I miei viandanti

martedì 14 aprile 2009

Dentro e fuori le Mura



Ora, fuori dalla Certosa, si prosegue verso la Porta degli Angeli, in un posto dal nome altrettanto poetico, i Rampari di Belfiore.

Il Corso Ercole I perde il suo carattere cittadino man mano che il cammino prosegue anche se, da quello che scrive Bassani, fino agli anni 50 tutti i dintorni facevano parte dei parchi e degli orti delle ville della zona, che furono in parte lottizzati e su cui venne costruita una edilizia a carattere rurale, modesta ma dignitosa, in sintonia con l’ambiente, con caseggiati bassi, schiere di casette graziose dipinti a colori vivaci e viuzze tranquille.

Tutta la città è racchiusa da una possente cinta muraria, risalente all’epoca rinascimentale, tuttora ben conservata e percorribile in molte parti, tranne un piccolo tratto interrotto nella parte meridionale della città, all’altezza della Darsena e del Porto turistico. La parte più bella e meglio conservata, però, sono proprio i Rampari di Belfiore, a cui si arriva proprio seguendo la parte finale del Corso.

L’imponente Porta degli Angeli ha da tempo esaurito la sua funzione di entrata d’onore della città, essendo stata chiusa al passaggio nel 1598 e mai più riaperta.




Le mura proseguono sia a destra che a sinistra, con degli imponenti terrapieni su cui sono stati impiantati dei romantici viali, meta di ciclisti, corridori o semplici sognatori, come la sottoscritta: viali con una prospettiva che sembra portare verso il nulla, verso l’infinito, incorniciati da possenti alberi nodosi, dalla corteccia incrostata di muschio e le lunghe fronde ad incorniciare il passaggio, come un enorme tunnel di verzura.

Dagli alti terrapieni, che si allungano per ben nove chilometri tutto intorno al centro storico, si ammira una visuale sconfinata sulla campagna intorno alla città, formata da piccoli quartieri residenziali che si disperdono nel verde, di costruzione moderna: questa zona, fino a cinquant’anni fa, veniva denominata Barco del Duca (o Barchetto del Duca, come la chiama Bassani), anticamente riserva di caccia della famiglia estense, ed ora parco urbano intitolato proprio alla scrittore.

Proseguendo a destra, appena aggirato il primo bastione d’angolo dalla curiosa forma di picca, una visione emozionante della Certosa e del suo cimitero, fino a costeggiare le alte mura del cimitero ebraico, di cui si intravedono alcune rade tombe.
Bisogna continuare a camminare, fino al Corso Porta Mare e ad un viottolo solitario, chiamato romanticamente delle Vigne, per potervi accedere. Ed eccoci arrivati....




E va beh, questa è la giornata dei cimiteri, d’altra parte sono vicini, confinano addirittura, quello monumentale e quello, assai diverso, in cui riposano i ferraresi di religione ebraica.

La comunità ebraica a Ferrara è sempre stata piuttosto consistente, e il cosiddetto Orto degli ebrei risalirebbe addirittura al Seicento, anche se ormai si trovano solo sepolture dall’Ottocento in poi. E’ proprio questo cimitero che ricorda Giorgio Bassani nel suo romanzo, alla fine del primo capitolo quando, nel 1957, quindi quasi vent’anni dopo gli eventi poi narrati, ormai sposato e padre, va in visita alla necropoli di Cerveteri e, dopo aver visitato le antiche sepolture, comincia a ricordare:

“…io riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza, e a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello. Rivedevo i grandi prati sparsi di alberi, le lapidi e i cippi raccolti più fittamente lungo i muri di cinta e di divisione e, come se l’avessi addirittura davanti agli occhi, la tomba monumentale dei Finzi-Contini: una tomba brutta, d’accordo - avevo sempre sentito dire in casa, fin da bambino – ma pur sempre imponente, e significativa, non fosse altro che per questo dell’importanza della famiglia.
E mi si stringeva come non mai il cuore al pensiero che in quella tomba, istituita, sembrava, per garantire il riposo perpetuo del primo committente - di lui e della sua discendenza –uno solo, fra tutti i Finzi-Contini che avevo conosciuto ed amato io, l’avesse poi ottenuto, questo riposo.”


