio evo
aglio
sale



Lessare le patate con la buccia senza farle sfarinare, farle freddare e sbucciarle: tagliarle a pezzi regolari, cercando di non romperle, se le patate sono fredde di frigorifero è anche meglio.

Lessare i fagiolini (se sono congelati buttarli direttamente in acqua fredda) e scolarli.

Mettere un fondo di olio in una larga padella antiaderente e far colorire l'aglio un minuto, poi buttarci dentro le patate e i fagiolini, salare e coprire con uno spiraglio: far insaporire una decina di minuti a fuoco dolce, mescolando spesso, poi scoperchiare e far rosolare le verdure altri dieci minuti, per far venire la crosticina croccante alle patate.

Servire subito.

sabato 6 dicembre 2008

I sobborghi di Parigi: Charonne, Belleville, le Quartier d'Amerique



Continuiamo col nostro racconto di Parigi a puntate, ormai un appuntamento fisso, in questo blog. Le cose belle da vedere a Parigi sono talmente tante che ci si potrebbe scrivere un blog intero: purtroppo il mio diario di viaggio sta quasi per terminare (manca l'Hotel Carnavalet, qualche giretto per il quartiere Latino e poco altro). Mi toccherà tornarci un'altra volta, per continuare a scoprire le meraviglie di questa città affascinante, vitale, misteriosa.

Come ho già scritto svariate volte, la maggior parte dei turisti si limita, appunto, a fare il turista, con un’occhiata rapida e superficiale alle cose più note, più ovvie: la Tour, gli Champs Elisèe, un rapido giro al Louvre per vedere la Gioconda, poi Beaubourg, le Sacre Coeur e così via.
Ma Parigi è molto di più e, se avete un po’ di tempo e gambe buone, scoprirete degli angoli incantevoli, assolutamente fuori dalle rotte turistiche e con un'atmosfera affascinante che, purtroppo, nei quartieri invasi dai turisti non esiste più.
Chiunque voglia conoscere bene una città non si può fermare alle cose ovvie, spesso si deve spendere del tempo e soprattutto allontanarsi dal centro.

Questo racconto sarà più letterario che fotografico, per il semplice motivo che, invero, è difficile descrivere visivamente questi sobborghi, non essendoci nulla di particolarmente eclatante. Ed è difficile, attraverso delle fotografie che potrebbero risultare banali, farvi respirare l’atmosfera di questi luoghi; poichè si tratta di impressioni, di sensazioni impalpabili: molto più facile farlo, credo, con le parole, assai più evocative di qualunque immagine.

Dopo i nostri giri periferici nei floreali quartieri di Auteuil, Passy e Chaillot, vi mostro un altro angolo particolare della città, nel quadrante orientale di Parigi, il cosiddetto Quartier d’Amerique, un piccolo sobborgo dall’atmosfera fuori del tempo.

Il punto di partenza ideale per questo lungo giro (da fare a piedi, ovviamente) potrebbe essere il Père Lachaise, proprio dove siamo rimasti la volta scorsa. Già il cimitero si trova un po’ fuori dal centro, partendo da Bastille si deve camminare un po’, attraversando il Fabourg Saint Antoine, un quartiere tranquillo, di gusto suburbano, dominato dalla grande estensione verde del Père Lachaise.
Una volta visitato il grande cimitero, uscite dall’entrata principale, e dirigetevi a destra, sulla Rue de Menilmontant, prendete il Boulevard de Charonne e proseguite per lunghissima Rue de Bagnolet.