(tratto da Giorgio Bassani, "Il giardino dei Finzi Contini", Ed. Paoline-Mondadori, 1997)

Già dall’incipit del romanzo si avverte il senso della tragedia incombente, della fine annunciata, che spazzerà via la giovinezza dei protagonisti, tutta la famiglia Finzi-Contini e soprattutto lei, la mai dimenticata Micòl.

Il cimitero è chiuso da un austero cancello in cemento grezzo, che più che un cancello d’entrata dà una brutta sensazione di reclusione, di ghetto. Ma non lasciatevi intimidire dall’aspetto severo, e suonate sulla porticina a destra. Vi aprirà il custode, l’entrata è libera, l’unico impegno richiesto è la firma sul Libro degli Ospiti, un segno tangibile del vostro passaggio.
Il grande giardino a prato, costellato di grossi alberi, spoglio e un po’ tetro in questa stagione, ospita sparuti gruppetti di tombe: lapidi di pietra scura, stranamente sottili nello spessore, incrostate di muschio, le scritte ormai illeggibili, che riposano sotto enormi alberi contorti.

Un gusto ben lontano dalla ricchezza ridondante e dalla retorica delle tombe del cimitero accanto, in cui si vede una profusione di marmi pregiati, adorne di statue di fanciulle piangenti e prostrate, angeli dalle grandi ali, urne di bronzo cariche di fiori finti.

Questo, al contrario, è un luogo semplice e austero, in cui camminare in silenzio, in punta di piedi, senza neanche un fiore a rallegrare queste lapidi spoglie: è uso invece, come già visto in altri cimiteri ebraici (ad esempio quello, molto più antico e ancora più suggestivo, di Praga), lasciare un sassolino o una piccola pietra, muta e semplice testimonianza della propria devozione.

Il giardino prosegue in varie direzioni ma, seguendo tutto il muro di cinta, si arriva a vedere il terrapieno da dove, poco prima mi ero fermata a guardare. Poco più avanti, l’ultima tomba in fondo, proprio accostata al muro, recentissima, di bronzo, dalla forma curiosa e dalla base cosparsa di sassolini di tutte le forme e i colori: è la tomba di Giorgio Bassani, che tanto amò questo luogo austero, qui sepolto nell’anno della sua scomparsa, nel 2000.
E’ tempo di uscire da questo giardino di morte, e proseguire nel mondo reale, lasciandosi alle spalle le suggestioni e le malinconie che questi luoghi, inevitabilmente, suscitano dentro di noi.

Poco oltre, percorrendo la via delle Vigne, in realtà poco più che un viottolo di campagna, si apre una pista ciclabile in terra battuta, che si immerge tra orti coltivati e prati: appena entrati, proprio di fronte ad una luminosa e straripante Forsizia fiorita, una curiosa insegna dipinta su un bidoncino del latte travestito da mucca, posta a mo’ di cassetta postale, sotto una specie di baita di travi legno scuro.





L’insegna è quella della Pastoreria: è l’Azienda Agricola Terravivabio, una striscia di terra incuneata tra la Certosa da una parte e il Cimitero Ebraico dall’altra, coltivata ad orto ed alberi da frutto.
Questa piccola azienda si occupa di Coltivazione con metodi biologici e vendita dei prodotti: siccome l’argomento mi appassiona, come ben sapete, sono andata a curiosare nel negozio, dentro la casetta di legno, e la prima cosa che ho visto, oltre ceste di verdure fresche, coltivate proprio qui, è stato il Calendario del Pane, di cui vi riporto, per onor di cronaca, gli arrivi settimanali di pane fresco, da forni della zona che utilizzano farine biologiche e metodi di panificazione artigianale.