Arriverete a quello che nell’Ottocento era un villaggio di campagna, il villaggio di Charonne: un tranquillo sobborgo campestre, con ville di campagna, pascoli e vigne.
La grande espansione di Parigi l’ha inglobato nel tessuto cittadino, alla stregua di Montmartre o Auteuil, ormai l’agglomerato urbano si allarga senza soluzione di continuità fino alle porte della città, ma fino ad adesso non ha mostrato alcuna vocazione turistica, è semplicemente rimasto un quartierino periferico, tranquillo, con strade solitarie. Da vedere la chiesa di Saint Germain e la pedonale Rue St. Blaise, non sono niente di particolarmente eclatante, ma è comunque piacevole passeggiarvi.
Proseguite per la stessa rue de Bagnolet, osservando il tranquillo tessuto urbano, facendo magari una sosta nel piacevole giardino pubblico Debrousse, una piccola oasi di verde con aiuole colme di fiori: uno di quei minuscoli giardini che l’amministrazione della città, da qualche anno a questa parte, cura in maniera particolare: sono degli spazi verdi che fioriscono in tutti i quartieri, si trovano un po’ ovunque, e sono molto frequentati dai parigini, mamme con i passeggini, anziani che prendono il sole sulle panchine ma anche gente di tutte le età che, durante l’ora di pranzo, mangia il suo toast nel verde, magari leggendo un libro. Se anche le nostre città prendessero esempio da Parigi, i nostri quartieri pieni di cemento sarebbero sicuramente più piacevoli.

Ovviamente non tutto è idialliaco neanche a Parigi, e per accorgersene basta guardare i palazzoni di cemento grigio che comunque hanno invaso anche la Charonne, snaturandone la natura campestre. Guardandosi intorno con più attenzione, si può cominciare a vedere una certa tipologia di abitanti diversa, rispetto ai confinanti fabourg di Saint’Antoine e Bastille, un ceto più variegato, ad alto tasso di immigrazione, anche se non ai livelli delle banlieues periferiche.

Comunque, proseguiamo di buon passo per la Rue de Bagnolet, e arriviamo alla Place omonima: siamo alla Porte de Bagnolet, una delle uscite storiche della città, al confine orientale della metropoli.
Qui imbocchiamo la piccola Rue de Chavez e saliamo questa deliziosa scalinata, di sapore ottocentesco:

ci porterà ad un complesso di piccole strade residenziali, la Rue Irenée Blanc e Rue Jules Siegfried.





Dopo aver sognato con tutte le nostre forze di possedere una di queste villette con giardino, scendiamo malinconicamente dabbasso, verso le Quartier d’Amerique: si prenda la Rue Belgrand fino a Place Gambetta, quindi la Rue de Pyrenés fino alla ripida Rue de Menilmontant (già percorsa prima, in un altro tratto), per arrivare al famoso quartiere di Belleville.

Belleville è un altro di quei quartieri periferici ad altissimo tasso di immigrazione, un quartiere popolare, multietnico, fatiscente, composto da stradine anonime che si snodano in salita costellate da ristoranti cinesi, greci, arabi, abitato prevalentemente da immigrati. Questa zona deve la sua recente fama alla divertente saga di Daniel Pennac sulla strampalata famiglia Malaussène che proprio in questa periferia abita, come il suo autore. E’, similarmente a MontMartre, situata su un colle, un saliscendi di viette anonime in cui convive un’architettura primo novecentesca accanto ad una più moderna.
Le analogie con l’altro famoso quartiere non finiscono qua: infatti anche qui due secoli fa c’erano sale da ballo, locali e cabaret, era un posto piuttosto frequentato e di dubbia fama, oltre che meta di gite domenicali.
Vi dico subito che non c’è nulla di particolare da vedere, però farci un giro prima che diventi un’altra attrazione turistica piena di gente come Montmartre non è una cattiva idea.
Potete, ad esempio, comprarvi una bella baguette imbottita ed un dolcetto in una delle numerosissime Boulangerie della zona, e andarvela a godere nel Parc di Belleville: uno dei parchi moderni che sono stati costruiti negli ultimi decenni, soprattutto nell’era Mitterrand, con l’intento di emulare i grandi parchi ottocenteschi come la Buttes Chaumont e il Luxembourg.