Martedì arrivano prodotti dal Pane della Vita, pane al cioccolato, uvetta, olive, semi e farro, fatto con pasta madre. Mercoledì arrivano papozze, grano duro, ai cereali e integrale dall’Antico Forno (rigorosamente a legna)
Giovedì e sabato arriva il pane del Panificio Pietro, con farina di produzione propria e pasta madre.

Già questo mi ha rimescolato le papille gustative; inoltre, visto il delirio di panificazione che ha coinvolto numerosi blog impegnati nell’autoproduzione e nell’utilizzo di prodotti biologici ( me compresa), sono sicura che questo sarebbe il paradiso per molte di voi.

Allora ho cominciato a curiosare tra gli scaffali, nei prodotti dell’azienda stessa, ve li elenco qui in ordine sparso, come si sono presentati ai miei occhi: Biscotti di Kamut, Crema di zucca (specialità della casa), farine di tutti i tipi, semolino di riso, miele, composta di rosa canina, Confettura di Kiwi, Confettura di Prugne e Melone, Cuori di radicchio, e poi riso, orzo, farro, farina di mandorle, legumi, succhi di frutta, passata di pomodoro e mille altre delizie che ci metterei un intero il post per elencarvele tutte.

Il negozio, tutto rivestito di legno chiaro, ha scaffali a tutte le pareti, cesti di vimini con il pane, i prodotti freschi, biscotti e dolci, un frigorifero per i prodotti a base di latte, sulla destra un grande tavolo e le panche, una stufa economica accesa e una caffettiera in smalto rosso che dona un’atmosfera casalinga, accogliente.

La mia curiosità e la mia macchina fotografica che scatta ripetutamente invitano alla conoscenza, una domanda a bruciapelo, lei è una turista? No, rispondo, sono una viaggiatrice (vedi post sul viaggio, di cui sopra), e una richiesta inaspettata, insolita, almeno per chi arriva da una grande ed indifferente città: ha da fare per pranzo? Vuole rimanere a mangiare con noi? Non me lo sono fatto ripete due volte.
Un pranzo semplice, attorno al tavolo dentro il negozio, e non importa se nel frattempo arrivano i clienti, abituali oppure semplici viandanti di passaggio, a comprare del pane, conservato in una grande cesta di vimini: il pasto continua, è una consuetudine giornaliera mangiare tra le cassette di frutta e verdura e gli scaffali pieni di barattoli e bottiglie.


Un pranzo alla buona ma genuino, piatti cucinati al momento da Marilù, sul filo dell’improvvisazione, con i prodotti freschi dell’orto: riso basmati mescolato con cipolle e radicchio in umido (una ricetta che cercherò di rifare anch’io, era buonissimo), luganega saporita con salsa al pomodoro piccante sempre di loro produzione, broccoli e cime di rapa lessi, formaggio, una ciotola di insalata fresca e croccante, pane integrale abbrustolito sulla cucina economica (un pane mai assaggiato, forse fatto con qualche farina particolare, di colore marrone scuro, a grana fine, alveolatura piccolissima), il tutto condito da mille chiacchiere, esperienze, racconti e ricette.

Un incontro di quelli inaspettati, come il sole che, inaspettato anch’esso, fa capolino in un pomeriggio finalmente sereno, finalmente primaverile. Le ore sono volate, in quell’ambiente caldo e luminoso, poi alla fine, come in ogni cosa bella, arriva il momento dei saluti. Il viandante riprende il suo cammino, più stanco ma con un bagaglio di esperienze e conoscenze sempre più ricco, più prezioso.




E, sulla strada del ritorno, ecco un altro regalo inaspettato, si apre a sorpresa la Piazza Ariostea bagnata dal sole, altro capolavoro rinascimentale di Biagio Rossetti: le panchine disseminate sulle sue sponde invitano al riposo, alla contemplazione, e cosa c’è di meglio di un meraviglioso gelato in cui il sapore intenso del cioccolato nero, denso e pastoso, si mescola al dolce della mandorla, da assaporare di fronte a tanta bellezza?