Il parco di Belleville sorge su una zona dove, fino all’Ottocento, si stendevano terrazze coltivate a vigne, come la Buttes di Montmartre: il nuovo parco è un giardino moderno, a terrazze, la cui spettacolarità è data dalla posizione panoramica affacciata sulla città che si stende, enorme, in basso (purtroppo ho un filmato, non le fotografie): a dritta la svettante e futuristica Tour MontParnasse, la bianca Coupole del Pantheon; e poi ancora i tubi colorati del Beaubourg, la cupola dorata de Les Invalides e, sulla destra, svettante contro il cielo, la Tour Eiffeil.
Quando il sole è caldo, è piacevole starsene su una panchina nella quiete e nel silenzio di questa terrazza fiorita, a mangiare una baguette croccante, riposandosi in vista dell’ultima parte del percorso, quella nel Quartier d’Amerique vero a proprio.

Gambe in spalla, si riprende il cammino per l’infinita Rue de Belleville, risalendo ancora per Rue de Pyrenés, fino alla coloratissima Rue de Mozaia, che ha delle case dai colori incredibili, squillanti tra il grigio dei palazzi.

La città si stende alle spalle, enorme, vista da questa altura.


Da questa via si dipartono tutta una serie di stradicciole pedonali denominate Villa: casette minuscole con piccoli giardini curatissimi, tutte curate, coloratissime, con ringhiere e cancelli in ferro battuto.




Il piccolo quartiere ha origini nei primi del Novecento, e veniva chiamato d’Amerique perché in questo luogo vi erano le cave di gesso, che veniva estratto e poi spedito in America. Dismessa la cava nel 1872, le gallerie scavate vennero riempite, e l’intera zona rimase qualche anno abbandonata, anche perché il sottosuolo era considerato instabile.



Solo nel 1901 si cominciò a costruire, ma proprio a causa della particolarità del suolo vi si costruirono delle case piccole, ad un piano solo, un tipo di edilizia popolare, originariamente destinata al ceto operaio.

Negli anni gli antichi proprietari sono spariti, le villette sono state completamente ristrutturate (come è avvenuto a Roma, ad esempio, con le case della via Vitellia, un tempo stalle della Villa Pamphili, ora minuscolo quartierino d’elite) e la zona attorno è stata completamente edificata in anni recenti.



Come spesso accade a Parigi, antico e moderno convivono fianco a fianco: questo minuscolo agglomerato di villette è incastonato vicino ad un complesso di grattacieli moderni, come si può vedere da queste immagini, eppure, in qualche modo, questo accostamento azzardato ha un suo fascino.


Riprendendo la colorata Rue Mouzaia, si arriva al parc de Buttes Chaumont, altra perla poco frequentata dai turisti ma famosa tra i parigini.

Si tratta di un altro parco che risale ai grandi lavori urbanistici realizzati dal barone Haussmann: realizzato negli anni 1864-1867, sempre in una cava di gesso, in una zona malsana e che si diceva infestata da malevoli spettri, presenta una topografia piuttosto movimentata:


tra verdi prati in discesa si apre un lago centrale (alimentato dal vicino Canale Saint Martin) con rupe a strapiombo a cui si accede tramite ponte, su cui si costruì un romantico tempietto di forma circolare, da cui si gode la vista di tutto il parco.


Come tutti i luoghi verdi di Parigi, viene frequentato in tutte le stagioni, ma è in primavera che dà il meglio di sé. Nella foto sopra si può vedere la bianca sagoma del Sacre Coeur.


Fatto il giro del Parco, riusciamo per la Rue Manin, tra eleganti palazzi ottocenteschi, ed arriviamo al punto di inizio del canale Saint Martin, che oltre diventa Bacino della Villette.

Visto il lunghissimo giro fatto fin qui, ormai sarà pieno pomeriggio: potete riprendere la Metro Jaurès, oppure passeggiare prigramente sulle sponde del Canale, sotto i fronzuti platani, sedervi su una panchina proprio vicino alle tranquille acque e respirare a pieni polmoni il fascino e l'atmosfera incantata di queste antiche chiuse, sentendovi, per un lungo, meraviglioso momento, come Amèlie Poulain.

giovedì 4 dicembre 2008

Farfalle alla crema di Lenticchie


Avete notato come sotto Natale, da un giorno all'altro, i prezzi di svariati articoli si siano alzati, improvvisamente?
Questa cosa ha del miracoloso visto che un giorno compri un oggetto ad un prezzo, ed il giorno dopo trovi un aumento del 5 o 10 per cento. Questi giorni mi è capitato svariate volte, sono aumenti minimi, di pochi spiccioli, ma che alla fine vanno a svuotare ulteriormente i nostri portafogli: vanno dai 50 centesimi su una crema dell'Erbolario (che un giorno ho pagato 12 euro e la settimana successiva nella stessa erboristeria 12,50), 10 centesimi sul sacchetto di croccantini Friskies al negozio di animali sotto casa, fino a rincari folli in alcuni negozi di casalinghi (un porta cd di produzione cinese da 2 euro è passato a 6, magicamente).

Il pomeriggio scorso ho fatto una passeggiata da Coin: il reparto vestiti è quasi inavvicinabile, ma il settore dei casalinghi per me ha un suo fascino irresistibile, ci sono veramente delle belle cose, sia per la cucina che per l'arredo in generale. L'anno scorso mi comprai, pezzo a pezzo, un meraviglioso servizio di piatti artigianali fatti a mano (li vedete nella foto sotto), un investimento non indifferente, ma erano troppo belli e non ho resistito, anche se è stata una follia.

Quest'anno non volevo comprare nulla, semplicemente girellare per dare un'occhiata poi, magari, un oggettino non troppo costoso, una candela, un ninnolo per la cucina, hai visto mai...
Alla fine mi sarei accontentata anche di un ciondolo per l'Albero di Natale, vista la magnificenza degli addobbi: ma 5 euro per una palla di plastica rossa, sia pure con una spruzzatina di porporina dorata, e che cavolo...

Sono uscita senza comprare nulla, con gli occhi pieni di sbrilluccichii e riflessi d'oro, e col portafogli intatto, alla faccia della mia compulsione consumistica che in questi posti si fa irrefrenabile.

Io sono veramente senza parole, non so voi. Mi capita pure, purtroppo, di ricontrollare gli scontrini e scoprire prezzi diversi da quelli esposti sugli scaffali, sconti che non vengono conteggiati oppure, spesso, resti sbagliati, e mica di poco. Per non parlare di quando, al mercato, si riempie una busta di frutta o verdura e il venditore arrotonda al rialzo (1 euro e cinquanta...con questo facciamo due, va bene?). Insomma, lo stillicidio è continuo, implacabile.

E le cose da comprare non finiscono mai, nostri armadi e le nostre credenze rigurgitano di roba, eppure ci manca sempre qualcosa, almeno, a me fa veramente fatica tornare a casa senza una busta di supermercato, oppure un maglioncino comprato d'occasione, un oggettino che in quel momento ti pare irresistibile.

Insomma, talvolta penso che questa crisi generale deve, per forza, farci ripensare alle nostre abitudini consumistiche.

Associato a questa tirata brontolona, ecco un piatto da riciclo, semplice ed economico, che ho trovato su un numero di Cucinare Bene del Febbraio scorso. E' un ottimo metodo per riciclare delle lenticchie lesse, a cui si aggiunge un uovo, salvia e limone, ed ecco un condimento leggermente diverso per la pasta, tra l'altro velocissimo da preparare (però notate quanto sono belli i piatti, please...)


Farfalle con crema di uovo e lenticchie (per due persone)

180 grammi di farfalle
200 grammi di lenticchie lesse
un uovo grande
tre cucchiai di passata di pomodoro
olio evo
salvia
aglio
limone


Mettete su l'acqua della pasta.