domenica 12 aprile 2009

Auguri a tutti


Grazie alle persone che mi hanno fatto gli auguri di compleanno, quest'anno niente festeggiamenti in grande come l'anno scorso, vista la cifra insignificante!
Tantissimi auguri ai miei pellegrini e viandanti, non ho il tempo di salutarvi uno per uno, lo faccio da qui con un grande abbraccio generale...
Un abbraccio da Geillis!!

mercoledì 8 aprile 2009

Passeggiando tra orti, ville e giardini: all'ombra del ricordo di Micòl


Secondo Giorno:

Questo è il giorno dedicato a ripercorrere i luoghi descritti in un romanzo bellissimo, forse il più famoso ambientato a Ferrara, che è anche uno dei miei libri preferiti in assoluto: il Giardino dei Finzi-Contini, da cui Vittorio De Sica trasse, nel 1972, un pregevole film, anche se non uno dei suoi capolavori ( il libro è meglio, come sempre).

Non si può comprendere appieno questo bel romanzo senza aver passeggiato per le strade così ben descritte e tanto amate dallo scrittore, perché la città, le sue mura, i suoi giardini, i suoi lunghi viali alberati da percorrere in bicicletta e il ghetto, non sono solo un mero sfondo alle vicende di Alberto, Micòl e tutta l’aristocratica famiglia Finzi Contini, ma sono parte integrante del libro, come la grande villa su Corso Ercole I, in cui è ambientata la maggior parte della vicenda raccontata da Bassani.

Inizio questo racconto citando un brano tratto dal romanzo, che descrive la grande casa e il suo sconfinato muro di cinta, dieci ettari di verde tra le mura degli Angeli e la Porta di San Benedetto:

“Bastava, che so?, trovarsi a passare lungo l’interminabile muro di cinta che delimitava il giardino dal lato di Corso Ercole I d’Este, muro interrotto, circa a metà, da un solenne portone di quercia scura, privo affatto di maniglie, oppure, dall’altra parte dalle cime delle Mura degli Angeli imminente al parco, penetrare con o sguardo attraverso l’intrico selvoso dei tronchi, dei rami, e del fogliame sottostante, fino a intravedere lo strano, aguzzo profilo della dimora patronale.”

E ' proprio lungo sotto questo mura di cinta che, nel 1929, il protagonista del libro (di cui non viene mai scritto il nome, ma che nel film viene chiamato Giorgio, sorta di alter ego dello scrittore ed interpretato dal bravissimo Lino Capolicchio) incontra la bionda Micòl: ecco come ci descrive, trent’anni dopo, il luogo e l’incontro tra i due ragazzi, entrambi nella prima adolescenza:

“Il luogo è sempre stato particolarmente solitario. Lo era trent’anni fa, e lo è ancor più oggi, nonostante che a destra soprattutto, cioè dal lato della zona industriale, siano spuntate dal ’45 in poi decine e decine di variopinte casette operaie, a paragone delle quali, e delle ciminiere e dei capannoni che fanno loro da sfondo, il bruno, cespuglioso, selvaggio sperone semidiroccato del baluardo quattrocentesco appare di giorno in giorno più assurdo. Guardavo, cercavo, socchiudendo gli occhi al riverbero.
Ai miei piedi (soltanto adesso me ne rendevo conto), le chiome dei nobili alberi gonfie di luce meridiana come quelle di una foresta tropicale, si stendeva il Barchetto del Duca.

(…)
Per via dei capelli biondi, di quel biondo particolare striato di ciocche nordiche, da fille aux cheveux de lin, che non apparteneva che a lei, riconobbi subito Micòl Finzi-Contini.

Si affacciava dal muro di cinta come da un davanzale, sporgendone con tutte le spalle e appoggiandovisi con le braccia conserte. Sarà stata a non più di 25 metri di distanza (sufficientemente vicina, dunque, perché riuscissi a vederle gli occhi, che erano chiari, grandi, forse troppo grandi, allora, nel piccolo viso magro di bimba), e mi osservava di sotto in su.

(…)

Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla.”


(tratto da Giorgio Bassani, "Il Giardini dei Finzi-Contini", edizione San Paolo- Mondadori, 1997)



Il resto del libro è ambientato nell’ottobre 1938, quando i due si incontreranno, da grandi, dopo la promulgazione delle leggi razziali fasciste: il prosieguo della vicenda è noto a tutti, l’amore timido e irrisolto del protagonista per la ragazza, l’ambiguo comportamento di lei, il rapporto amore-odio con l’amico Giampiero, poi la scoperta della (presunta) relazione tra i due, ed infine il triste epilogo, la morte di Alberto per un linfogranuloma, la caduta in Russia del comunista Giampiero, la deportazione in Germania di tutta la famiglia nel ’43, da cui non tornerà più.

Il Corso d’Este in realtà comincia prima, al centro della città, proprio di fronte al castello, e prosegue per quasi un chilometro e mezzo, facendosi via via più bucolico, ai palazzi nobili dell’inizio cominciano a sostituirsi mura coperte di edera e rustici fabbricati a due piani, tra orti, giardini e filari di pioppi, fino ad arrivare al confine settentrionale, alla Porta degli Angeli e i Rampari di Belfiore, che nel periodo in cui scrive Bassani erano semidiroccati ma che, negli ultimi anni, sono stati oggetto di un attento progetto di recupero.

Imboccate il lungo viale dal castello, e cominciate a saggiarne la calda e quieta bellezza, un susseguirsi di palazzi dalle facciate elaborate e portoni intagliati: colpisce subito il Palazzo di Giulio d’Este, a destra, dal lungo fronte in laterizio e balcone di marmo, e il Palazzo Turchi di Bagno, poco più avanti.



Ed eccoci al Quadrivio degli Angeli, punto di incrocio tra Corso Ercole I, Corso Biagio Rossetti sulla sinistra e Corso Porta Mare a destra, verso la Piazza Ariostea, altro capolavoro cinquecentesco di rara suggestione, che sarà la meta finale di questa giornata.
Proprio al centro del Quadrivio, ecco svettare il palazzo quattrocentesco simbolo della città, il Palazzo cosiddetto dei Diamanti a causa del bugnato che ne riveste tutti i lati, di marmo chiaro, dai colori bianco al rosa, che con il cambiare della luce si accende di colori e riflessi diversi, soprattutto al tramonto.
Fu progettato da Biagio Rossetti, a cui è dedicato il lunghissimo Corso che arriva alla Stazione, ed è sede della Pinacoteca, del Museo del Risorgimento e della Resistenza, e di prestigiose mostre temporanee.

Appena superato il quadrivio, la bella facciata del Palazzo Prosperi Sacrati, sempre della stessa epoca, dall’elaborato portone decorato a rosette e il maestoso balcone sorretto da putti.
E’ proprio nel caseggiato quasi fronte al Palazzo che De Sica colloca l’entrata principale della Villa Finzi Contini, il grande portone che racchiude il giardino sconfinato e il campo da tennis, ma ora difficilmente riconoscibile, nella toponomastica moderna.




Da qui in poi, il Corso assume un carattere meno cittadino, più bucolico, i palazzi nobiliari fanno posto a fabbricati più modesti, e sembra veramente di passeggiare su sentieri di campagna, con lunghi filari di alberi, caseggiati bassi, qualche rara macchina e bicicletta, ancor più rari passanti.

Questa non è forse la stagione giusta per gustarne tutto il fascino, ancora troppo brullo il paesaggio, ancora nudi i rami filiformi degli alberi e spoglia la campagna intorno: ma quando le fronde si infoltiscono e il sole si riflette sull’acciottolato levigato della strada, è bellissimo venire a passeggiare su questo viale, quando basta un minimo refolo di aria ad accarezzare le foglie dei pioppi cipressini e a colorarle di mille bagliori argentei, e ancora più bello rimanere in silenzio ad ascoltare l’impalpabile fruscio delle fronde che sussurrano, come onde nel vento.

E’ uno dei posti che preferisco al mondo.