Frullate le lenticchie ben sgocciolate, lasciandone qualcuna intera da parte.
In una padella capiente (dopo deve contenere la pasta) fate rosolare uno spicchio di aglio in fondo d'olio, a fuoco dolce, poi toglietelo e stemperatevi il frullato di lenticchie, aggiungete il pomodoro, qualche cucchiaio di acqua e fate insaporire per cinque minuti a fuoco dolcissimo. Se dovesse stringersi troppo, allungatelo con qualche cucchiaio di acqua della pasta.

In un piatto battete l'uovo con sale, pepe, un cucchiaio di limone e salvia.

Scolate la pasta al dente, buttatela nella padella con le lenticchie e mantecate velocemente, quindi buttatevi dentro l'uovo, mescolate circa due minuti a fuoco dolce e servite subito.

martedì 2 dicembre 2008

Romanzo Criminale, la serie

Invece di un film o un libro, stavolta voglio recensirvi una serie televisiva: io non amo la televisione, anzi, negli ultimi anni la guardo sempre di meno.
Preferisco i libri, ovviamente, ma anche un buon film in Dvd, oppure qualche telefilm o sceneggiato degli anni passati, sto cominciando a diventare un po’ nostalgica (ah, i begli sceneggiati di una volta!). Ora in Dvd si trova di tutto, e talvolta rivedo più volentieri delle cose degli anni scorsi che quelle che vanno in onda adesso.
Da quando poi hanno chiuso quelle due o tre serie a cui ero affezionata (soprattutto La squadra, di cui non mi sono persa una puntata: vorrei uccidere gli sceneggiatori che l’hanno chiusa in maniera affrettata e sciatta, per cominciarne un’altra che è solo la brutta copia della prima), praticamente il televisore è diventato un oggetto di arredo, nella libreria, muto e desolato nella sua bruttezza.

Quando uscì il libro di De Cataldo, mi piacque moltissimo: la storia, l’ambientazione (cavolo, io c’ero, nella Trastevere degli anni Settanta), la scrittura, la ricostruzione di quegli anni.
Davvero un bel libro, che mi ha spinto a saperne di più sui fatti della Banda della Magliana: perché è pur vero che c’ero, però ero bambina, e di questa famigerata banda non ne ho mai sentito parlare, all’epoca, anche se giri di delinquenza a Trastevere ce ne son sempre stati, e lo sapevano tutti. Partendo dal libro, ho letto altre cose sull’argomento, ho seguito vari documentari in televisione come quello, ben fatto, di Lucarelli, cercando di capire di più di quegli anni, di un periodo in cui certe cose, pur sapendone poco o nulla, si avvertivano nell’aria.

A Trastevere c’era un bel giro di delinquenza, era risaputo, il quartiere non era certo quello di adesso, era un quartiere popolare, quasi una borgata: di droga però ancora non si parlava molto, non ai livelli degli anni Ottanta, quando l’eroina esplose come una bomba, ma comunque lontano dal mio ambiente, mica come adesso che la droga trovi dovunque.

Uno dei giri più proficui era, invece, era quello dei furti d’auto: voci di quartiere accreditavano come un pezzo grosso del giro un negoziante della mia via che veniva chiamato il Barone, un tipo bruno, magro, sulla trentina scarsa, che stazionava tutto il giorno tra il suo negozio e il bar accanto; da cui, pochi anni più tardi, una nostra compagna di classe si vantò, con abbondanza di particolari, di essere stata sedotta: dovevamo avere diciott’ anni o forse meno, ancora mi ricordo lo squallore di quel racconto, che tristezza.
E’ evidente che agli occhi di alcune ragazze essere il ras del quartiere è motivo di fascino, vai a capire…

Nel 1977 ci comprammo una 126 verde oliva, negli anni successivi rimpiazzata da un’altra 126 ma arancione, sicuramente ve la ricordate bene: una specie di scatoletta di latta, inaffondabile, con la lamiera dura come roccia, gli ammortizzatori inesistenti e lo sterzo durissimo, ma era la prima macchina di famiglia, e a noi sembrava la carrozza di Cenerentola.