Lunga pausa meditativa in un luogo di struggente bellezza e grande suggestione, forse più romantico in una calda giornata di sole settembrino, come la volta scorsa, ma forse l’orizzonte basso e i colori freddi di questo uggioso inizio di aprile sono in armonia colla malinconia della morte che ispira questo cimitero (le foto col sole invece sono scattate il giorno successivo).

Al Cimitero Monumentale della Certosa ero già stata con la mia amica Pina, durante il mio precedente viaggio, e già allora mi ripromessa di ritornarci. L’ho già scritto nei miei post precedenti, viaggiare in compagnia è più divertente, però viaggiare da soli permette di oziare e vagabondare senza meta, spinti dall’estro del momento e della fantasia, senza rendere conto ad alcuno.
Difficile trovare una persona talmente stralunata disposta a passare un’intera mattinata a curiosare tra le tombe, a leggere le lapidi, a fotografare statue e cappelle mortuarie…almeno, finora non l’ho trovata.

A questo proposito, vorrei raccontare un piccolo aneddoto accaduto parecchi anni fa, durante un’estate in cui io e Pina facemmo venti giorni tra Parigi, Bretagna e Normandia, un bel viaggio in treno di cui ho ricordi bellissimi. Pina è la mia migliore amica fin dai tempi del liceo, mica da un giorno (stiamo parlando quindi di 25 anni di amicizia), e la cosa più ovvia del nostro rapporto è che si basa su una diversità caratteriale veramente clamorosa.
Tanto sono svagata e sognatrice io, tanto è razionale e pragmatica lei.

Tutto questo non ci ha impedito di viaggiare numerose volte insieme, soprattutto tra i venti e i trent’anni. Ovviamente, viaggiare insieme significa anche scendere a compromessi, a volte, tipo un giorno andiamo al Museo d’Orsay e l’altro mi tocca venire ad Eurodisney, però va beh, è bello anche così, almeno non si rischia di rimanere invischiati nelle proprio fantasie un po’ morbose.

Quell’estate riuscii a vedere dei posti che avevo da tempo desiderato visitare, come il Louvre, Versailles, Rouen, Saint Malo e ovviamente Mont Saint Michel, che alla mia anima sospirosa è sempre apparso un luogo da sogno.

Arrivammo alla famosa isola, deposta nella sabbia come una perla preziosa, in treno, provenienti da Rouen: camminando sulla strada che attraversa l'insenatura sabbiosa, dalla stazione, si ha un colpo d’occhio quasi fiabesco, l’isoletta rocciosa con l’austero monastero gotico piantato sopra, l’immensa baia che alla sera viene coperta dalla marea (anche se ora il fenomeno delle maree si va sempre più attenuando, per il progressivo insabbiamento della zona).

Era una giornata uggiosa, cielo plumbeo, una di quelle giornate estive che promette fulmini e saette: facemmo tutto il giro del monastero, dentro e fuori, poi arrivammo alle stanze più alte dell’edificio monastico, da cui si aprono dei piccoli terrazzi a picco sulle rocce, che permettono alla vista di spaziare per tutto il panorama intorno, una visione mozzafiato.

Davanti a me si stendeva tutta la baia in tempesta, le nuvole nere e sempre più minacciose scorrevano rapide all’orizzonte, il vento impetuoso si infilava sotto i vestiti e scompigliava i capelli, il mare spumoso e metallico che si agitava in onde rabbiose, in lontananza, la marea che cominciava a salire, rapida, a coprire la spiaggia.

In quel momento, stringendomi nel maglione, mentre affrontavo impavida la furia degli elementi per godere della bellezza immensa che mi si apriva dinanzi, pensai che era una delle cose più meravigliose che avessi visto in vita mia, che in quel momento avrei potuto anche schiantarmi sulle rocce sottostanti, oppure essere colpita da un fulmine della tempesta, perché non si poteva chiedere di più di tanta bellezza.
In quel mentre, Pina uscì anche lei, nel vento gelido e, raggiungendomi, con aria scocciata borbottò queste testuali parole: “Oh, certo che è proprio una chiavica di posto!”