Mamma ci scarrozzava tutti con una guida piuttosto disinvolta, spesso ci infilavamo dentro in cinque, pigiati come sardine. Dovevamo essere sicuramente tutti più magri di adesso, viste le dimensioni minime dell’abitacolo.
Appena comprata cominciarono i furti, all’ordine del giorno, uno specchietto, una ruota, un sedile, un vetro rotto, un vero stillicidio.
Una volta ce la rubarono definitivamente, tutta intera. Venne ritrovata in periferia, completamente smontata, avevano lasciato solo la scocca e i sedili, il resto se l’erano portato via tutto. Andammo a riprenderla da uno sfasciacarrozze in un luogo desolato, un posto da incubo, pieno di cani che si aggiravano tra cumuli di rottami e lamiere contorte, i poveri resti poggiati su quattro pile di mattoni, anche le ruote avevano smontato.
La facemmo rimontare tutta, sperando di avere maggiore fortuna.

Il busillis si risolse quando mia madre, parlando non so bene con chi, venne a sapere che era un fatto strano, che se la prendessero con la nostra macchina, visto che solitamente gli abitanti del quartiere non venivano toccati, non da quel giro, almeno. Evidente che non sapevano di chi fosse la macchina. Infatti, una volta fatto sapere in giro che la 126 era nostra, non venne più toccata.

Era anche l’epoca degli scontri di piazza, del sequestro Moro, delle irruzioni nelle case alla ricerca di persone, basi di brigatisti e armi; la Digos che si presentava con uomini in assetto di guerra e coi mitra puntati, appartamento dopo appartamento, tutto il palazzo bloccato, le volanti al portone.
Durante il sequestro Piattelli a casa mia venne fatta un’irruzione in piena regola, da parte delle squadri speciali: alla polizia era arrivata una telefonata anonima che asseriva che l'ostaggio (mi pare fosse una donna) fosse nascosto da noi, in piena Trastevere. Non trovarono niente e nessuno, ovviamente.
Il comandante ci chiese se la famiglia avesse qualche nemico, visto che l’anonimo informatore era stato molto preciso sul piano e sull’interno, sembrava proprio un dispetto personale.
Non si seppe mai chi fu, l’autore della telefonata anonima.
Il nostro palazzo, comunque, era particolarmente nel mirino, visto che alla scala B c’era una sede di Lotta Continua, con un bel via vai di gente: una volta ci fecero evacuare tutti, di corsa, perché con un’altra telefonata anonima avevano segnalato una bomba.
Insomma, erano anni un po’ così, con un clima pesante…non per niente, oggi li chiamano anni di piombo.



Quando uscì il film, nel 2005, andammo a vederlo molto curiosi, il cast ci sembrava ottimo, tutti giovani attori di prima classe, Piefrancesco Favino, Claudio Santamaria (che a me piace moltissimo), Kim Rossi Stuart, una schiera di comprimari di lusso altrettanto quotati, insomma, Placido prometteva un bel lavoro, e poi il libro si prestava bene ad essere sceneggiato.

Invece, fu una mezza delusione. Non per gli attori, che quasi tutti erano abbstanza azzeccati nelle parti, a parte forse troppo belli per essere veri (insomma, Scamarcio che fa il Nero, ma andiamo...).