Pina è, come mio marito, una che per rovinare la poesia del momento è fatta apposta.

Eppure, non si vive di sola poesia e, ogni tanto, qualcuno che ti tira giù dalle nuvole e ti riporta coi piedi per terra, magari serve, sennò si rischia di vagolare a vuoto tra i propri fantasmi.



Stavolta sono tornata alla Certosa da sola (però devo ammettere che l’altra volta Pina mi ha sopportato senza mugugnare troppo, nelle mie peregrinazioni funerarie in questo cimitero).


I famosi cimiteri parigini, in quanto a bellezza delle tombe e alla varietà e originalità della statuaria funebre non hanno rivali al mondo, questo è certo.
Anche Montmartre e le Père Lachaise risalgono allo stesso periodo, all’inizio dell’Ottocento, ma risentono maggiormente del gusto neoclassico e romantico, floreale, languido e un po’morboso, che deriva dalle contemporanee arti letterarie e artistiche e che perdurerà per tutto il secolo e anche oltre, in piena epoca Art Nouveau.

Il luogo che ospita questo cimitero, un antico monastero certosino, inglobato nelle mura della città ma in mezzo al verde, è però di indiscutibile suggestione,forse anche più dei più celebrati cimiteri parigini: risalente alla metà del ‘400 e arricchito dalla chiesa alla fine dello stesso secolo, fu espropriato durante la Rivoluzione francese, e quindi passò al Comune di Ferrara, che lo adibì ad uso cimiteriale nel secondo decennio dell’Ottocento.

Una parte fu abbattuta, le strutture del convento e una porzione dell’antico chiostro e del porticato: quello che rimane comprende la Chiesa di San Cristoforo, una parte del chiostro e il lato destro del portico. La Chiesa fu bombardata pesantemente nel 1944 e semidistrutta: dopo la guerra iniziò un lungo periodo di ricostruzione e di ripristino degli arredi, conclusosi solamente nel 2007.
Una volta destinato ad uso sepolcrale, il cimitero venne progressivamente ampliato, verso il retro e verso sinistra, e fu costruita un’ala nuova del porticato semicircolare, identica all’originale.

La Bella certosa colpisce a prima vista per la facciata ruvida, incompiuta, quasi grezza, in cui la superficie scabra e calda della cortina di mattoni contrasta curiosamente col candido e sontuoso portale barocco in marmo bianco: l’edificio si trova proprio al centro del complesso, con un bel colpo d’occhio sulla prospettiva totale, la chiesa in mezzo ad un immenso prato, le due entrate a destra e sinistra, e le ali semicircolari dei chiostri.
La struttura è visitabile dal 2007, è stata ricostruita come era in originale, per quanto è stato possibile, cercando anche di ripristinare gli arredi ottocenteschi, mentre molte delle opere ivi contenute nei periodi precedenti sono andate irrimediabilmente perdute o disperse in altre collezioni. Purtroppo non è possibile fotografare l’interno, essendo interdetto l’uso della macchina fotografica.


Storia e bellezze artistiche a parte, è comunque un posto particolare, con un suo fascino un po’ malinconico: aggiratevi in silenzio tra le vecchie tombe, nei porticati, e troverete una pregevole statuaria funebre, di gusto romantico, come questa giovane donna inginocchiata con un velo di pizzo a coprirle al testa, oppure la figura velata neoclassica, che piange sul sarcofago della famiglia, il maestoso angelo dalle ali spiegate, posto a difesa della tomba, lo sguardo penetrante, quasi a sfidare il visitatore ad avvicinarsi troppo.

Altre statue sono più moderne, ma non per questo meno toccanti, come questa fanciulla di bronzo che, in ginocchio, depone un mazzolino di rose sulla lastra di granito, oppure i due curiosi signori dalla testa piccina che sembrano danzare, mano nella mano (ho la vaga impressione che queste figurine abbiano una qualche origine, forse una citazione da un’altra opera d’arte, ma proprio non mi sovviene da quale…).

Vi siete immalinconiti abbastanza? Allora, è tempo di andare.

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