Il romanzo era stato tagliuzzato senza rispetto, condensato in maniera frettolosa, i personaggi raccontati in maniera superficiale; molte parti poco chiare, alcune invenzioni gratuite, alcune figure completamente travisate (come Patrizia, la donna del Dandy, che sembrava una mezza cretina, tra l’altro doppiata malissimo).
E poi, un'ambientazione di maniera, un po’ finta, gli anni settanta ricostruiti alla bell’e meglio: avrebbe potuto essere ambientato tranquillamente negli anni Ottanta o Novanta, neanche l’ombra di atmosfera, il racconto che si snodava patinato, farraginoso, proprio una mezza delusione.

Di solito, quando viene tratta una fiction da un film, non può che peggiorare.
Avevo letto, invece, delle ottime critiche di questo sceneggiato, in onda su Sky dai primi di novembre, in 12 puntate (siamo alla sesta, se non sbaglio), e mi sono incuriosita.
Ed infatti ve lo consiglio, perché merita : raro vedere una serie televisiva di questo livello, così curata nei particolari, con una fotografia dai colori volutamente retrò, le ambientazioni ricostruite meticolosamente, nei minimi dettagli: ambienti, case, costumi, macchine, pettinature, tutto fedelissimo, veramente.
Il libro è praticamente ricalcato alla lettera, d’altronde 12 puntate hanno permesso agli sceneggiatori (tra cui figura anche De Cataldo) di poter approfondire bene l’argomento, e anche di scavare nella psicologia dei personaggi, che risultano ben tratteggiati e molto caratterizzati.
Per quanto riguarda gli attori, pensavo che fosse difficile far dimenticare un cast stellare come quello del film, perché nell’immaginario collettivo (anche rileggendo a posteriori il romanzo) uno associa automaticamente il Libanese a Favino, il Freddo a Rossi Stuart e così via, e Dandy non può che avere il bel viso di Santamaria.


Mi sono dovuta ricredere: gli attori della serie sono tutti giovani e sconosciuti (scelti da Placido, comunque), ma secondo me sono anche più bravi degli originali. Soprattutto Francesco Montanari (Il Libanese), Alessandro Roja (Dandy) e Marco Bocci (il commissario Scialoja, autentica faccia anni Settanta, assomiglia a Giannini da giovane, forse il più indovinato tra gli attori) sono azzeccatissimi nelle parti.
Perché sono facce vere, comuni, nessuno particolarmente bello, e tutti molto più somiglianti alle persone dell’epoca: fisici smilzi, più sottili rispetto ai decenni successivi, i jeans stretti a fasciare i fianchi magri, i capelli lunghi spesso phonati, le barbe incolte, quei look un po’ fricchettone che però allora faceva tanto fighetto.
La serie è girata in maniera estremamente realistica, anche piuttosto cruda, con grande attenzione ai colori, alle atmosfere: ho riconosciuto gli angoli di Trastevere dove è stato girato (io ci passavo tutti i giorni, per andare a scuola), con macchine d’epoca, bar e appartamenti ricostruiti negli arredi, i mobili, gli oggetti, le tappezzerie a disegni optical, i manifesti pubblicitari, un vero tuffo nel passato, sembrava proprio di esserci (bellissima anche la colonna sonora).

Molto evocative anche le scene di scontri tra ragazzi e polizia, il clima teso che si respirava nelle strade, gli slogan: se non fosse per i vestiti (sì sì, ci vestivamo proprio così anche noi piccoli, che bello, magliettine dolcevita attillate, giacche coi risvolti enormi, pantaloni a zampa d’elefante, salopettes scozzesi, scarpe e cappelli fatti a maglia: altro che jeans calati, mutande e ciccia in vista degli adolescenti moderni!) potrebbero sembrare gli studenti dell'Onda in piazza contro la Gelmini.


Quelli di allora però erano un po’ incazzati, mi sa…

Buon compleanno a te!


Oggi è il compleanno di mamma: anche se so che non può connettersi per problemi tecnici, le inviamo lo stesso i nostri abbracci più affettuosi!


In attesa di festeggiarti domenica,


Laura, Luca, Koko e Titti


La grafica è di MagicaLuna

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